Bisogna essere nati non più tardi della prima metàdegli anni settanta del secolo scorso per ricordarsi i “vuoti a rendere”. Erano le bottiglie di vetro. Riportarle dallo “spacciatore” di vino, acqua, latte, era il regalo dei genitori alle figlie e ai figli. Le venti lire che si ricevevano in concambio erano la mancia che, ogni tot resi, si trasformava in caramelle, gelati, piccoli attimi di infantile felicità.

Quando ormai mancavano una ventina d’anni dalla fine del millennio, la pratica scomparve. Sparirono quelle ceste che le bottiglie di vetro contenevano. Erano implicito segno di povertà. Si disse che non rispettavano le norme igieniche e dubbi c’erano pure sulla fiscalità. Ché la restituzione non avveniva con emissione di scontrino. 

Nacquero così le campane. Grandi contenitori di plastica ai crocicchi delle strade, delle cupole con degli oblò neri in cima. Le ragazzine e i ragazzini che ci arrivavano, in punta di piedi, ci infilavano le bottiglie e le abbandonavano alla caduta, che terminava nel fragore del vetro che si frantumava.

Le campane della differenziata servivano per il riciclaggio del vetro. Era un bel modo per dire che a distruggere le bottiglie si faceva una bella cosa, ecologica. Poi scoprimmo, qualche decennio dopo, che in realtà era solo benessere e consumismo, travestito da buona pratica.

Il vuoto a rendere era la pratica più ecosostenibile possibile. Il riutilizzo allora delle bottiglie era anche di quaranta volte. “Una lavata, un’asciugata e pare mica adoperata”. Oggi ci sono negozi che il riuso caratterizza, le mescite non sono più pratiche di miseria, i distributori di beni sfusi non sono la dichiarazione di impossibilità di acquistare l’intero: ci sono voluti anni e anni di spreco perché l’evidenza fosse manifesta, perché fosse evidente che il nostro sistema economico non funzionava e non funziona.

Il “vuoto a rendere” ci è venuto in mente leggendo gli intenti del decreto rilancio, quello annunciato con conferenza stampa e, visto che ancora inesistente, non ancora firmato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E non è, o non è solo, per il facile gioco di parole, per il fatto che “vuoto a rendere” vuol dire povero, insignificante. 

È la pratica che la restituzione delle bottiglie, del concambio, che è insita in questa doppia manovra finanziaria, come l’ha pomposamente definita il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in diretta social e a reti televisive unificate, smascherato e attorniato da una manciata di ministri mascherati.

Come allora spendevi e poi ti veniva dato, così funzionano questi “aiuti”. Incentivi al consumo e poi sconti di tasse nell’anno che verrà. Una modalità che immagina, ovviamente, che tutti quella bottiglia di vino, acqua, latte, se la possano comprare e che, soprattutto, comprarsela vogliano. Perché chi ha non è detto che voglia avere ancora di più. E chi non ha, chi di quel bene ha bisogno, non è detto che quella somma da anticipare abbia. 

Debole, seppur utile a far ripartire l’economia, ci sembra poi quella logica che pretenderebbe che, per via dell’incentivo, si vada a chieder soldi in prestito. Se non ti puoi permettere la bottiglia di latte, probabilmente non puoi permetterti pure il credito per comprarla, difficilmente il concambio del vuoto a rendere è incentivo sufficiente a varcare le porte di un istituto di credito o di una finanziaria.

Inutile poi aggiungere che, per chi quei beni sono indispensabili, non sarà abbastanza pauroso chiedere soldi a usurai e criminalità, anzi sarà condizione necessaria di sopravvivenza. La loro vita sarà quindi occasione di riciclaggio e il valore simile a quello della bottiglia di vetro da restituire. Un niente di qualche centesimo. Sacrificabile.

Miliardi e miliardi sono stati stanziati da questo governo che mesi ci ha messo per distribuire a pioggia, in una gara di antagonisti interessi, fondi che, oltre a favorire chi già ha, si propongono garanzia di continuità con ciò che era. Una scelta politica di conservazione, conservatrice. Cieca del fatto che il sistema Italia non funzionava prima di covid, era in manifesta recessione, era ed è fallimentare.

Le campane del vetro hanno abbandonato i crocicchi delle strade delle nostre città, ora la raccolta metropolitana, differenziata, avviene nei cortili dei nostri condomini, un cestino per ogni tipologia di rifiuto abita le nostre case. Incapaci di inventarci un mondo senza pacchi, pacchetti, contenitori, ci fingiamo “ecologici”, non confessandoci incapaci di immaginare un mondo più sostenibile per ambiente, per donne e per uomini. Un mondo dove i virus si combattono con diversi modelli di sviluppo e non con l’arroganza della rincorsa a un’eterna e anacronistica crescita del PIL. Peccato.

 

 

Foto: “Bottiglie”, olio su tela di Gaspare Bertolini 2016

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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