Oggi, 22 maggio 2020, mio padre, Walter, compie 70 anni. Oggi sono tre mesi da quando è iniziata quella strana influenza, quella che oggi fa si che io sia un “sospetto covid”. Sospetto perché, quando mancano pochi giorni al mio centesimo da quarantenato, di tamponi e test sierologici ne ho sentito solo parlare e parlare a vanvera.

Il modello lombardo, sul quale tanto oggi si scrive sui quotidiani, dopo che Riccardo Ricciardi ne ha detto peste e corna in Parlamento, per me è questa cosa qui: tre mesi di attesa per sapere se sono o non sono malato, se sono o non sono contagioso, se sono o non sono pericoloso per gli altri.

Cosa cambia? Tutto. Non vedo i miei figli da fine febbraio. Le pesti che con me passano metà della loro vita da sempre, sono diventati immagini da videochiamata. Il mio compleanno, lo scorso 2 marzo, lo abbiamo fatto con i due preadolescenti che davanti alla videocamera scartavano il mio regalo e mi mostravano i loro biglietti di auguri. Allora sembrava ancora un gioco. Oggi faremo la stessa cosa per i 70 anni del nonno. Nel frattempo abbiamo snocciolato ogni tipo di festa, da quella del papà al 25 aprile, a giorni così festeggeremo il compleanno della grande.

Ho letto di ogni sul tema “l’amore ai tempi del coronavirus”. Pare che in migliaia si connettano in videochiamata e si scambino immagini di pezzi dei loro corpi. Per me è stato lo scambio delle foto del saturimetro. Anzi solo di quelle buone, perché quando il rapporto diventa uno scambio di messaggi che hanno sempre sottesa la domanda “come stai?”, la tua risposta vuole sempre essere rassicurante: “bene” e a corollario l’immagine che dice che stai respirando.

Ovviamente è tutto sbagliato. Dovresti confessare che stai male e punto. Stai male perché la saturazione è andata troppo vicino a 90, anche se tu hai mandato la foto di quando era a 95. Stai male perché sei solo e sei malato e quando ti è girata la testa hai pensato: “se mi succede qualcosa, chi se ne accorge?”. E la stessa cosa ti sei detto quando ti sei svegliato nel cuore della notte sudato e le pulsazioni a 180 e per due ore lì sono restate. Sei solo davanti alle bollette e al conto corrente che gira inesorabile come un countdown al termine del quale c’è il nulla. Sei solo davanti alla decisione se chiamare o meno l’ambulanza.

L’ambulanza è arrivata sabato scorso. Piegato in due dai dolori, la respirazione affannosa, non avevo alternativa. La formula “sospetto covid”, detta al 118, ha ovviamente complicato tutto. Mentre guardavo la soccorritrice, bardata come una mummia, entrare in casa mia, ammetto che mi sono detto: finalmente saprò.

L’esperienza all’ospedale San Paolo di Milano va a braccetto con tre sensazioni. La prima è l’umanità. Co-co-co-covid cantilenava un camice bianco che, per far sorridere gli occhi spaventati di tanti, imitava, varcando la porta del reparto infettati o presunti tali, il verso di una gallina. Facendo diventare ridicolo il nome di un virus letale. Un sorriso strappato che era una coccola di leggerezza tra tante frasi di partecipata solidarietà a chi arrancava a ogni respiro. La seconda è paura. Gli occhi persi di chi respira da dentro un casco trasparente sono ricordo indelebile di terrore. Nella mia notte da ospedalizzato, la mia veglia, mentre venivo portato da un medico a un altro, era accompagnata dagli occhi spauriti e sempre spalancati deformati da quei caschi che ricordano quelli degli astronauti dei cartoni animati degli anni settanta. L’ultima sensazione è l’incredulità. “I tamponi li decide l’ATS”. 90 giorni di sospetto covid, entro in un ospedale, faccio lastre ed esami del sangue, e non mi viene fatto un tampone o un test sierologico.

Esci da un reparto covid e, arrivato in ambulanza con mille accorgimenti e protezioni anti contagio, torni a casa con mezzi propri, puoi fare quello che più ti è comodo. Taxi, mezzo pubblico, una passeggiata. Sorpresi? Mai quanto me.

Ho un buon medico di base, ormai un’amica. La chiamo per aggiornarla della mia avventura, ma anche per essere rassicurato sulla fine della quarantena. Dall’ospedale sono uscito con la prescrizione di ecografie che, diciamo così, avrei una certa urgenza di fare. L’assenza di tamponi e test, poi, mi hanno fatto optare definitivamente per la via privata. Costi quel che costi devo, voglio, pretendo di sapere se sono o no covid. Se posso tornare alla mia vita o a quel che ne rimane dopo tre mesi di stop. E qui accade l’imprevedibile: la mia quarantena è stata prolungata dall’ospedale di altre due settimane. “Riacutizzarsi dei sintomi da covid”. 90 giorni. Non ho fatto un test o un tampone che sia uno, ma la mia vita resta quella di un malato di covid.

Tre mesi di quarantena, tre mesi di tête-à-tête con una malattia che ha ammazzato decine di migliaia di persone, ti cambiano la vita. Ti stravolgono la visione e la prospettiva. Saccheggiano i rapporti d’amore. Disarticolano i rapporti sociali. Massacrano le economie passate e vanificano le progettualità che avevi messo in campo. E se è normale che accada con una brutta patologia, è assurdo che questo succeda per l’inefficienza di un sistema, il sistema lombardo, che non riesce in tre mesi a dirti se da sospetto sei diventato un positivo covid. Il resto, vi assicuro, sono chiacchiere da bar.

Un po’ di anni fa trovai su una bancarella un opuscoletto. Lo portai via per una pipa di tabacco. Allora decisi che sarebbe stato il regalo per i settant’anni di mio padre. È una delle primissime edizioni italiane di un libro che, diffusosi come un virus, ha cambiato la storia dell’umanità. “Uno spettro si aggira per l’Europa…”. Auguri papà.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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