Il 22 maggio la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza “compie” 42 anni. Anche se la norma, promulgata nel 1978 dopo tante battaglie, ha ormai raggiunto la mezza età, in Italia abortire è ancora una faccenda complicata. Le ragioni sono tante. Alla delicatezza della scelta – che è spesso ancora accompagnata da un forte stigma sociale per le donne che decidono di rinunciare a una gravidanza – si aggiungono anche una serie di ostacoli da superare. Prima tra tutte, la difficoltà di accedere al servizio in tutte le regioni d’Italia, visto l’alto numero di ginecologi obiettori di coscienza. Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Salute nel 2017, sono il 68,4% del totale, con punte anche superiori all’80% in alcune province. A Messina, ad esempio, su 36 ginecologi assunti dalla sanità pubblica, 35 sono obiettori.

A complicare ulteriormente le cose, negli ultimi mesi, ci ha pensato l’emergenza covid-19, con gli accessi agli ospedali contingentati. Difficoltà a cui se n’è aggiunta un’altra: non poter ricorrere, in emergenza, all’aborto farmacologico con il farmaco Ru 486 perché, per legge, è previsto un ricovero di 3 giorni mentre l’aborto chirurgico viene praticato in day hospital.

Che fare, dunque, in caso di gravidanza indesiderata? Emblematica è la storia di Lisa, quasi 50enne e madre di due figli ormai grandi, un lavoro precario e problemi di salute. “A fine febbraio purtroppo mi sono accorta di essere incinta inaspettatamente, soprattutto alla mia età”, scrive in una lettera inviata alla LAIGA (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78). Da quel momento per lei inizia un’odissea per trovare una struttura che la possa aiutare. Alcuni ospedali del Lodigiano, dove abita, limitano gli accessi o addirittura sospendono il servizio di Ivg. Succede, per esempio, nei comuni di Codogno, Casalpusterlengo e Sant’Angelo Lodigiano, che vengono dichiarati “zona rossa”. Le pazienti vengono indirizzate a Lodi, dove la situazione è di poco migliore. O addirittura a Milano.

Alessandra Kustermann, Direttrice della Clinica Mangiagalli di Milano

“La Clinica Mangiagalli  ha tenuto sempre aperto il servizio per la legge 194 come attività indifferibile, quindi non c’è stata nessuna difficoltà, almeno da noi.”, spiega Alessandra Kustermann, prima donna direttrice della struttura e fondatrice del Soccorso Violenza Sessuale e Domestica. “Anzi – aggiunge – nella fase centrale dell’epidemia ci siamo fatte carico di qualunque donna arrivasse: visto che Lodi era nei guai, le pazienti di quella provincia potevano venire da noi. Non c’è stata alcuna preclusione”. Nemmeno per le pazienti straniere. La situazione era sotto controllo anche in altri ospedali milanesi, come il San Paolo. Problemi significativi, invece, si sono registrati in altre parti d’Italia e le strutture rimaste aperte e funzionanti hanno avuto un sovraccarico pari al 30% rispetto ai periodi normali. Una mappatura completa l’ha fatta la piattaforma Obiezione Respinta ha creato il canale Telegram “SOS Aborto _ COVID-19” in cui vengono pubblicate tutte le informazioni sullo stato del servizio di interruzione volontaria di gravidanza negli ospedali della penisola.

“All’inizio alcuni ospedali hanno ridotto o sospeso l’accesso alle Ivg perché il personale era impegnato in altre attività. Ma a fine marzo una circolare del ministero della Salute ha definito che le interruzioni volontarie di gravidanza vanno considerate un servizio essenziale, non differibile. Anche perché ci sarebbe il rischio di tornare a 50 anni fa, agli aborti clandestini”, conferma Elsa Viora, presidente dell’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi).

Troppo allarmismo, forse? Dai tanti indizi disponibili, pare di no. “Non abbiamo ancora numeri ufficiali, ma dalle prime stime risulta che rispetto a marzo dell’anno scorso siano molto aumentate le richieste dall’Italia a siti stranieri” come Women on Web “che inviano pillole abortive a domicilio senza bisogno di un certificato medico, nei Paesi dove la pratica è ancora illegale”, spiega Marina Toschi, ginecologa, membro del direttivo dell’European Society of Contraception and Reproductive Health e anima di Pro Choice, Rete italiana contraccezione e aborto.

Il primo servizio a ‘saltare’ negli ospedali italiani è stato proprio l’aborto farmacologico. Le ragioni sono tante, a cominciare dal fatto che la paziente da noi dev’essere ricoverata in ospedale per tre giorni e può accedere alla Ru 486 solo entro le 7 settimane di gestazione. Negli altri Paesi europei, invece, il limite è di 9 settimane e negli Stati Uniti è di 10. In molti Paesi, poi, tra cui Francia e Spagna, l’assunzione della pillola avviene in day hospital e i successivi controlli in telemedicina.

“Rendere subito ambulatoriale l’aborto farmacologico sarebbe la soluzione migliore adesso proprio per decongestionare gli ospedali, non far correre rischi di contagio alle pazienti e garantire comunque il servizio come prevede la legge”, spiega l’avvocata Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni. Per il momento, però, solo in Emilia Romagna, Toscana e Lazio è possibile farlo. In tutte le altre regioni, invece, è previsto il ricovero e addirittura in alcune parti d’Italia, come in Sicilia, in ospedale la abortiva pillola non sempre è disponibile.

Per questo l’associazione Luca Coscioni, le reti Pro Choice, l’associazione AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) chiedono con urgenza di allargare la finestra temporale entro la quale ricorrere all’aborto farmacologico, che dovrebbe diventare un servizio ambulatoriale. Per farlo, dicono, basterebbe il via libera dell’Aifa, l’agenzia del farmaco italiano.

Se quello dell’aborto farmacologico potrebbe essere un problema superabile, se ci fosse la volontà politica di farlo, il tema dei tanti medici obiettori, invece, resta. E proprio lì, per la dottoressa Kustermann, risiede “il problema centrale” dell’applicazione ancora non omogenea della legge 194 sul territorio nazionale. “Ci sono addirittura delle regioni che devono ricorrere a dei medici ‘a gettone’ per praticare l’aborto – racconta – e questo è la dimostrazione che la mentalità attorno all’aborto invece di migliorare in questi 42 anni è addirittura peggiorata. Però io posso dare un messaggio positivo: su 11 nuovi specializzandi della Mangiagalli arrivati quest’anno da tutta Italia, non c’è nemmeno un obiettore. I giovani non hanno una propensione a fare questa scelta”.

Per Kustermann si tratta “indubbiamente di un dato positivo”. “Pensiamo sempre che i giovani siano più indifferenti di noi colleghi più vecchi, che abbiamo vissuto le battaglie per far diventare legale l’aborto – dice – mentre in realtà non hanno una propensione all’obiezione, sempre se si trovano in un ambiente favorevole a questa scelta, dove non venga penalizzata la loro carriera”, perché oltre a loro ci sono molti altri ginecologi che praticano le interruzioni di gravidanza e viene offerta agli specializzandi “la possibilità di fare un’ampia esperienza completa sul campo e non solo di dedicarsi alla interruzioni di gravidanza perché non c’è nessun altro che le voglia fare”.

Che effetti avrà la crisi economica che si preannuncia nei prossimi mesi sulla natalità e sul numero di aborti? Ipotizzarlo è un azzardo. “In genere – spiega Kustermann – i periodi di crescita economica coincidono con un aumento della natalità. Questo è noto: c’è stato il baby boom degli anni ’50 e lo stesso è avvenuto in altri periodi storici sia in Italia che nel mondo. Sulla natalità, però, non incide solo la questione economica ma anche molte altre questioni come il ritardo nella decisone di fare il primo figlio, il conseguente aumento della sterilità e tanti altri fattori”.

 

(Foto Henry Ford Hospital, Frida Khalo)

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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