Un po’ di mesi fa, mi è stato chiesto di tenere delle video lezioni sul giornalismo a delle ragazzine e a dei ragazzini delle scuole elementari, di portare in digitale quel che tante volte ho fatto nelle classi primarie e non solo: ho cortesemente declinato. Perché? “Facile – ho risposto a chi me lo domandava con affettuosa insistenza, quasi a sconfiggere una mia timidezza – non sono capace”. Ora lo posso confessare, era una mezza verità. Nel senso che la questione era ed è più complessa. Trasformare in video lezioni il ciclo di incontri che, normalmente, porto tra i banchi, sarebbe stato un lavoro per nulla improvvisabile e che avrebbe dovuto scontare una serie di problematiche che vanno da quelle tecnologiche a quelle comunicative o, didattiche, se preferite.

Internet a casa mia, quando va, va a singhiozzo. Il computer con il quale scrivo avrebbe bisogno di essere resettato o cambiato. Le piattaforme di didattica a distanza sono un milione e non le conosco. A differenza che i millennials, figlia e figlio miei compresi, per me lo smartphone è un telefonino che fa altre cose, per loro è un device che si può usare anche per telefonare.

Uno degli ultimi film che ho visto al cinema, quando ancora si andava al cinema, è stato il bellissimo “Sorry we missed you” di Ken Loach. Non spoilero nulla nel dire che a un certo punto il padre, protagonista della pellicola, sequestra il cellulare, pardon, lo smartphone al figlio e ne nasce un dramma. La moglie gli dice, la traduco alla carlona: “lì dentro c’è il suo mondo, non puoi portare via il mondo a tuo figlio”.

Ecco, dentro il mio telefono c’è una rubrica con infiniti nomi e numeri, un sacco di foto dei miei cuccioli, qualche video sgranato. Fine. Whatsapp è diventato strumento imprescindibile per via delle chat di classe dei miei figli, ma giuro che gli sms mi sembravano già più che sufficienti. Per il resto. “Pronto, come stai?”, “Pronto chi parla?”, “Ciao, quanto tempo?”.

Se i miei figli sono la generazione digitale, io appartengo a buon diritto a quella telefonica. Quella della vicina che batteva sul muro perché tenevo la linea del duplex occupata. Quella di mamma e papà a presentarmi la bolletta esterrefatti delle ore di addebito. Quella dell’indimenticato spot “una telefonata ti salva la vita”. Quella con qualche gettone nel portamonete, “che non si sa mai”. Quella di tante e tanti insegnanti, maestre e maestri, professoresse e professori.

Excusatio non petita, accusatio manifesta? No, non sono un sindacalista del corpo docente, né mi candido ad avvocato o portavoce della categoria, ma questi sono i fatti. La didattica a distanza, in questa nostra Italia virulenta, la si è improvvisata, la si è lasciata alla volontà e alle competenze personali delle e degli insegnanti. Non li si è dotati istituzionalmente degli strumenti professionali e tecnici necessari. Il fallimento era scontato, impensabile il contrario.

Non lo scrivo solo da docente occasionale mancato, ma lo affermo anche da studente. Come tutti i giornalisti ho un obbligo di aggiornamento continuo. Dei corsi da frequentare, esiste ovviamente anche la versione on line che, spesso, è pure gratuita. Diciamo che è interessante, non me ne abbiano gli appassionati, come una gara di formula uno vista in tv. Se post prandiale, il miglior viatico alla pennichella.

Quando c’erano ancora le lire, il secolo scorso insomma, andavano di moda i corsi in cassetta, audiocassetta, di inglese. Credo che non ci sia famiglia italiana che non abbia acquistato almeno il fascicolo uno. “The cat is on the table”. Per quanto ne so, da quel tavolo il gatto non è mai sceso. Il fascicolo due non è stato quasi mai comprato, sicuramente praticamente nessuno lo ha sfogliato. Oggi, al contrario, non si contano le app che vengono quotidianamente utilizzate e che, magari giocando, insegnano una lingua. Mettiamola così, la scuola per lo più, tranne, ripeto, encomiabili iniziative personali di alcune e alcuni docenti, si è fermata ai fascicoli e alle cassette.

I perché, non sono poi tantissimi, anzi, forse, è uno soltanto, sull’istruzione, la pubblica istruzione si è sistematicamente disinvestito. Guardate il rapporto PIL e budget destinati a scuola e formazione, vi accorgerete che il comparto istruzione sta molto peggio di quello sanitario ed è tutto dire.

Il costo sociale di tutto questo è immenso. Non c’è studio, l’ultimo pubblicato solo alcuni giorni fa è quello di OCSE sulle competenze matematiche e finanziarie dei nostri quindicenni, che non ponga l’Italia nella coda della coda dei paesi del Primo Mondo. Nel PISA, come si intitola questo studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, siamo al livello della Slovacchia, solo un adolescente su venti sa affrontare problemi complessi. E questa difficoltà va di pari passo con un’altra ancora più drammatica, la diffusa incapacità di comprendere un testo.

E se pensate che, strada facendo le nostre ragazze e ragazzi imparino a leggere e far di conto, sappiate che è vero il contrario. Nella sua ultima ricerca pubblicata a tema “analfabetismo di ritorno”, la Fondazione Feltrinelli ha evidenziato come un’Italiana e un italiano su tre, disimparino quello che teoricamente avevano dimostrato di saper fare passando gli esami di fine ciclo scolastico.

Dal 1871 a oggi, nella penisola, l’alfabetizzazione è passata dal 31,2% della popolazione al 98,6%, ma, in realtà, al netto dell’analfabetismo di ritorno, al 68%. Un fenomeno che ci pone a livello, è sempre una classificazione di OCSE a dirlo, di Cile e Turchia. Male insomma.

Il prezzo da pagare è molto alto, almeno stando ai report dei sociologi: “scarsa partecipazione al processo democratico, criminalità, maggior spesa per la salute, livello di sviluppo economico limitato, bassa propensione all’innovazione, scarsa produttività”.

Se rileggete con attenzione il virgolettato del paragrafo precedente, ci ritroverete i vizi dell’Italia e i suoi peggior difetti. Gli studi analitici sulla scolarizzazione nostrana, spiegano anche perché questo accada: il motivo è tutto legato al mercato del lavoro, da noi non si premia il merito. Le carriere professionali sono ancora figlie di dinamiche che con scuola e curriculum formativi nulla hanno a che fare. La punta dell’iceberg dei così detti “cervelli in fuga”, 60 mila nel 2019, è lì a dimostrare la veridicità di questa triste e squalificante sentenza.

A scanso di equivoci, questo stato di cose in Italia non è l’effetto della vituperata e appena sperimentata didattica a distanza, anzi. Se si vanno a prendere le classifiche OCSE, ci si accorge che non c’è studio su istruzione, scolarizzazione, formazione continua che non ponga i paesi nei quali la didattica a distanza è ormai prassi consolidata, la Finlandia per dirne uno, in cima a ogni classifica.

Il pezzo di carta e l’obbligo scolastico sono i motivi per i quali nel nostro Paese si va a scuola, dell’obbligo e non. Il valore legale di diplomi o lauree, cioè la possibilità di accedere a concorsi statali, è il vero motore della frequenza. Quanti siano gli insegnanti per studente, quali siano le condizioni materiali dei nostri istituti scolatici, di ogni ordine e grado, quale l’innovazione dei metodi didattici è di scarso interesse pubblico e non è priorità politica condivisa.

Chi ha avuto la pazienza di ascoltare il dibattito parlamentare sulla Fase 2 dell’era coronavirus o di leggere tante argomentazioni a corredo sulla stampa nazionale, sa benissimo che il ritorno sui banchi è esplicitamente detto funzionale al permettere ai genitori di tornare al lavoro. E non è infatti un caso che tanti estensori del ritorno a tutti i costi e il prima possibile, siano i medesimi che vorrebbero vacanze estive scolastiche più brevi. Perché la lunga pausa estiva, che storicamente in Italia nasceva per permettere alle ragazze e ai ragazzi di prender parte alle attività agricole e pastorizie, è manifestamente controproducente per i processi di apprendimento? No, ancora una volta, la motivazione è legata a una produttività maggiore dei genitori a favore di una crescita del PIL.

E forse non è un caso che questo ritorno in aula sia fortemente sponsorizzato da forze politiche e mass media di matrice datoriale, ai quali fa ben gioco quel movimento di genitori che la medesima cosa chiede, ma con motivazioni diverse, afferenti per lo più a esigenze di socialità e di didattica. Richieste destinate a essere frustrate dal modello di scuola che sta uscendo dalle circolari ministeriali.

Allieve e allievi, studentesse e studenti, saranno mascherati e soli ai loro banchi, lezioni e intervalli compresi, in alcuni casi anche nell’orario della mensa. La didattica sarà ricondotta ai più vecchi cliché che nelle aule si tradurrà nella più che antica lezione frontale. La scuola in mascherina ha già raso al suolo ogni modello di apprendimento alternativo. Non ci sarà “scuola senza zaino”, Maria Montessori tornerà a essere un’effige da moneta e Rudolf Steiner uno strano e troppo visionario.

Semplificando, ma non troppo, si tornerà a modelli didattici che già si sono dimostrati fallimentari nei numeri delle difficoltà di apprendimento, nei numeri dell’analfabetismo funzionale e di ritorno, nei numeri dell’abbandono scolastico.

In Italia nel 2019, quando covid non era neppure immaginabile, gli studi sono stati abbandonati anticipatamente da 600 mila ragazze e ragazzi. Peggio di noi Spagna e Malta. Le punte di abbandono Sicilia e Calabria: uno su cinque non arriva a finire il ciclo di studi. Il problema, dice l’ultimo rapporto ministeriale firmato Valeria Fedeli, è l’assenza di percorsi personalizzati sulle singole studentesse e sui singoli studenti, quei percorsi, per intenderci, che proprio la didattica a distanza contribuisce a costruire.

Ma di questi rapporti e studi non c’è alcuna traccia nel dibattito pubblico in corso, come d’altra parte nulla viene ripreso di quanto affermato da pedagogisti e psicologi che dicono che bambine e bambini, ragazze e ragazzi, stanno manifestando evidenti sofferenze psicologiche e comportamentali, non perché non vanno a scuola, ma perché stanno in famiglia.

Il dato più eclatante dell’iperconnessione, dimostra che spesso tra le mura domestiche c’è stata una solo funzionale al soddisfacimento delle esigenze primarie. Per il resto tutti ci si è abbandonati a un utilizzo dei social e della rete ben al di là di quelli che vengono definiti i limiti della dipendenza. Uso abnorme di app che applicano dinamiche da gaming e gioco d’azzardo, ore e ore a consumare pornografia on line, puntate e puntate di quelle che chiamiamo serie tv e che altro non sono che le moderne telenovele. “I no che aiutano a crescere” non li abbiamo dati a noi stessi, figurarsi alla nostra prole. Se una lavoratrice e un lavoratore su cinque hanno ammesso di essersi masturbati durante lo smartworking, e uno su tre nella fascia 18/24 anni, davvero ci scandalizziamo dei comportamenti delle nostre figlie e figli? Ma soprattutto, davvero tutto questo è attribuibile al non andare a scuola e alla didattica a distanza? Nelle aule di ogni ordine e grado gli smartphone restano fuori o restano spenti, a casa siamo stati capaci di lasciarli fuori dall’uscio? E questo è solo un esempio.

Si è fatto un gran citare l’articolo 34 della Costituzione Italiana, quello che dice: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Nessuno si è ricordato invece dell’articolo 30 della Carta fondativa la nostra Repubblica: “E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”. Della famiglia, non della scuola.

La pubblica istruzione è una funzione imprescindibile di una moderna democrazia. In Italia questa funzione è evidentemente venuta meno. Covid o non covid. Oggi alla scuola si chiede di essere parcheggio, asilo, luogo di socialità, educatore. Niente a che vedere con la mission istituzionale. La demonizzazione della didattica a distanza e l’apertura delle classi a settembre e a ogni costo avrà effetti che capiremo davvero a consuntivo.

Quante persone si infetteranno, quante persone si ammaleranno, quante moriranno per questa scelta, non è dato sapere. Quali effetti ha questo virus su bambine e bambini, ragazze e ragazzi, non possiamo fingere di saperlo. Non sappiamo neppure per davvero quali danni permanenti agli organi interni procura alle donne e agli uomini adulti sopravvissuti alla malattia, figurarsi agli under 20.

Una cosa sappiamo, però, che conditio sine qua non per la riapertura, sarà la depenalizzazione per i dirigenti scolastici che quelle aule dovranno riaprire. Siccome si è certi di non poter garantire che non ci saranno contagi, i presidi, obbligati a riattivare le scuole, già in occasione delle prove di maturità, hanno preteso di non essere perseguibili penalmente se docenti, non docenti e chiunque entrerà nelle aule, si ammalerà, peggio morirà. Vogliono essere certi di non poter essere processati. “Garantiremo il rispetto delle norme anticontagio, se poi non sono sufficienti, nessuno deve poter portarci in tribunale o peggio condannarci al carcere”. In pratica, le stesse garanzie di impunità che hanno chiesto i datori di lavoro per dare seguito alla riapertura di fabbriche e officine, le stesse garanzie di impunità considerate indispensabili per la ripresa del PIL, il Prodotto Interno Lordo. Magari ne varrà la pena. In fondo, anche Erode aveva le sue giustificazioni.

 

In copertina: Duccio di Boninsegna, La strage degli innocenti.

 

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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