Covid-19 e infortuni sul lavoro, un tema molto dibattuto con l’avvio della fase 2 e la ripresa in massa dell’attività lavorativa. La posizione dell’INAIL è stata ampiamente chiarita dalla circolare del 20 maggio scorso: “Si tratta della riaffermazione di principi vigenti da decenni – scriveva il Sole24Ore in un articolo del 21 maggio – . Le patologie infettive contratte in occasione di lavoro sono da sempre, infatti, inquadrate come infortunio sul lavoro poiché la causa virulenta viene equiparata alla causa violenta propria dell’infortunio, anche quando i suoi effetti si manifestano dopo un certo tempo”. Quindi, nel caso in cui sussista una ragionevole probabilità, scatta la tutela, senza che ciò incida sul premio assicurativo, come ha spiegato Agatino Cariola, direttore per il rapporto assicurativo dell’INAIL, ospite di Rai Radio1 a ‘Giorno per giorno’.

La posizione del ministero del Lavoro, dopo le polemiche, è che sia meglio studiare una norma che chiarisca in maniera definitiva la responsabilità dei contagi, pur anticipando che, come scriveva il quotidiano di via Monterosa il 21 maggio,il mero riconoscimento dell’infortunio sul lavoro non agevola in alcun modo l’accertamento della responsabilità del datore di lavoro, né crea una presunzione in tal senso”.

E sul punto, in un emendamento al DL Liquidità, il ministero del lavoro ha proposto l’inserimento di una previsione normativa che rispecchia quanto sopra detto.  “Ai fini della tutela contro il rischio di contagio da SARS-CoV-2 – scriveva il Sole24Ore il 22 maggio  – i datori di lavoro pubblici e privati adempiono all’obbligo di cui all’articolo 2087 del codice civile mediante l’applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 fra il Governo e le parti sociali e successive modificazioni e integrazioni, e negli altri protocolli e linee guida di cui all’articolo 1, comma 14, del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, nonché mediante l’adozione e il mantenimento delle misure ivi previste. Qualora non trovino applicazione le predette prescrizioni, rilevano le misure contenute nei protocolli o accordi di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” .

Ora, per chi frequenta le aule delle sezioni lavoro dei Tribunali, è lapalissiana la ragionevolezza di una norma come questa, posto che, per andare esenti da responsabilità, ai datori di lavoro non potranno essere richieste misure di prevenzione che nemmeno i tecnici e gli esperti, oggi coinvolti, siano stati in grado di individuare.

Il nodo gordiano si avvinghia attorno alla disamina dell’art. 2087 c.c., quale norma di chiusura del sistema normativo con particolare riferimento al contenuto dell’obbligo di protezione imposto a carico del datore di lavoro.

Il legislatore rinvia ad una norma generica e non definita la determinazione di compiti di tutela, la cui omissione comporta non solamente conseguenze civilistiche in tema di risarcimento danni, bensì anche la definizione di un precetto penale la cui violazione si sostanzia nella commissione di un reato. Reato che potrebbe essere individuato nelle lesioni colpose aggravate o addirittura nell’omicidio colposo.

La norma, indefinita e che non rimanda ad alcuna previsione positiva di legge o di regolamento, bensì impone obblighi aggiuntivi e non facilmente predefinibili, rischia pertanto di trasmodare in una forma di responsabilità oggettiva. Il rischio che si corre è, cioè, che il semplice fatto che si sia verificato un evento lesivo per lavoratore diventi la prova provata che il datore di lavoro non ha predisposto tutte le tutele del caso, e l’evento dannoso venga per ciò solo posto a suo carico attraverso lo strumento di cui all’art. 2087 del codice civile. Tutto ciò, per quanto comprensibile, rischia di forzare questa norma al di là dei suoi limiti costituzionali, e di farla divenire norma fonte di responsabilità (anche penale), “in bianco”.

Questo problema è stato già affrontato dalla Corte Costituzionale con la nota sentenza n. 312/96 – purtroppo raramente recepita nelle aule di tribunale – che assume particolare importanza proprio perché cerca di delimitare gli obblighi “aggiuntivi” che incombono sul datore di lavoro ex art. 2087 c.c.. La sentenza dice che “è da ritenere che laddove si parla di misure ‘concretamente attuabili’, il legislatore si riferisca alle misure che, nei diversi settori e nelle diverse lavorazioni, corrispondono ad applicazioni tecnologiche generalmente praticate e ad accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti, sicché penalmente censurata sia soltanto la deviazione dei comportamenti dell’imprenditore dagli standard di sicurezza propri in concreto e al momento, delle diverse attività produttive”. Ragione per cui “ci si dovrà chiedere non tanto se una determinata misura sia compresa nel patrimonio di conoscenze nei diversi settori, ma se essa sia accolta negli standard di produzione industriale o specificamente prescritta”. Cioè a dire, la Corte si è preoccupata di stabilire, a fronte di norme come l’art. 2087 c.c. che rinviano ad obblighi indeterminati di tutela, quale sia il limite di diligenza e tutela concretamente esigibile dal datore di lavoro, la cosiddetta massima sicurezza tecnologicamente fattibile, tutte le volte che difettino norme determinate di tutela cui far riferimento per le lavorazioni pericolose.

Identificare in concreto e con certezza gli obblighi aggiuntivi imposti dall’art 2087 c.c., diviene dunque fondamentale poiché ci troveremmo altrimenti di fronte ad una violazione del principio di certezza del diritto e, nel campo del diritto penale, di legalità. Va ricordato, infatti, che nullum crimen sine lege, nessun reato ci può essere senza una legge che lo preveda.

Già nel lontano 2001, poi, è intervenuta la Cassazione stabilendo che “l’ampio ambito applicativo dell’art. 2087 c.c. non può essere dilatato fino a comprendervi ogni ipotesi di danno sull’assunto che comunque il rischio non si sarebbe verificato in presenza di ulteriori accorgimenti di valido contrasto, perché in tal modo si perverrebbe all’abnorme applicazione di un principio di responsabilità oggettiva ancorata sul presupposto teorico secondo cui il verificarsi dell‘evento costituisce circostanza che assurge in ogni caso ad inequivoca riprova del mancato uso dei mezzi tecnici più evoluti del momento“.

Diviene pertanto essenziale valutare la legislazione vigente all’epoca del fatto, il grado di protezione e le tecnologie utilizzate dagli operatori del settore, la prevedibilità – e cioè la conoscenza – degli effetti in relazione alla specifica patologia e la prevedibilità ex ante da parte del datore di lavoro di tali effetti, alla luce delle conoscenze universalmente note all’epoca. Punti fondamentali per poter valutare quale sia la condotta non già in astratto ed in assoluto esigibile dal datore di lavoro, ma alla luce della legislazione all’epoca vigente e in base a principi di tutela concretamente e universalmente adottati dagli operatori del settore.

In questo modo, per il datore di lavoro, la prova liberatoria di ogni responsabilità non sarebbe certo “diabolica”, dal momento che si potrebbe dimostrare di aver adottato, nel rispetto delle prescrizioni legali, gli accorgimenti di sicurezza e prevenzione che all’epoca dei fatti la comune opinione imprenditoriale e commerciale riteneva più idonee per la sicurezza. Solo se non lo avesse fatto, infatti, si sarebbe rientrati in quell’“alto grado di probabilità logica o di credibilità nazionale che la giurisprudenza pone a base della determinazione del nesso di causalità nei reati omissivi.

Queste considerazioni devono necessariamente condurre all’esclusione della responsabilità in capo al datore di lavoro, anche considerando il profilo di responsabilità oggettiva che sta a presidio delle norme di prevenzione sul lavoro, e che si ancorano all’art. 2087 c.c., dal quale appunto ci si libera adottando tutte le misure offerte dalla tecnica e a propria disposizione secondo le circostanze del caso.

Il sentore di un problema che all’epoca degli accadimenti non aveva basi fondate per la predisposizione di criteri di prevenzione ad hoc, non può essere domani l’origine di una responsabilità per colpa in capo al datore di lavoro. E ciò per il fatto che eventuali danni si potranno riscontrare, purtroppo, solo a posteriori, dato che ad oggi ancora sussistono informazioni parziali tali da poter solo limitare il contagio.

Dunque, dal dovere di prevenzione imposto al datore di lavoro dall’art. 2087 c.c. – che non configura una ipotesi di responsabilità oggettiva – si evince che l’esistenza della responsabilità del datore di lavoro non può essere correlata al verificarsi di un danno, ma deve necessariamente discendere da una violazione, per colpa, di obblighi di comportamento imposti da norme di legge o da norme tecniche, espressamente individuate.

Ne consegue che, applicando le regole generali in materia di onere della prova, l’obbligo datoriale di provare di avere adottato ogni misura idonea ad evitare l’evento sorge solo successivamente alla dimostrazione, da parte del lavoratore, del danno da quest’ultimo subito e del nesso di causalità tra il pregiudizio e la mancata adozione dì determinate e specifiche misure di sicurezza.

In altre parole, la parte ricorrente non può e non potrà limitarsi ad affermare che l’evento pregiudizievole si è verificato durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, ma occorre ed occorrerà che dimostri che l’evento sia ricollegabile ad una determinata e specifica condotta colposa del datore di lavoro nel non aver adottato le misure offerte dalla tecnica e a propria disposizione secondo le circostanze del caso. Speriamo che questa sia la base delle eventuali future pronunce

 

(Foto Infortunio sul lavoro, Altamura di Francesco Saverio)

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

avvocato giuslavorista

Susanna Carinci avvocato giuslavorista nata a Bologna dove ha studiato e vissuto, salvo per una felice parentesi Milanese. Dal 2007 lavora presso lo studio legale del Prof. Franco Carinci, padre e mentore che le ha trasmesso la passione per la materia. Ha avviato la partnership con lo Studio LABLAW Studio Legale Failla Rotondi & Partners per la sede di Bologna.

Commenta con Facebook