Il coronavirus imperante ha cambiato le nostre vite. Per moltissimi, le ha cambiate molto in peggio. E per centinaia di migliaia è stato letale. Aggiornate a oggi, 19 maggio 2020 ore 18, le cifre ufficiali nel mondo: 4 milioni e 800mila contagiati, 319mila morti, 1 milione e 790mila persone guarite. In Italia, rispettivamente: 226mila, 32.007 e 127mila. Premessa doverosa, questi numeri, perché c’è poi qualcuno (per sua fortuna) che dal covid19 ha tratto invece benefici. Sono i paradossi della storia.

Uno di questi fortunelli si chiama Woody Allen. Grande, grandissimo regista. Pluripremiato. Prolifico come il buon vecchio Simenon e i suoi gialli Maigret. Ma anche ostracizzato e messo all’indice come l’omosessuale geniale scrittore Wilde nell’Inghilterra vittoriana ipocrita e puritana (sempre di sesso si tratta, per Woody come per Oscar): prima per le sue scabrose relazioni in famiglia, culminate nel matrimonio con Soon Yi, la figlia adottiva della ex moglie Mia Farrow, nozze celebrate nel 1997 nella meravigliosa cornice di Palazzo Cavalli-Franchetti a Venezia; poi con l’emergere della campagna #metoo nel 2017, che distrusse il tycoon di Hollywood Harvey Weinstein, e che fra i suoi tanti effetti collaterali investì pure Allen.

La sua autobiografia “A proposito di niente”, già annunciata come uno dei bestseller mondiali di quell’anno e pronta per uscire dalle rotative degli editori Amazon e Hachette in milioni di copie, fu bloccata. Anni di contenziosi legali proficui per il regista (Allen ha intentato causa ad Amazon per 68 milioni di dollari per danni materiali e morali, poi chiusa a fine 2019 con un accordo extragiudiziale del quale non si sa la cifra esatta, ma di sicuro parliamo di decine di milioni), il libro è poi uscito a inizio 2020, in Italia per i tipi de La nave di Teseo.

Per sua sfortuna, Woody con Amazon aveva siglato anche un contratto per quattro nuovi film. Abbandonando per l’appunto Weinstein, suo storico produttore, causa #metoo. Il suo “A Rainy Day in New York” (“Un giorno di pioggia a New York”) è finito così alla gogna, snobbato dai grandi studios, misconosciuto dal nuovo distributore e poi, una volta riuscito a uscire, nel 2019, stroncato dalla critica (ma su questo poi torneremo) e sconfessato dal suo stesso cast (e anche su questo più avanti ci torniamo su).

Ebbene, oggi, arriva la notizia che “A Rainy Day in New York” è addirittura campione d’incassi del boxoffice globale della settimana appena passata. Ovviamente è un trionfo ai botteghini favorito dal fatto che gran parte delle sale cinematografiche mondiali sono ancora chiuse. Ma è pur sempre la prima volta in tutta la sua ormai più che cinquantennale carriera che il regista newyorkese è in testa a questa classifica. Roba che nemmeno nei suoi anni d’oro. Quelli dei suoi numerosi premi Oscar. Il 1978 da miglior regista per “Io e Annie”, film che si portò a casa anche le ambite statuette per il miglior film, la miglior attrice protagonista – Diane Keaton – e la miglior sceneggiatura originale. Il 1987 della miglior sceneggiatura originale per “Hannah e le sue sorelle”. Il 2012 per “Midnight in Paris”, sempre per la miglior sceneggiatura originale.

Un paradosso da coronavirus, evidentemente. Reso possibile dalla riapertura delle sale in Corea del sud, che ha portato nelle tasche del regista e dei suoi produttori oltre mezzo milione di dollari (dati aggiornati a oggi di Box Office Mojo). Sbaragliando rivali come “Onward – Oltre la magia” della Disney che ha incassato appena 17mila dollari in Norvegia nella settimana di riapertura dei cinema dopo il lockdown o l’horror “The Wretched”, uscito negli Stati Uniti il primo maggio in dodici (avete letto bene, DODICI) drive-in e salito oggi a ben ventuno sale complessive, che non raggiunge i 100mila dollari di incassi (91.975 per essere precisi). Il totale di “A Rainy Day in New York” sale così a oltre 21 milioni di dollari, di cui 3.832.328 in Italia, dove però i cinema sono ancora sigillati per la pandemia. A proposito, incrociando le dita, il lieto evento della riapertura è fissato per il 15 giugno.

Un primato paradossale, ma meritato. Infatti, sebbene stroncato dalla critica, “Un giorno di pioggia a New York” a mio parere (che vedo cinema da oltre 4 decenni, gran parte dei quali pure vissuti professionalmente come cronista anche di cinema) è invece un buon film. Di sicuro uno dei migliori degli ultimi anni, segnati da alti e bassi (veri bassi) creativi. Certo, è un distillato di puro allenismo, un esercizio di stile di un grande maestro che replica se stesso. Con battute però fulminanti come queste.
Dialogo tra la protagonista femminile Ashley (una svampita naive perfetta Elle Fanning) e uno dei co-protagonisti, Francisco Vega (il bel tenebroso Diego Luna). (Lei) “Oh mio Dio! Lei è Francisco Vega!”. (Lui) “E’ una cosa brutta?”. (Lei) “La mia amica la trova la cosa più favolosa, dopo la pillola del giorno dopo”.
“La vita reale va bene per tutti quelli che non hanno niente di meglio da fare”, Selena Gomez nei panni di Chan Tyrrel.
“Il tempo vola… sì, purtroppo in classe economica”, Timothée Chalamet, nuovo enfant prodige del cinema mondiale dopo il “Call me by Your Name – Chiamami col tuo nome” del nostro Luca Guadagnino, qui interprete del protagonista maschile Gatsby Welles.

Battute che non raggiungono i vertici di “L’ultima volta che sono entrato dentro una donna è quando ho visitato la Statua della Libertà” in “Crimini e misfatti” del 1989 oppure “Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più e in quella settimana pioverà a dirotto” in uno dei suoi capolavori, “Manhattan” del 1979. Ma che comunque funzionano.

Stroncate quindi le stroncature della critica, temo influenzate in gran parte dal clima generato dal pur meritorio #metoo, resta ovviamente che un film (o un libro, uno spettacolo teatrale, un disco, una qualunque opera d’arte o comunque frutto dell’ingegno umano) è qualcosa di opinabile. Non esistono in realtà capolavori assoluti, oggettivi. Esistono prodotti creativi che possono anche piacere a tantissimi, ma che sono sempre figli di giudizi personali, relativi, sindacabili da chiunque. La casalinga di Voghera come il grande critico cinematografico.

Altri ostacoli che “Un giorno di pioggia a New York” ha dovuto superare nella sua travagliata vita sono arrivati dallo stesso ex clan di Allen. Un’altra delle figlie adottive di Mia Farrow, Dylan, a dicembre 2017 tornò in scena con le sue accuse di averla molestata quando era una bambina di soli sette anni. Accuse davvero infamanti, che erano già uscite ai tempi della fine del matrimonio tra Woody e Mia e che sono costate al regista la perdita di ogni tutela genitoriale nei confronti di Dylan. Ma anche accuse che non sono mai state provate in maniera incontrovertibile, al di là di ogni ragionevole dubbio. Lo stesso giudice incaricato di decidere dell’affidamento della bambina, Elliot Wilk, scrisse nella sentenza: “Probabilmente non sapremo mai cos’è successo il 4 agosto 1992. Le dichiarazioni credibili di Ms Farrow […] e Mr Allen provano comunque che l’atteggiamento di Mr Allen verso Dylan è stato scandalosamente inappropriato e che misure devono essere prese per proteggerla”.

Fatto sta che Amazon cancellò l’uscita del film. E che attori e attrici del cast, tra i quali Timothée Chalamet, Rebecca Hall e Selena Gomez donarono larghe somme in beneficenza e ripudiarono la loro partecipazione. “Mi rincresce aver lavorato con lui”, disse la Hall, mentre Chalamet precisò di “non voler tenere alcun guadagno personale proveniente da questa pellicola”.

Credo che Allen se ne sia fatto una ragione… Tanto da aver già finito di girare “Rifkin’s Festival”, una commedia romantica con Gina Gershon, Wallace Shawn e Christoph Waltz. Sarà il cinquantacinquesimo titolo della sua carriera (praticamente uno all’anno, se non ho contato male). Che in fatto di incassi registra un totale di oltre 600 milioni di dollari, con il record suo personale di “Midnight in Paris” del 2011: 153milioni959mila590 dollari complessivi (sempre dati Box Office Mojo).

Altro e ultimo paradosso di questa storia: Box Office Mojo è di proprietà di Amazon dal 2008.