Mentre più o meno in tutta Europa ci si balocca con fasi 2, fasi 3 e ripartenze post covid19, il vero virus che rischia di uccidere la democrazia liberale – almeno per come l’abbiamo conosciuta in questi ultimi 75 anni – si aggira come uno spettro sempre più inquietante per le terre del continente. I focolai sono l’Ungheria, la Serbia, il Montenegro e la Polonia. Il virus ha vari nomi: democrazia illiberale; deriva autoritaria; autocrazia. Ma il suo vero nome è neo-fascismo. Più gentile rispetto a quello in orbace e moschetto, riveduto e corretto per essere digeribile nell’Europa del terzo millennio, financo capace di imporsi attraverso regolare voto democratico. Ma sempre di neo-fascismo si tratta.

Un fenomeno che per fortuna non passa inosservato. Anche noi di EstremeConseguenze, nel nostro piccolo, ci siamo dati da fare in questi mesi di pandemia per accendere un faro su questo spettro. Ora, al coro di preoccupati osservatori democratici, si è unito l’autorevole centro studi americano Freedom House. Nel rapporto Nations in Transit 2020, pubblicato questa settimana, mette infatti Ungheria, Polonia, Serbia e Montenegro fra i Paesi europei che non possono essere più chiamati di “democrazia consolidata”. La Polonia è al massimo una “democrazia semi-consolidata”, mentre gli altri tre sono veri e propri “regimi ibridi/di transizione”. Un grado diverso di deriva che definisce però una comune “zona grigia”: fra le autocrazie compiute e le nazioni democratiche.

 

(Nota per il lettore: il rapporto di Freedom House calcola il grado di democrazia sulla base di sette indicatori precisi: magistratura, sistema elettorale, mezzi di comunicazione di massa, società civile, governo locale e nazionale, corruzione).

Per Serbia e Montenegro la bocciatura non sorprenda troppo. La loro transizione alla democrazia, partita dalla dissoluzione della ex Jugoslavia di cui facevano parte, è stata infatti assai lenta e accidentata. Tanto che entrambi i Paesi, come si vede bene nel grafico qui sopra, già nel 2010 erano stati inseriti nella fascia delle democrazie “semi-consolidate”. L’Ungheria e la Polonia sono invece casi ben più preoccupanti.

Dell’Ungheria di Viktor Orban ci siamo già occupati in “Democrazia sospesa? No, grazie” e in Democrazia sospesa – Il seguito (da Orban a Confucio) e purtroppo non ci sono al momento novità da segnalare: la procedura d’infrazione della Commissione di Bruxelles è arenata fra le mille timidezze e gli interessi torbidi che legano le mani a quello che dovrebbe essere l’organo esecutivo dell’Unione europea.

La Polonia rappresenta un dossier ancora più inquietante. Paese “eroe” della lotta contro il putrescente impero sovietico. La Solidarnosc nata nei cantieri navali di Danzica, capace di portare il suo leader Lech Walesa al soglio di presidente della Repubblica a Varsavia dopo la dissoluzione dell’Urss. Ecco, quella Polonia è stata spazzata via dal ciclone dei fratelli Lech e Jaroslaw Kaczynski. Il primo, nel 2005, fu eletto capo dello Stato. L’anno successivo, con il loro partito Diritto e Giustizia (in polacco Prawo i Sprawiedliwosc, ovvero PiS) hanno vinto le elezioni e l’altro Kaczynski, Jaroslav, è diventato primo ministro. Poi varie traversie, tra le quali la più drammatica è stata la morte di Lech nel 2010 precipitato con il suo aereo presidenziale presso la base aerea di Smolensk (in Russia), e sconfitte elettorali sembravano aver segnato la loro parabola come discendente. Ma nel 2015 il PiS guidato da fratello Jaroslav è risorto dalle ceneri e ha trionfato nelle urne, portando alla presidenza della Repubblica e alla carica di premier due fidatissimi: Andrzej Duda e Beata Szydlo (sostituita nel 2017 dall’ancora più fidato Mateusz Morawiecki).

Quest’anno, una domenica fa, si sarebbe dovuto votare per le nuove elezioni presidenziali. Approfittando della pandemia e del lockdown conseguente, il governo dell’ultranazionalista PiS voleva introdurre una significativa modifica al cursus democratico: il voto via posta. Visto che nessuno poteva uscire, la trovata del premier Morawiecki è stata questa. Una trovata che il presidente uscente della Corte costituzionale, Malgorzata Gersdorf, ha definito semplicemente “una farsa”. Il Senato prima e la Camera poi hanno bloccato il tentativo del “piccolo Mussolini di Varsavia”, come ormai opposizioni e critici chiamano Kaczynski. Il voto presidenziale, essenziale per il progetto di regime del PiS è che il ricandidato Duda vinca, è fissato per il 5 luglio.

Quando invece fratello Jaroslaw non può o non vuole parlare, si affida a fidati ventriloqui. Come il viceministro alla Giustizia che, approfittando dell’assist della Corte costituzionale tedesca sulle politiche monetarie “illegali” portate avanti dalla Banca centrale europea dal 2008 a oggi, ha dettato la linea sovranista che rischia di “uccidere” definitivamente l’Unione: “Gli Stati membri sono i padroni dei trattati europei. Questo è ciò che ha detto la Suprema Corte di Karlsruhe. La Germania difende la sua sovranità. L’Unione può dire soltanto quello che noi Stati membri le permettiamo di dire”.

En passant, vale la pena ricordare quello che EstremeConseguenze ha già scritto a proposito dei torbidi rapporti fra la Germania e le autocrazie in pectore dell’Europa orientale ex sovietica: “Un patto occulto che la lega ad alcuni Paesi del nord e dell’est, una sorta di omertosa alleanza a reciproca protezione di abusi incompatibili con le regole dell’Unione”. Da qui, verrebbe da dire, le difficoltà della Commissione europea di sanzionare le derive autoritarie dell’Ungheria di Orban. E anche della Polonia del duo Kaczynski/Duda. A onor del vero ci sarebbero infatti già ben quattro procedure d’infrazione che pendono sul governo di Varsavia, per la riforma della giustizia che di fatto mina l’indipendenza della magistratura, ma della loro efficacia è lecito dubitare.

Infine, se ve li siete persi, vi invito a recuperare due interventi di peso apparsi questa settimana sui quotidiani italiani: l’intervista al presidente irlandese Michael Daniel Higgins sul Manifesto di venerdì “L’Europa torni solidale” e quella al regista inglese Ken Loach sulla Stampa anch’essa di venerdì “Meno mercato e più diritti. Ci riprendiamo dal virus solo se l’Europa si schiera con gli sfruttati”. Due grandi vecchi rispettivamente di 79 e 84 anni, grandi in campi diversi (poeta e presidente della Repubblica il primo, maestro del cinema fra i più illustri e premiati di sempre il secondo), due contributi che aiutano a recuperare un filo di speranza in un futuro migliore dopo questa carrellata di piccoli grandi Mussolini che stanno crescendo nel panorama europeo. Per dirla con le parole di Higgins: “Il Manifesto di Ventotene si contrappone nettamente alla legge del più forte in quanto immagine dell’Europa futura”.

Cliccate qui per leggere la versione integrale del rapporto Nations in transit 2020 di Freedom House

 

(Foto: murales di Mario Sironi)

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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