A Milano dici Quilleri e lo traduci immediatamente in “cinema”. Intesi come sale per la proiezione dei film. Insieme a Lionelli Cerri, ras dell’impero Anteo, i Quilleri sono infatti l’altro grande cognome di cinematografari meneghini (e non solo: oggi possiedono una trentina di schermi tra Milano, Brescia e Crema) sopravvissuto alla strage di esercenti degli ultimi decenni, che ha visto scomparire gran parte delle realtà indipendenti, dei monoesercenti, delle seconde visioni, dei d’essai, delle famiglie proprietarie di cinema per consegnare il mercato a pochi grandi marchi e alle multisale. Quindi se Tomaso Quilleri dice “a queste condizioni, il 15 giugno non riapriamo”, c’è da aprire bene le orecchie e chiedergli perché.

“Fermo restando che lasciamo libertà di scelta al singolo esercente (Quilleri è anche vicepresidente nazionale dell’Anec, l’associazione di categoria), la linea politica dell’Anec è quella di non riaprire. I protocolli per la gestione del pubblico in sicurezza fissati dal decreto sono irricevibili, lo abbiamo già fatto presente al governo con una lettera che ne chiede la revisione. Se non saranno alleggeriti, come è successo per altre categorie come bar e ristoranti con la mediazione del tavolo fra Regione ed esecutivo, non ripartiremo”.

Irricevibili. Lo stesso aggettivo che usa Mario Lorini, che dell’Anec è il presidente. “Prefigurano un’insostenibilità economica e operativa che può minare il riavvio del settore. Come Anec abbiamo accettato la data per la ripartenza al 15 giugno, ma le condizioni che ci hanno posto sono un capestro: risultano inspiegabilmente penalizzanti e costituiscono anche un problema di immagine, oltre che economico, per il comparto”. Per restare ad esempio in Lombardia, i tre mesi di “clausura” per SarsCov2 significano a oggi circa 35 milioni di euro di incassi perduti.

Cambiando schermo, non cambia il film. Nell’altra capitale del cinema italiano, Roma, il lamento è infatti lo stesso. “Al momento sono norme proibitive e contiamo sul fatto che, con il passare dei giorni e la diminuzione dei contagi, possano allentarsi”, conferma Piera Bernaschi, presidente dell’Anec del Lazio. Che poi aggiunge un altro elemento di grande criticità: “Il Mibact (il ministero di Franceschini) ha stanziato un fondo di emergenza, ma finora i fondi sono andati solo ai teatri e agli artisti. Vero, ci hanno dato la cassa integrazione, il 90% dei nostri addetti non ha però visto ancora un euro. Infine, sarebbe un segnale importante se, almeno per 6 mesi, i Comuni sospendessero Imu e Tari per noi”.

Irricevibili, dunque. Da Milano a Roma. In concreto, perché? “La distanza interpersonale di un metro prescritta non tiene presente i gruppi sociali, sdoganati invece per i ristoranti”, dettaglia irritato Quilleri. “Che senso avrebbe sedersi lontani per le famiglie con bambini o per le coppie, che sono la stragrande maggioranza dei nostri spettatori? E ci impediscono pure di vendere popcorn e bevande: se possiamo sederci a consumarli al tavolino di un bar, perché no in una sala cinematografica?”. Oddio, da vecchio aficionado frequentatore, impedire il molestissimo ruminare popcorn e l’ancora più irritante risucchio delle cannucce è misura di “igiene” culturale assolutamente condivisibile: chi vuole guardare un film sgranocchiando e commentando e rumoreggiando in varie maniere, se lo veda comodo comodo a casa sua. Il cinema è silenzio e buio, è un film da godersi senza rumori molesti. Ma evidentemente gli esercenti, oltre che “cinefili”, sono anche commercianti che vendono un prodotto. E gradiscono averne un profitto.

I popcorn sembrano parte fondamentale di questo profitto, visto che pure Bernaschi da Roma ci picchia su: “Il decreto del governo ci impedisce di vendere alimenti e bevande, una vera assurdità. Unita al fatto che potremo occupare solo il 30% della capienza delle sale per garantire il distanziamento, che dopo ogni spettacolo dobbiamo sanificare, con un costo di 400 euro minimo, che dovremo rifare l’impianto di aria condizionata e assumere nuovi operatori per il controllo dei servizi igienici e misurare la temperatura all’entrata. Ecco, se tutto questo dovesse essere riconfermato, credo che nessuno sarà in grado di riaprire”.

Siccome, per la legge di Murphy, le disgrazie non vengono mai da sole, Quilleri aggiunge un altro problema ancora: “In assenza di prospettive di profitto, nessun distributore ci fornirà i film”. Addirittura? “Il punto fondamentale è l’appeal che la sala può avere. Il distanziamento dei posti e l’uso obbligatorio della mascherina per tutto il tempo, che al bar o al ristorante si può ovviamente togliere per bere e mangiare, minano l’idea stessa di socialità legata alla fruizione del cinema e renderebbe la nostra attività inaccettabile al pubblico. Riaprire sarà per noi comunque uno sforzo in probabile perdita, ma il punto è farlo dando allo spettatore l’immagine che la sala si merita: non un lazzaretto, ma un posto salubre dove passare il tempo con amici e familiari in sicurezza”.

Per fortuna stiamo andando meteorologicamente verso l’estate. Che significa arene all’aperto. Ormai una realtà significativa dell’offerta cinematografica per i mesi che vanno da giugno a settembre, dal nord al sud della penisola. Sbagliato! Anche qui gli esercenti sono pronti a scendere sul piede di guerra. Nel caso delle arene estive, se gratuite. “Sconcertante, uno schiaffo in faccia e un insulto a tutti gli esercenti romani che stanno affrontando una situazione drammatica nel tentativo estremo di risollevarsi”, tuona Bernaschi a proposito della decisione della regione Lazio di autorizzare l’apertura, come gli anni passati, dei cinema all’aperto e gratis di piazza San Cosimato, Ostia e Cervelletta. Dimenticando, però, che la stessa Regione ha confermato che darà un contributo del 40% del costo dell’affitto per le sale cinematografiche chiuse per lockdown, quindi per questi ultimi tre mesi. Aiuto concreto, non pizza e fichi, come si dice a Roma.

“Immagini il settore della ristorazione o del turismo: mentre tentano di reagire a questo cataclisma, “qualcuno” gli apre accanto guest house o ristoranti dove si può accedere senza pagare. Avevamo chiesto due cose al Comune: comprare dei pacchetti di biglietti per poi donarli a chi appartiene alle fasce di reddito più basse. E, per quest’anno, sospendere le rassegne gratuite di film all’aperto. Ma non siamo stati ascoltati”, conclude la sua filippica Bernaschi.

La risposta senza se e senza ma è di Valerio Carocci, che con la sua associazione Piccolo America gestisce quelle tre arene. “Come ci sono le mense gratuite per chi ha difficoltà economiche, così c’è anche il nostro servizio di intrattenimento gratis. E quest’anno sentiamo che i nostri eventi stanno assumendo una valenza più alta del semplice spettacolo cinematografico. Così come lavorano gli esercenti del circuito privato, lavoriamo anche noi. Occupiamo 80 ragazzi, versiamo 55mila euro a stagione ai distributori e paghiamo al Comune 15mila euro di occupazione suolo pubblico». Sulla programmazione dei film, poi, Carocci precisa che nelle arene si proiettano solo opere di retrospettiva: «Come si fa a mettere in concorrenza Sinfonia d’Autunno di Bergman, uscito nel 1978, con il nuovo Men in Black? Sono due cose diverse. E in più, con i distributori c’è un accordo per trasmettere i trailer dei film dell’autunno”. E Carocci va in gol, 1 a 0 per il Piccolo America.

A Milano il problema invece non si pone, visto che il mercato delle arene estive è monopolizzato da Cerri con i suoi Arianteo. Ovvero, il cinema all’aperto targato Anteo, nato ormai quasi trent’anni fa nella meravigliosa sede della rotonda della Besana e diventato in questi decenni una realtà che varia dalle 3 alle 5 diverse arene a seconda delle estati: i suoi Arianteo sono veri e propri cinema, con regolare biglietto, sia pure in versione en plein air. La stagione milanese dovrebbe partire proprio il 15 giugno, sempre che non ci sia una recrudescenza del contagio da coronavirus in città e in regione, fanno sapere dall’Anteo.

E sempre dall’Anteo comunicano però che “dal 26 maggio gli spettatori potranno tornare a ‘restare in sala’, all’Anteo”. Grazie a #iorestoinsala, un’iniziativa per la riapertura virtuale a cui hanno aderito oltre 70 cinema di tutta Italia. In cartellone “prime visioni e film dell’ultima stagione cinematografica, ma anche grandi successi del passato, oltre a lezioni di cinema, approfondimenti e saluti in sala con i protagonisti del cinema italiano. #iorestoinsala vuol dire acquistare il biglietto sul nostro sito, in cambio lo spettatore riceverà il codice corrispondente al posto assegnato nella sala virtuale dell’Anteo”. E così sarà per tutti gli altri cinema italiani che hanno aderito.

Da #iorestoacasa a #iorestoinsala, dunque. Un primo timido segnale per tutti gli amanti del cinema. Certo, niente mega surround system, luci che si spengono e la magia che si accende sul grande schermo. Ma pur sempre meglio del buio totale di questi ultimi tre mesi. E niente popcorn.

 

( foto: Breve storia del cinema )

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

Commenta con Facebook