Bergamo è stata la trincea nella lotta disperata contro il covid-19. Senza una terapia ben definita, senza posti letto negli ospedali, senza ossigeno, senza Dpi, sono morti a migliaia. Molti erano over 70 e molti ricoverati nelle case di riposo. Chi ha portato il contagio nelle strutture. I parenti? Gli operatori? Qualche ospite che è stato ricoverato all’ospedale di Alzano Lombardo? Difficile dirlo. Di certo c’è che, secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato il 14 aprile, le Rsa della Bergamasca negli ultimi mesi hanno avuto il tasso di mortalità più alto d’Italia. Una vera ecatombe, come testimoniano i dati raccolti. Su 80.541 ospiti che il 1 febbraio scorso erano ricoverati in 3420 strutture di tutta Italia, 6773 sono morti entro la fine di aprile. La maggior parte in Lombardia (45%), Veneto (16,1%) e Piemonte (10,1%). E proprio Bergamo è in vetta a questa triste classifica: nelle 24 Rsa che hanno partecipato allo studio, sono deceduti 534 pazienti di cui 20 risultati positivi dopo il tampone e 347 con sintomi influenzali, pari al 68,7% del totale.

L’inchiesta di Bergamo – Numeri che fotografano bene la strage silenziosa che si è consumata nelle case di riposo, ma che da soli non bastano a restituire volti e storie dei tanti genitori e nonni che dopo aver speso la giovinezza a combattere per un’Italia migliore e gli anni successivi per cercare di costruirla, si sono spenti da soli. Uno dopo l’altro. Un riflesso del loro percorso si riverbera nelle denunce e nei racconti dei parenti e nei processi che si apriranno nei prossimi mesi. Ma è solo un riflesso.

Alla ricostruzione della verità giudiziaria contribuiranno anche il governatore lombardo Attilio Fontana e l’assessore al Welfare Giulio Gallera, che dovranno testimoniare in Procura a Bergamo come persone informate sui fatti nell’inchiesta, coordinata da procuratore Maria Cristina Rota, sulla gestione dell’epidemia. Le domande degli inquirenti sono tante. Una tra tutte: perché la provincia più colpita della Lombardia – che era prontissima a diventare zona rossa – non è stata “sigillata” quando ormai il contagio bruciava? Verbali, cartelle cliniche, email, ordinanze, atti giudiziari. Una montagna di carte da cui emerge chiaramente il caos che ha dovuto affrontare la Sanità lombarda e che ha investito in pieno anche le Rsa di Brescia, Cremona, Pavia, Lodi e Milano. Tanti capitoli di una storia nera, che si poteva forse evitare alla luce dei resoconti e de dati clinici che già a gennaio arrivavano da Whuan e dalla Cina. Un dramma che è stato sottovalutato.

Il Pio Albergo Trivulzio – E proprio a Milano, al Pio Albergo Trivulzio, il dramma ha assunto proporzioni inimmaginabili. Di o con covid-19 sono morti 400 ospiti, secondo il virologo Fabrizio Pregliasco, assunto in corsa dai vertici del Pat – nel frattempo finito al centro di un’inchiesta della Procura di Milano – per fare luce sull’accaduto. Ma per i parenti delle vittime, che si sono costituiti in un comitato di cui Alessandro Azzoni è divenuto il portavoce, sono dati parziali. Mancano all’appello i tanti anziani deceduti dopo il ricovero in ospedale o dopo che i familiari li hanno riportati a casa a morire. Anche il personale è stato decimato dal virus: in 470 si sono ammalati su un totale di 1500 dipendenti, tra medici, infermieri, Oss e personale amministrativo. Qualcuno, come il geriatra Luigi Bergamaschini, che si era battuto perché all’interno della Rsa venissero usati guanti e mascherine, è stato ricoverato in ospedale. Altri, come un infermiere che EstremeConseguenze ha avuto modo di intervistare, si stanno riprendendo lentamente e riescono a parlare al telefono solo per pochi minuti.

I reparti – Non è così per Angela (nome di fantasia) che da oltre 20 anni lavora come operatrice sanitaria all’interno di uno dei reparti Schiaffinati, dove sono in cura i pazienti psichiatrici. È arrabbiata e preoccupata per le persone ricoverate, spesso con gravi patologie, che nelle ultime settimane erano quasi tutte costrette a letto dal virus. “Gli ospiti erano in silenzio, impauriti. Non capivano cosa gli stesse accadendo. Ci guardavano e ci chiedevano aiuto solo con gli occhi”, racconta Angela che quegli sguardi non riesce a toglierseli dalla mente. Tanti di loro non ci sono più. Gli altri sono stati spostati in altri reparti. A curare chi è sopravvissuto, è rimasta solo una parte dello staff, perché molti medici, infermieri e Oss sono stati o sono a casa con i sintomi del covid. Non tutti hanno potuto fare i tamponi. La maggior parte, per sapere se ha avuto il virus o meno, dovrà aspettare l’esito dei test sierologici a cui da una decina di giorni il personale del Pat si sta sottoponendo a tappeto. Solo una minima parte, per il momento, è risultata positiva. Tra loro, proprio una collega di Angela che “probabilmente è venuta a lavorare anche se stava male”. “Siamo sempre troppo pochi – spiega l’operatrice sanitaria– e anche prima dell’emergenza facevamo turni massacranti. Con il contagio la situazione è peggiorata. A metà marzo, ad esempio, mi hanno raccontato che di notte nel mio reparto c’era un solo Oss che doveva seguire 17 ospiti alla volta”.

Anche Angela ad un certo punto ha capito di essersi ammalata. Mal di testa, dolori muscolari e stanchezza, i primi sintomi. “All’inizio non ci ho dato troppo peso – racconta – anche se ero sempre stanca. Ho capito che davvero qualcosa non andava quando ho bruciato completamente un arrosto che avevo sul fuoco. Non avevo sentito l’odore. Il mio olfatto era andato. Così ho chiamato il mio medico di base e sono stata messa in quaranta e ho fatto il tampone. Ovviamente ea positivo”. Dopo oltre un mese passato confinata in una stanza, lontana dal marito e dal figlio adolescente, Angela si è ancora negativizzata. Ma quello che l’amareggia di più del rimanere bloccata, in attesa di poter tornare al lavoro, è che con il passare dei giorni, e nonostante le tante denunce, “al Trivulzio sta cambiando poco o nulla”.

Le denunce del personale e l’inchiesta di Milano – Una preoccupazione condivisa anche dai rappresentanti sindacali della Cgil Pietro La Grassa della Cgil e della Cisl Pietro Ottino. Dopo tanti mesi di battagliespiega Ottino – ci sono ancora tante cose che devono e dovrebbero essere migliorate per la sicurezza di tutti. Per quanto riguarda i pazienti, per fortuna anche da noi la situazione sta migliorando come avviene nel resto delle strutture della Lombardia, ma la vicenda non è ancora risolta”. Il caos al Trivulzio ha le radici profonde.Dal 27 febbraio ho iniziato a chiedere mascherine e Dpi – racconta – in modo che il personale, venendo dall’esterno, non rischiasse di diffondere il contagio”. Anche La Grassa ha mandato email, segnalazioni in questo senso. Richieste osteggiate per giorni dai vertici della ‘Baggina’ e accolte solo il 23 marzo, quando ormai era troppo tardi e tanti pazienti ormai si erano ammalati. “Avere le mascherine per noi operatori era necessario, perché non è possibile mettere una flebo a un paziente, aiutarlo a mangiare o spostarlo rimanendo a un metro di distanza – prosegue Ottino -. Addirittura chi decideva di portare da casa la mascherina veniva minacciato dai superiori perché poteva creare allarmismo”. “Anche la nostra caposala ha intimato a una mia collega, che era appena rientrata in servizio dopo un periodo di malattia e ancora non stava bene, di mettere in borsa la mascherina”, conferma Angela. Sottovalutazioni dei rischio ed errori che sono finiti dritti dritti nelle denunce depositate in procura dal personale del Trivulzio e nelle segnalazioni fatte all’Ats di Milano, a cui è stato chiesto un intervento urgente. Intervento che, nonostante il programma di ispezioni nelle Rsa e negli ospedali sia partito a metà aprile, al Trivulzio si è concretizzato solo il 20 maggio.

L’intervento di Ats – A quasi due mesi da quando il ‘caso Trivulzio’ è esploso sui giornali, “la situazione ormai si è normalizzata”, conferma il medico che ha coordinato il controllo. Nella struttura adesso “è stata effettuata una divisione tra gli ospiti positivi e quelli negativi. È stato fatto il tampone a tutti i pazienti e quindi – ribadisce – i vertici del Trivulzio sono stati in grado di fare questa divisione in maniera ottimale”. Unica eccezione, per i pazienti in stato vegetativo – 20 in tutto, di una decina positivi – il cui particolare status non consente spostamenti. Pare rientrato, invece, il problema delle mascherine per medici, infermieri e Oss. “Tutti gli operatori – spiegano ancora da Ats – vengono dotati di mascherine prima di entrare in reparto. Questa è la fotografia della situazione che abbiamo trovato al 20 di maggio e da quello che abbiamo visto noi al momento il Trivulzio è organizzato in modo adeguato”. E prima? “Al momento”, dicono. Ma da quando? E perché il controllo, nonostante le tante denunce e segnalazioni, è arrivato così tardi?

 

(Foto ‘Sulla soglia dell’eternità, Vecchio che soffre’ di Vincent Van Gogh)

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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