Imprenditori, artigiani, ristoratori e negozianti hanno fatto il conto alla rovescia per poter riaprire. Ma c’è chi non si è unito al coro di richieste al governo e alle regioni per far iniziare la fase 2 prima possibile. Sono gli imprenditori e i negozianti cinesi, che per la maggior parte hanno scelto di tirare su la saracinesca solo tra un paio di settimane. Le ragioni diverse, spiega Francesco Wu, 40 anni, una laurea in ingegneria elettronica, imprenditore e titolare di diversi ristoranti, oltre che referente in Confcommercio Milano per l’imprenditoria straniera e presidente onorario dell’Unione Imprenditori Italia-Cina.Abbiamo avuto tante discussioni e confronti tra noi – spiega Wu – , abbiamo fatto riunioni via web e ci siamo scambiati pareri via chat. Alla fine, in tantissimi hanno deciso di posticipare la riapertura di una o due settimane”.

I negozi e i ristoranti di via Paolo Sarpi a Milano, così come i laboratori tessili di Prato e tantissime altre imprese, quindi, da oggi non riprenderanno le attività. A non convincere gli imprenditori cinesi, soprattutto il fatto che “siamo arrivati a ridosso della ripartenza con delle regole che sono state scritte solo la notte prima – spiega Francesco Wu – e non ci sia nemmeno stato il tempo di organizzarsi”. A preoccupare Wu e i suoi colleghi è soprattutto il fatto “che le indicazioni sono tante ma poco chiare”. “Non sappiamo ad esempio se chi si presenta in un ristorante deve presentare un’autocertificazione o no – dice -. Può non essere un problema se si presenta una famiglia che abita insieme, ma se arriva un gruppo di amici cosa dobbiamo fare? Non è chiaro se dobbiamo considerarli congiunti o meno. Come dobbiamo sistemarli?”.

Il rischio è che una riapertura incontrollata propaghi il virus ancora di più. “Qui in Lombardia i numeri sono ancora alti – spiega Wu – , siamo stati al centro del focolaio e c’è ancora molta paura. La prova generale della fase 2 sarà questa settimana e la prossima”. Dopodiché si farà un bilancio e si valuterà dati alla mano se tutto ha funzionato per il meglio. “Finora le persone hanno iniziato ad uscire solo per andare al lavoro – aggiunge – e complice il caldo, che fa sì che i droplet siano instabili e viaggino più lentamente e dunque il visrus si propaghi meno rispetto al periodo invernale, il contagio è stato contenuto. Adesso che tutti ricominceranno a muoversi più liberamente, invece, vedremo una fotografia più attendibile dell’andamento della malattia”.

L’esperienza della madrepatria influenza tanti imprenditori cinesi, che “preferiscono essere prudenti e rimandare per qualche tempo” l’inizio delle attività, anche se si tratta di un sacrificio ulteriore per chi, come loro, ha anticipato di diversi giorni il lockdown generale. “Abbiamo avuto un danno economico importante – ammette Wu – che stiamo sopportando senza grandi proteste, ma questo fa parte proprio della cultura cinese. Stiamo cercando di tenere duro e di sopportare fino al limite, com’è nella nostra tradizione. Credo però, che senza sottovalutare i nostri colleghi italiani, noi imprenditori cinesi abbiamo una resilienza e una capacità di pianificazione maggiore”. La possibilità di tenere chiuso ancora un po’ è un lussoprosegue Wu – e non tutti se la possono permettere. Qualcuno tira la cinghia e lo fa, mentre altri scalpitano per iniziare nuovamente a lavorare”.

Alla base della cautela, c’è anche una valutazione di carattere pratico. Come capire se, dal punto di vista finanziario, si può reggere con le nuove regole? “In questo momento riaprire troppo velocemente è antieconomico – sottolinea Wu – : ad esempio per noi ristoratori non è secondario sapere come dobbiamo gestire le prenotazioni, sistemare i clienti nei vari tavoli, che tipo di documentazione chiedere loro per poterli ricevere”. La scelta, quindi, è di proseguire con la cassa integrazione ancora per un po’, anche se “i soldi ai dipendenti, o agli imprenditori che hanno anticipato gli stipendi, non sono ancora arrivati”.

All’incertezza contribuisce anche il fatto che “il tipo di responsabilità in capo a noi imprenditori ancora non è chiara”. Sarebbe facile, infatti, per il cliente di un locale che si ammali dopo un pranzo al ristorante dare la colpa a quella uscita. Difficile, invece, per il ristoratore dimostrare che non ha alcun ruolo nel contagio se ha seguito tutte le regole di sicurezza, che per Wu devono lasciare meno margini all’interpretazione. E’ una riflessione che ho condiviso con tanti colleghi italiani – racconta – e che ha spinto anche tanti di loro a non ripartire”. Speriamo di non avere ragione anche questa volta, perché con questo virus avere ragione significa migliaia e migliaia di malati e di vittime”, chiarisce Wu.

Bisogna ripartire ma non mi fido di come è stata gestita la ripartenza. Arrivare così all’ultimo non aiuta le imprese…

Publiée par Francesco Wu sur Dimanche 17 mai 2020

All’inizio dell’epidemia, Wu ha cercato di mettere in guardia le autorità italiane sui rischi del covid-19 e scritto lunghi post sui social per confrontare l’esperienza dei suoi familiari a Shanghai, che sono stati in quarantena per settimane intere, e quella dei milanesi, molto più disinvolti di fronte al virus. “All’inizio dell’epidemia, noi abbiamo visto l’aumento vertiginoso dei contagi e abbiamo fatto un rapido confronto con quello che stava avvenendo in Cina – chiarisce – : anche se i numeri venivano messi in dubbio per non essere del tutto trasparenti, noi abbiamo visto delle analogie e abbiamo capito che se fosse proseguito tutto così in pochissimo tempo si sarebbero superati i 10mila contagiati. E così è stato. Le prime due settimane, in cui noi avevamo già chiuso tutto, sono state fondamentali perché il tasso di crescita dell’epidemia è stato esponenziale”. Tutte le altre attività proseguivano come se niente fosse ma “se in Italia avessimo chiuso tutto due settimane prima – assicura Wu – adesso saremmo già alla fase 3. L’epidemia è stata gestita male all’inizio da parte delle autorità, si proseguito in maniera altrettanto incerta e il caos sta proseguendo anche adesso con la fase 2. È mai possibile che le regole vengano stabilite di notte, alla vigilia della riapertura? Questo atteggiamento da parte delle forze politiche danneggia non solo gli imprenditori, ma tutta la popolazione. Dispiace dirlo, ma stiamo pagando il prezzo della democrazia ”.

 

(Foto China Town di Ilya Lerner)

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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