Andrea Artoni, ematologo al Policlinico di Milano, ci ha raccontato due mesi di emergenza Covid dal reparto di terapia intensiva. Abbiamo visto malati e personale medico con i suoi occhi. Finalmente Andrea può togliersi ‘scafandro’ e protezioni e tornare a respirare. Noi con lui, ringraziandolo delle sue parole ma sopratutto del suo lavoro, della dedizione agli altri, suo e di centinaia di altri

La redazione di EC

Milano ha riaperto. Bar (che emozione il primo cappuccino!) negozi parchi giochi. Poi ci sono i pochi irriducibili come il sottoscritto che sta facendo notte in un reparto Covid. Si siamo ancora qua.

La sensazione é un po’ quella dei soldati giapponesi che si rendono conto dopo anni che la guerra é finita. Ci sentiamo anacronistici e un po’ fuori luogo sotto le nostre mascherine, doppio guanto, doppio camice visiera e cuffia. Abbiamo paura di disturbare la narrativa corrente, ottimismo e ripartenza!

C’é anche una certa dose di stanchezza. Due mesi e mezzo di questa vita é fisicamente pesante. Non si stacca mai, a un certo punto l’adrenalina finisce. Siamo in riserva e iniziamo a perdere qualche pezzo per strada.

É stato un periodo emotivamente intenso e difficile. Troppi morti. Troppo carico su di noi. Troppe volte sentirsi dire dal marito confinato a casa tenga per me la mano di mia moglie e le dia una carezza per me. Ci siamo commossi tutti tante volte, anche quelli che fanno i duri e i burberi. Ognuno ha adottato dei parenti e cercato via telefono di instaurare un rapporto, professionale e affettuoso. Le telefonate emotivamente difficili le facevamo nel nostro giardino degli ulivi, me le ricordo tutte, una a una.

Tante decisioni difficili. I pazienti che avevano speranze su cui investire e quelli che no, arriviamo al massimo fino a qua. Tante tante volte.

Come ne siamo venuti fuori? Siamo stati un gruppo, decisioni ragionate, discusse e condivise. Ore a darci consegne di tutti i pazienti (anche se al momento l’unica cosa che vuoi fare finito il turno é andartene) a spaccare il capello in quattro. E soprattutto a lasciare in tutti la sensazione che le decisioni prese erano sulle spalle di tutti.

Penso possiamo essere orgogliosi del lavoro che abbiamo fatto assieme. Abbiamo affrontato questa cosa mostruosa e inaudita e in poche settimane siamo riusciti a dare un senso, stravolgendo il nostro modo di lavorare. Resilienza umiltà umanità lavoro di gruppo, così l’abbiamo tirata fuori.

Non solo io mi sento il soldato giapponese, ma se guardo gli ultimi pazienti sono davvero dei reduci. Due li ho accettati io la prima notte, all’inizio di marzo. Sono ancora qua. Uno é ormai la mascotte del reparto, tossicodipendente, senza fissa dimora, in questi due mesi ci ha sfinito di storie assurde come quando completamente fatto si é addormentato su una nave da carico ad Amsterdam ed si é trovato a Capo Nord. Mangiando una media di 5 budini al giorno. Anche per lui abbiamo fatto qualcosa.

Notizia di due ore fa che il reparto chiude. É finita questa fase. Passiamo dal rosso al grigio. Emozione.

Lunedi ci troviamo a fare la foto tutti assieme. Colleghi da una vita e amici nuovi. Sarà un legame che rimarrà. Vi porterò tutti nel cuore come porterò dentro i pazienti, sono stati davvero il motivo e la forza che ci hanno fatto andare avanti, malgrado alcune scellerate scelte di chi ci doveva amministrare. Una pezza gli ospedali l’hanno messa, ma il primo scopo della sanità dovrebbe essere di non fare ammalare la gente.

Grazie a tutti quelli che mi sono stati vicini. La mia famiglia il posto sicuro dove tornare a casa ogni sera in quelle giornate pazzesche. A quelli che mi hanno dato sostegno e affetto. Ai nostri infermieri, senza il loro sacrificio non so cosa sarebbe successo. Agli amici di una vita, ora si che ce la facciamo una birretta!

Queste pagine sono state terapeutiche per me, non riuscivo a raccontare in altro modo quello che succedeva lì dentro. Spero davvero di non scrivere mai più di Covid.

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ematologo - Policlinico di Milano

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