Oggi, 3 giugno, è la Giornata mondiale della bicicletta. Una giornata voluta dalle Nazioni Unite per celebrare i benefici sociali, economici e ambientali legati all’uso della bici, un riconoscimento del contributo del ciclismo allo sviluppo sostenibile. Quest’anno cade in pieno post lockdown, con un boom di vendite, raddoppiate in Italia rispetto all’anno scorso. Le bici in molti negozi non si trovano più. Soprattutto quelle per chi inizia a pedalare. Complice del successo il bonus mobilità, da 120 milioni, a cui si sono aggiunti, in Emilia Romagna, 3,3 milioni, grazie al progetto Bike to Work.

I ciclisti crescono, e tanto. Lo vediamo tutti, sulle strade. Le associazioni di settore parlano di un sicuro raddoppio. Ma ci sono ancora timori, qualcuno che vorrebbe mettersi in sella e non lo fa. C’è paura in particolare per le categorie più deboli, soprattutto i giovanissimi e gli anziani. Perché sulle nostre strade manca la sicurezza. C’è banalmente paura delle automobili, dei mezzi pesanti. Gli ultimi dati Istat disponibili raccontano di 172.553 incidenti stradali con lesioni ogni anno. Si sale e si scende, ad anni alterni, con numeri che variano di 40/50 unità. Nell’Ue sono circa 25.000 i morti ogni anno, nel nostro paese 3334. In pratica 49 decessi sulle strade ogni 1000 abitanti in Europa. In Italia i pedoni travolti e uccisi sono 612,  219 i ciclisti. Nel 41% dei casi la causa dell’incidente è la velocità. A seguire la distrazione al volante e la mancanza precedenza. Sono numeri altissimi, soprattutto se si considerano il totale dei chilometri percorsi in bici: in questa classifica, proposta dall’International transport forum, l’Italia è il paese più pericoloso del mondo con 51 morti ogni miliardo di chilometri pedalati. Giusto per fare un paragone, la Francia ne ha 28, l’Olanda 8.

Per celebrare la Giornata mondiale della Bicicletta, la Fondazione Michele Scarponi, nata in ricordo dell’omonimo campione di bicicletta, travolto da un furgone mentre si allenava, e dedicata alla sicurezza sulle strade,  ha inviato un appello al Ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, e al Ministro dell’ Interno, Luciana Lamorgese.  La richiesta è semplice: controlli dei limiti di velocità anche sulle strade urbane, per garantire la sicurezza dei tutti gli utenti della strada. “Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di viabilità, una “nuova normalità” dove al centro sia messa la persona, la sua incolumità e il suo diritto a muoversi e usufruire in sicurezza degli spazi urbani. Abbiamo bisogno di strade più sicure e, per averle, è necessario che la velocità dei mezzi a motore possa essere adeguatamente monitorata e sanzionata, anche e soprattutto in ambito urbano, in prossimità delle scuole e degli ospedali, nei quartieri residenziali e in tutte le situazioni in cui le intersezioni con la viabilità principale possono costituire un pericolo per gli utenti più fragili”, si legge nella lettera. Perché oggi nei centri cittadini gli autovelox possono essere posizionati solo su strade di categoria D, quindi ad alto scorrimento. Per il resto è il far west.

Marco, il fratello di Michele Scarponi, è il segretario della fondazione. Si impegna, totalmente, perché altri non debbano subire il dolore che ha stravolto la sua famiglia. “Abbiamo deciso di non chiuderci in casa con il nostro lutto, vogliamo ricordare Michele nel modo più utile, lottando contro la violenza stradale”, spiega. “L’automobile in Italia ha un enorme potere di comunicazione, è evocativa. Per l’italiano con l’auto si ha successo, si seduce, di viaggia liberi, perché siamo stati plasmati da una cultura automobilistica forte, mai messa realmente in discussione.  Invece l’automobile è un’arma che uccide, un mezzo che occupa gli spazi di tutti. Tanto che le strade sono viste come lo spazio delle automobili. Invece sono di dei cittadini, di ognuno di noi”, aggiunge misurando le parole.

Per lui il post Covid-19 è una grande occasione di cambiamento, di crescita. “Abbiamo visto per settimane le nostre strade liberate, senza mezzi a motore. Abbiamo respirato un’aria diversa. Abbiamo potuto camminare in sicurezza, pedalare senza timori. Spero che sia stata, per tutti, un’occasione per vedere un mondo diverso. Banalmente, senza retorica”, aggiunge. I numeri gli danno ragione. Secondo i dati raccolti della polizia stradale, i decessi dei primi due mesi di lock down sono calati, rispetto a marzo e aprile del 2019, del 60%. In pratica quasi 400 morti in meno. Eravamo chiusi in casa, sì. Ma non tutti. E, soprattutto, le automobili in giro erano incredibilmente poche.

“Ce la possiamo fare”, aggiunge Marco Scarponi. “Mi piace ricordare che eravamo un paese di grandi fumatori e oggi le sigarette nei locali pubblici sono bandite, chi fuma è additato. Si è lavorato tanto su questo tema, perché riguardava la salute pubblica. Credo si possa fare altrettanto per la sicurezza sulle strade. Abbiamo morti, feriti. Una carneficina. Con costi sociali ed economici altissimi, pari al 2% del Pil. Ma c’è voglia di cambiare. Nei nostri incontri con i giovani, nelle scuole, circa 8000 ogni anno, tocchiamo con mano la voglia dei ragazzi di vivere in un mondo con strade più sicure. E tanti rinunciano al motorino o all’auto, uno status symbol sino a pochi anni fa. Per questo sono fiducioso, positivo”, spiega.

Certo, siamo in ritardo. Abbiamo perso tempo. Anche perché l’Italia era all’avanguardia. Il primo centro cittadino europeo liberato dalle automobili fu quello di Siena, nel 1966. Vennero anche architetti e urbanisti olandesi a studiare come si faceva. Poi ci siamo un po’ persi per strada, inebriati dai gas di scarico, dalle polveri sottili. “L’Italia è soprattutto città storiche, centri antichi che non sono fatti per sopportare la mole di traffico che li opprime. Servono mezzi pubblici di alta qualità, magari gratuiti o con costi calmierati. Serve una vera cultura della sicurezza stradale. Un incidente non è destino. Ci sono cause precise, c’è sempre un colpevole. E limitare la velocità è l’obiettivo numero uno, semplicemente perché è pericolosa, per tutti”, aggiunge Marco Scarponi. “Perché nel 2020 non si può morire travolti mentre si cammina su un marciapiede. E non ha senso mettere in vendita automobili che fanno 200 chilometri all’ora quando il limite massimo è 130. Come possiamo non indignarci”, aggiunge Scarponi.

Per sostenere l’attività della Fondazione Michele Scarponi, concretamente, ad organizzare sempre più incontri sulla viabilità sostenibile, a proseguire nel progetto dedicato all’ autonomia delle persone disabili, a promuovere il documentario “Gambe”, per una mobilità a misura di persona, si può donare il proprio 5 per mille. Questo è l’Iban: IT53L0854937360000010140274 .

 

(Foto The Ride 9 di Shan Jiang)

 

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giornalista

Triestina, giornalista professionista con studi storici alle spalle, parecchio curiosa, ha iniziato a lavorare in cronaca, per poi passare ad argomenti più leggeri, ma non per questo meno importanti: salute, ambiente, movimento, alimentazione, turismo. Scrive soprattutto per i femminili e i periodici: Donna Moderna, Bell’Italia, Bell’Europa, Starbene.

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