Sono 110 i detenuti positivi al Covid-19 e 204 il numero delle persone che lavorano negli istituti penitenziari tra i casi accertati come positivi. Tra questi 28 sono del personale sanitario, sei di quello amministrativo e 170 operatori della Polizia penitenziaria. Sono gli ultimi dati forniti dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Due gli agenti di polizia penitenziaria morti per il virus.

Ma ricordiamo bene tutti quanto accaduto tra il 7 e 11 marzo in una trentina di carceri italiane. Rivolte, sommosse, incendi, evasioni con un pesantissimo bilancio di 12 morti.
Modena, Caltanissetta, Enna, Foggia, Larino, Pescara, Avellino, Bologna, Rieti, Palermo Pagliarelli, Genova, Campobasso, Trapani, Siracusa, Caserta, Aversa. Ma anche San Vittore e Opera (dove i familiari hanno denunciato percosse e violenze, una situazione poco chiara raccontata da Internazionale.

‘Molla’ scatenante il blocco dei colloqui coi familiari, la paura del contagio, l’assenza pressoché totale di dispositivi sanitari. Poi le polemiche per le ‘scarcerazioni’ facili, i dubbi su una possibile ‘regia’ mafiosa delle rivolte, polemiche, dimissioni ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria.

La popolazione carceraria, abbondantemente oltre i limiti consentiti, è scesa a circa 53mila. Ma con grandi differenze tra regioni. Per rispettare le normative europee e internazionali però l’Italia dovrebbe scarcerare altri 6-7mila detenuti.

Al 31 marzo i detenuti presenti in carcere erano 57.846, 3.384 in meno rispetto alla fine di febbraio. La capacità massima delle carceri italiane è di 47.231 posti. Si tratta di un calo delle presenze complessivo del -5,5% della popolazione detenuta in Italia ma come si può immaginare il calo è distribuito in modo molto disomogeneo nel territorio nazionale.
In Emilia-Romagna nello stesso periodo la popolazione detenuta è calata del 16,3%, in Lombardia del 7,2%, valori fortunatamente superiori alla media, trattandosi di due regione tra le più colpite dalla attuale emergenza Coronavirus. Purtroppo si registra invece un calo inferiore alla media nazionale in Veneto, del 3,8%, e addirittura del solo 1% in Piemonte, regioni anche queste pesantemente colpite. E nello stesso periodo la popolazione detenuta nelle Marche ed in Calabria è addirittura cresciuta.
Il calo registrato delle sole donne detenute, del 7,6%, è in media superiore a quello del totale della popolazione ed in Emilia-Romagna le donne sono calate addirittura del 25%.

 

(Associazione Antigone)

Se si guarda ai soli detenuti stranieri la loro diminuzione, del 4,7%, è di poco inferiore a quella del complesso dei detenuti, indice che per loro il ricorso al carcere continua comunque ad essere maggiore che per gli italiani nonostante, come è noto, in media commettono reati meno gravi. Sorprende il calo limitato dei detenuti in semilibertà, che sono passati da 1.097 a 884 nel periodo considerato nonostante l’art. 124 del decreto Cura Italia paresse dover quasi azzerare la loro presenza negli istituti, per evitare il loro reingresso quotidiano in carcere. Ancora più sorprendente il fatto che, se si guarda ai soli detenuti in custodia cautelare, il loro calo è in proporzione addirittura maggiore di quello dei detenuti con una condanna definitiva: -7,6% gli uni, -4,5% gli altri. E questo nonostante tra le misure introdotte dal Governo non fosse previsto nulla per le persone in custodia cautelare.

Da oggi i colloqui ‘in presenza’ ripartono. Le Direzioni di ogni carcere potranno decidere quante volte permettere gli incontri con familiari e parenti. Potranno limitare sino a uno il numero dei colloqui mensili consentiti e sempre sino ad uno il numero delle persone ammesse al colloquio. Il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) ritiene opportuno fornire, sia pure in modo orientativo, l’indicazione di due colloqui mensili ed una persona a colloquio. Resta salva la possibilità per il detenuto di chiedere di fruire di tutti i colloqui in ‘ modalità a distanza’ tramite gli strumenti telematici come skype. Conseguentemente, d’intesa con l’Autorità sanitaria, si provvederà a munire i locali colloqui con ‘ mezzi divisori” adottati in relazione alle caratteristiche della singola sala.

Quindi, nel migliore dei casi, un colloquio per detenuto da qui a fine giugno. Tenendo conto che nessuno ha potuto incontrare un proprio familiari dal 7 marzo scorso.

Oggi riparte l’Itala, sostenuta dal decreto-rilancio che prevede tante misure per accompagnare la fase 2, ma i volontari restano ancora fuori dalle carceri. Per i detenuti, quindi, non è ancora una ‘riapertura’. Perché decine di programmi per lavoro, istruzione, formazione resteranno ancora bloccati. Ma non solo. Sono scomparse negli ultimi due mesi, e nessuno sa quando ripartiranno, tutte le attività educative e istruttive, dalle lezioni di lingua a quelle di teatro alle altre iniziative di cui si fanno carico i volontari.

A Bollate, carcere da oltre 1200 detenuti, “al cibo per chi faceva il ramadan che gli istituti non riuscivano a recuperare, ci hanno pensato i volontari». A una diminuzione degli ingressi, dovuta al minor numero di reati commessi durante il lockdown, si è aggiunto un maggiore ricorso alle misure alternative al carcere nelle sentenze emesse dai giudici negli ultimi due mesi. In Lombardia il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), il Tribunale di sorveglianza, il mondo del volontariato e la curia stavano studiando con la Regione un piano per accompagnare e facilitare le uscite dei detenuti dalle carceri regionali e l’accompagnamento sul territorio in modo controllato. «Tutto è però saltato perché la Regione ha rifiutato 900 mila euro della Cassa delle ammende che può finanziare programmi di reinserimento per i detenuti», spiega Guido Chiaretti di Sesta Opera San Fedele Onlus.

Riaprire al volontariato in carcere significa riportare in carcere la funzione costituzionale della pena, quell’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) che continua a essere sospeso, anche se oggi l’Italia ‘riparte’.

Il mondo del volontariato non è immobile, lavora anche da fuori

Se le tecnologie, entrate finalmente in carcere anche per far fronte alla rabbia dei detenuti, non devono uscire quando – e se – si tornerà alla normalità, Favero è preoccupata che il ripensamento dei modelli organizzativi delle carceri avvenga escludendo le decine di associazioni educative e di volontariato che operano, o meglio operavano, quotidianamente negli istituti italiani. Oltre alle visite, “di fatto quasi sospese in presenza fino a fine giugno”, dalle lunghe e monotone giornate dei detenuti, sono scomparse negli ultimi due mesi anche le attività educative e istruttive, dalle lezioni di lingua a quelle di teatro alle altre iniziative di cui si fanno carico i volontari. “Se in certe occasioni sono state ripristinate in videoconferenza, come a Rebibbia dove il teatro con i detenuti lo stanno facendo online, o come a Bergamo, dove sono le attività redazionali interne al carcere che sono andate in rete e vanno avanti lì, in molti casi non è stato possibile”.

I detenuti del laboratorio di falegnameria del carcere di Busto Arsizio in Lombardia hanno continuato da soli, producendo dei crocifissi in legno con incastonato un cuore a metà, “perché l’altra metà si trova fuori”, racconta il cappellano Don David Maria Riboldi. Inoltre vanno riprese le attività con i ragazzi delle scuole progetti come “A scuola di libertà”, tesi a fare prevenzione tra le giovani generazioni ma anche a spiegare loro che non si crea sicurezza facendo “marcire in galera” chi commette reati, ma accompagnandolo in un percorso di assunzione.

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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