Tra 48 ore riaprirà tutto, anche le aree più colpite della Lombardia. Una scelta che, vista dalla prospettiva di chi gli ultimi due mesi li ha trascorsi sfrecciando in ambulanza per tutta la Valseriana, desta molte perplessità. Elena (nome di fantasia) di professione fa il perito chimico in un’azienda tessile della provincia di Bergamo e da 20 anni fa la volontaria alla Croce Rossa di Alzano Lombardo. In questi giorni è preoccupata e soprattutto amareggiata. Per lei quella di riaprire tutto “è soprattutto una decisione politica”, alla quale ormai non resta che adeguarsi ma che potrebbe rivelarsi rischiosa, soprattutto perché “la gente dei paesi della Valseriana si comporta come se il covid-19 non ci fosse mai stato e non fosse successo niente. E questo fa molto male”. Ad essersi già lasciati alle spalle le paure, i lutti e la quarantena sono soprattutto i ragazzi. “Ultimamente si vedono in giro per strada tanti adolescenti che si comportano con estrema disinvoltura. Chissà se si rendono conto che fino a 15 giorni fa eravamo blindati in casa, con le campane che non suonavano nemmeno più a morto sennò sarebbe stato un continuo suonare? Anche i necrologi non venivano più affissi perché i muri dei nostri paesi erano tappezzati e non c’era più posto. La gente adesso è tornata a vivere tranquillamente. Alle fermate degli autobus ci sono gruppi di ragazzi con le mascherine portate stile cappellino o sotto il naso. E non solo ragazzi”, si sfoga.

Chi come Elena lavora da anni al 118 sa che le epidemie di malattie infettive spesso hanno un’ondata di ritorno, anche a mesi di distanza dalla prima diffusione. Il covid-19 potrebbe non fare eccezione. “Per il momento – racconta  Elena –  il boom del contagio pare sia passato e se la gente usa la testa non dovrebbero esserci grossi problemi. Certo, se usa la testa”. Se il virus dovesse ripresentarsi in autunno “la cosa che mi rincuora è che siamo più preparati: sappiamo già riconoscere i sintomi, sappiamo quali strutture sono predisposte. Di fronte al virus, ora, sapremmo come agire mentre a febbraio eravamo allo sbaraglio”.

Lo dimostra il caos che si è scatenato il 23 febbraio, quando i primi casi accertati di covid-19 sono arrivati in ospedale a Alzano Lombardo e il pronto soccorso è stato prima chiuso e poi riaperto tre ore dopo. Una scelta controversa, sulla quale la Procura di Bergamo e i carabinieri del Nas stanno indagando nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dell’emergenza coronavirus. Anche il governatore Attilio Fontana è stato sentito in Procura come testimone e ha spiegato che spettava al governo istituire la “zona  rossa” proprio a Alzano Lombardo, Nembro e in Valseriana. Chi il 23 febbraio era, come Elena, in servizio in ambulanza racconta soprattutto del caos che è scoppiato alla notizia che il virus da Whuan era arrivato fino a lì.

“Ero in turno quel giorno e stavo proprio portando in pronto soccorso un signore che aveva la febbre alta da diversi giorni, tosse e difficoltà respiratorie – racconta Elena – . All’inizio, però, per capire se si trattasse di un caso di covid-19, in base al protocollo, dovevamo chiedere se avesse avuto contatti con qualcuno che era andato in Cina. La risposta per tutti gli anziani della Valseriana, ovviamente, era no. Dopo la scoperta che anche da noi c’erano dei casi, però, è scoppiato il panico”. La risposta dell’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano è stata contraddittoria. Molto più chiara, invece, quella della Croce Rossa. Elena e il suo equipaggio sono stati messi in quarantena, in attesa che il paziente fosse sottoposto al tampone. E lo stesso è capitato ai suoi compagni, che il giorno precedente avevano accompagnato  il “paziente uno” dalla sua casa di Villa di Serio al pronto soccorso. Tutti a casa e tutti sottoposti a tampone.

Alcuni dei nostri Volontari di Alzano Lombardo, una delle zone più colpite, vogliono lanciare un messaggio di positività. ?? #UnItaliaCheAiuta

Publiée par Croce Rossa Italiana – Comitato di Bergamo Hinterland sur Dimanche 5 avril 2020

Precauzioni che non sono bastate a salvarli dalla malattia. A Bergamo è morto Diego Bianco, 46 anni, in servizio alla centrale operativa del 118 dell’ospedale Papa Giovanni. Anche trai soccorritori di Alzano Lombardo c’è chi si è ammalato:  “Ci sono stati dei casi gravi – conferma Elena – . Alcuni sono stati ricoverati per un mese e mezzo, sono finiti in terapia intensiva, ma fortunatamente si sono ripresi tutti”. Elena invece non ha avuto sintomi e ha continuato a guidare le ambulanze e soccorrere i suoi concittadini. La certezza di non essere stata asintomatica, però, arriverà solo con l’esito del test sierologico a cui si sottoporrà nel corso della settimana.

Il peso delle ultime settimane, però, è stato soprattutto emotivo. E anche chi è abituato a mantenere la calma anche di fronte alle situazioni critiche, come lei, non ne è uscita indenne. “Nei miei 20 anni da volontaria ho visto veramente tante situazioni critiche, ma come Croce Rossa siamo addestrati ad affrontarle – racconta – . In questo caso, invece, andavamo a casa dei pazienti che ormai avevano una saturazione molto al di sotto dei livelli di guardia e portavamo l’ossigeno. Il paziente si riprendeva un po’ e poi dovevamo dire che, se non accettava il ricovero in ospedale – e tante volte eravamo noi a sconsigliarlo perché non c’era più posto – allora dovevamo portare via l’ossigeno. A quel punto il malato e i familiari piombavano di nuovo nella disperazione. Dover dire queste cose ogni giorno, tantissime volte nel corso di un turno, è stata molto molto dura dal punto di vista psicologico”.

La soluzione, per gli operatori del 118, era quella di attaccarsi al telefono. “Non potrò mai dimenticare una coppia di anziani – spiega Elena – il marito era gravissimo e la moglie non sapeva cosa fare, anche perché il figlio abita in Svizzera e non li poteva aiutare. Mi sono messa io a chiamare il medico di base, la guardia medica, le farmacie alla ricerca di una bombola di ossigeno. Prima di trovarne una, ne ho dovute contattare almeno 5. Il problema grosso era reperire ossigeno. Anche i carabinieri e la protezione civile ci hanno aiutati a cercarlo”. Giornate interminabili, che hanno cambiato profondamente anche chi sa gestire l’emotività per essere lucido e utile ai pazienti che salva. “Chi non ha vissuto il coronavirus da noi, in Valseriana e in provincia di Bergamo, non può capire  davvero che cosa è accaduto. Per questo mi stupisce vedere gruppi di persone delle nostre zone che parlano con la mascherina fuori posto o non rispettano le distanze di sicurezza. Se avvenisse altrove, non potrei giustificare chi lo fa ma lo capirei perché non ha sperimentato tutto quello che abbiamo vissuto noi. Ma vedere queste scene in Valseriana – conclude Elena – mi fa capire che abbiamo ancora tanta strada da fare”.

 

(Foto Milo Manara per la Croce Rossa)

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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