La mia prima volta? 8 novembre 1970, domenica (allora si giocava solo la domenica), il derby: ospita il Milan. Io ragazzino, papà tifosissimo neroazzurro mi porta al mio ballo dei debuttanti alla Scala del calcio. Lo stadio di San Siro. Così chiamato perché come alla Scala si esibivano i grandi cantanti d’opera, della lirica e le stelle della danza classica, a San Siro andavano in scena i tenori di Inter e Milan, due squadre che nel formidabile decennio degli anni Sessanta avevano vinto scudetti e titoli euromondiali a gogò: tre campionati, due coppe dei Campioni e due coppe Intercontinentali per i neroazzurri di Angelo Moratti presidente/Helenio Herrera allenatore, detto il Mago; due scudetti, due Campioni e un’Intercontinentale per i rossoneri dei presidenti Andrea Rizzoli prima, Felice Riva poi e Franco Carraro infine (in quel decennio i cari cugini cambiarono presidenti come Rodolfo Valentino cambiava fidanzate)/Nereo Rocco allenatore, detto elParòn (nel suo amatissimo dialetto furlan).

 

Fu il derby della vergogna, per gli interisti. Tre pappine a zero e a casa in punizione. Io non è che capissi molto, ma la faccia di mio padre quella sì che la ricordo bene… Ma fu anche il derby della (futura rinascita): fu cacciato Heriberto Herrera (il fratello scarso del grande Helenio), che sedeva sulla panchina neroazzurra dall’estate dell’anno prima; con il nuovo allenatore Giovanni Invernizzi cominciò un’altra storia.

 

Il che mi porta alla mia seconda volta in quel di San Siro. Dopo quel debutto così rovinoso, infatti, papà si era ben guardato dal tornare ancora allo stadio con me (voleva probabilmente che non rinnegassi l’acerbissima fede interista per troppa delusione). Fino al fatidico 27 dicembre 1970, quando la beneamata ricevette la Juventus. Era il derby d’Italia, partita di cartello che più di cartello non si può. E fu regalo di Natale posticipato: 2 a 0, gol di Mario “il piede sinistro di Dio” Corso e di Roberto “Bonimba” Boninsegna, centravanti di sfondamento e di stanziamento (rientri a centrocampo per difendere? Ma quando mai, non lo spostavi dall’area avversaria nemmeno con un carro attrezzi) come pochi se ne sono visti in tutta la storia del calcio mondiale. Da lì una memorabile cavalcata, con scudetto vinto già alla terz’ultima giornata, il 2 maggio 1971. Ma soprattutto, missione compiuta per mio padre: ero definitivamente e per sempre diventato interista.

 

Da allora San Siro è stato sinonimo di (praticamente) quasi tutto. Lì ci siamo innamorati baciati incazzati ubriacati fatti canne che erano cannoni. Il pallone era una magia, una calamita irresistibile. Lo stadio, con i suoi due anelli, era la scatola “magica” che quella magia conteneva. Due anelli che erano la fotografia esatta della gerarchia sociale: al primo i sciur delle “tribune” e la classe medio alta nei “distinti”; al secondo la neo-borghesia ambrosiana nata con il boom economico e non ancora diventata alta borghesia, mischiata con il popolo. Non a caso al secondo anello stavano i posti chiamati “popolari”. A chiudere questi “popolari”, le due curve: tana rispettivamente dei tifosi più caldi (non ancora hooligan) di Inter (la curva nord) e Milan (ovviamente la curva sud).

 

Un’iniziazione alla vita, San Siro come stadio di formazione per intere generazioni di milanesi. Per me, grazie non più a mio padre, ma a uno zio bizzarro e gagà. Fratello di mia madre, rossonero fin nel midollo, raccolse da papà il testimone e fu lui a diventare il mio chaperon e il mio cicerone, a San Siro come anche in parte alle cose della vita. La domenica ero spesso suo. Lui usciva direttamente dal Derby (lo storico locale di cabaret, non la partita), a volte accompagnato da stupende fanciulle (al plurale, perché quasi mai una singola signorina durava al suo fianco più di una stagione), un caffè doppio e poi via con la sua banda di storici amici per andare a vedere la partita. Io, pischello ormai quasi adolescente, unico interista in una ghenga a tinte rossonere. E con loro, giovani “ribelli” (non politicamente, ma edonisticamente) alle regole ferree del bravo borghese cominciai a scoprire che cos’era la vita. Sui gradoni di San Siro, lezioni di vita a gratis. Ero il cucciolo da preparare in fretta, prima che la vita potesse scapparmi via e ritrovarmi fregato con moglie figli lavoro cane o gatto mutui ecc…

 

E poi, diventato un giovane tardo adolescente, sempre a San Siro, la politica. Correvamo verso la fine del glorioso decennio rivoluzionario degli anni Settanta. Con un gruppo di compagni tentammo di dare una risposta alla curva nord storicamente fascista, ai Boys SaN (dove SaN stava per Squadre di azione Neroazzurra, dalle famigerate SaM, squadre di azione Mussolini). Facemmo Potere neroazzurro. Un disastro totale. Fummo cacciati dal secondo anello ignominiosamente, i rapporti di forza erano davvero a nostro favore e non reggemmo lo scontro con le falangi dei boys. Finimmo tristemente in un angolo dei “distinti”. E fine della storia di una possibile curva di “sinistra” interista. Con un’invidia montante per i cugini della Sud, e le loro Brigate rossonere.

 

E poi si crebbe. Si diventò adulti. Ma non si tradì mai l’amore per il nostro San Siro. Con i primi stipendi ci si regalava l’ABBONAMENTO. Ovvio, secondo anello, “popolari”. Dal quale tra l’altro (è storia, non opinione) si vedeva e si vede molto meglio la partita. Al primo anello eri praticamente in campo, è vero. Ma dal secondo si guardava la partita nel suo complesso, con visione larga, a tutto tondo. Insomma, il secondo era l’anello della “competenza”. Con i suoi gradoni di cemento, che diventavano un inferno nelle tante domeniche di pioggia o neve di quegli anni. Per gli ombrelli degli altri che ti sgocciolavano addosso acqua a catinelle e ti facevano vedere quasi nulla di ciò che succedeva in campo. Per il cuscinetto che diventava presto inservibile, zuppo fradicio (ma c’era chi astutamente lo copriva con un sacchetto per tenerlo asciutto). E, se eri contrario agli ombrelli come eravamo ovviamente noi, con delle mantelline – che vendevano fuori dallo stadio a prezzo di rapina astutissimi mercanti – di plastica così sottile che si riempivano di buchi solo indossandole.

 

E poi vennero i mondiali di Italia ’90. E con loro i nuovi stadi per ospitare degnamente l’evento. (E anche una serie di scandali di corruzione e manleva negli appalti dedicati, ma questa è un’altra storia). Anche il nostro, il mio, San Siro cambiò volto. Con il famigerato terzo anello. La sede del lumpenproletariat calcistico. Un infame cerchio nel cielo, da dove si vedevano al più dei francobolli in campo. Nemmeno il binocolo da loggione della Scala aiutava: troppo mirato sulla singola azione, sul singolo giocatore, per poter godere della partita nel suo insieme (parlo per esperienza diretta, per le traversie della vita anche a me e al mio gruppo di amici interisti capitò di dover fare l’abbonamento al terzo anello).

 

A cavallo di questo discrimine temporale ed edilizio, la durissima epopea per noi neroazzurri del Milan “stellare” di Arrigo Sacchi prima e degli “invincibili” di Fabio Capello. San Siro era sempre casa nostra, ma lo era molto molto molto molto di più per loro. I cugini rossoneri. Anni e anni di vacche magrissime, per noi (con però la perla dello scudetto dei record con il Trap in panchina, campionato 1988/1989). Per loro lo scintillio di aver segnato un’epoca del calcio mondiale. Resistemmo, mangiando polvere ingiurie e preseingiro.

 

E poi, la rivalsa. Gli anni Duemila. L’Inter di Mancini e di Mourinho, del presidente Massimo Moratti (figlio di Angelo, il già citato numero uno dei trionfi italianieuromondiali degli anni Sessanta), che portò all’acme della Champions League (la vecchia coppa dei Campioni rivisitata per esigenze di business) vinta a Madrid nell’anno del Triplete. Il magico 2010. (Incidentalmente furono anche gli anni di Calciopoli, che portarono l’odiatissima Juventus in serie B per la prima volta nella sua storia).

 

Ma San Siro non è solo la Scala del calcio. E’ anche il luogo di happening musicali che hanno segnato la storia di Milano. E non solo. Su tutti, uno: 29 giugno 1980, il concerto di Bob Marley.

Data speciale perché segna il ritorno in Italia dei grandi concerti, dopo che per anni il nostro Paese era finito all’indice per gli “espropri proletari” e gli sfondamenti di cancelli e servizi d’ordine al grido di “la musica è per tutti e deve essere gratuita”. Con l’inferno del palco del Vigorelli incendiato nel 1971 durante la performance dei Led Zeppelin.

 

E anche quel giorno, a San Siro, io c’ero. C’ero e facevo il servizio d’ordine interno. Giocammo a calcio sul mitico prato con i Wailersdurante il sound check e Bob che dal palco ci guardava e rollava cannoni da coma. Si stava facendo la Storia e non lo sapevamo. L’Italia rientrava nel giro e ben presto sarebbe diventata l’Eldorado del rock (e del pop, e del reggae, e del punk e via discorrendo di ogni genere musicale). Dal vivo. Una Storia rigorosamente con la maiuscola, perché non si trattava solo di intrattenimento. Era il segnale che stava cambiando un’epoca. E il cambiamento cominciava lì, quel giorno d’estate del 1980. A San Siro.

 

Insomma, oggi che la Sovrintendenza lombarda ne ha decretato la morte (potrà essere abbattuto, “non ha alcun interesse culturale”), dando forse il via libera finale alla costruzione del nuovo stadio, non potevamo che scriverne il necrologio. Forse, speriamo, un necrologio anticipato (ci sono forti dubbi nella amministrazione di Sala su tutta l’operazione, per saperne di più leggere qui http://davidgentilids.blogspot.com/2020/05/le-societa-milan-e-inter-proseguono-non.html?m=1

) e che volentieri cancelleremo dall’archivio di EstremeConseguenze se San Siro dovesse miracolosamente sopravvivere a questo destino che pare sempre più segnato. Ma è un necrologio dovuto, perché con la sua probabile futura scomparsa, un po’ muore anche la memoria di Milano.

 

Caro San Siro, che ti sia lieve la terra.

 

Colonna sonora di questo articolo: Luci a San Siro di Roberto Vecchioni https://www.youtube.com/watch?v=xHciCj8pi8s

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

Commenta con Facebook