“I can’t breathe”. Non posso respirare. Sono le parole che segnano questo 2020. Non poteva respirare George Floyd, ucciso da una pattuglia di poliziotti di Minneapolis. Perché non è stato solo Derek Chauvin, ora formalmente incriminato di omicidio, col suo ginocchio sul collo. Sono stati anche gli altri poliziotti, che non lo hanno fermato e che per nove lunghi minuti hanno permesso l’agonia di Floyd.

Dal 4 giugno iniziano sei giorni di celebrazioni funebri per Floyd. Si comincia proprio da Minneapolis con un’orazione funebre di Al Sharpton, già collaboratore di Martin Luther King e storica voce del movimento per i diritti civili, in una sala della North Central University. I funerali veri e propri, che con ogni probabilità coincideranno con manifestazioni di massa in tutte le città del paese, si terranno il 9 giugno nella città natale di Floyd, Houston, Texas.

Cosa succederà nei prossimi giorni? Il Presidente Trump ha tuonato «Io sono il presidente dell’ordine e della legalità», minacciando di inserire i gruppi ‘Antifa’ nella lista delle organizzazioni terroristiche, il che consentirebbe l’applicazione di tutta una serie di leggi federali speciali, dal controllo telefonico senza autorizzazione di un giudice ad arresti e perquisizioni preventive senza alcun onere di prova giuridica. Misure che il presidente suprematista non ha mai nemmeno immaginato per la galassia di gruppi e organizzazioni di estrema destra, molti dichiaratamente razzisti, che compongono lo zoccolo duro del suo elettorato.

Pur di mostrarsi ai fotografi con in mano una Bibbia, dopo due giorni passati nel bunker della Casa Bianca (episodio clamoroso, si deve tornare all’11 settembre per un precedente simile), non ha esitato a ordinare alla polizia di sparare lacrimogeni e proiettili di gomma ad altezza d’uomo su un gruppo di manifestanti immobili e assolutamente pacifici.

Fin dove può arrivare Trump? Nessuno lo sa. Si è detto pronto a ricorrere all’Insurrection Act del 1807, che autorizza il Commander in Chief a schierare i soldati all’interno del suo stesso Paese. Cioè dare ordine di sparare sulla folla, scavalcando i governatori. Si tratta di una misura firmata da Thomas Jefferson e invocata l’ultima volta nel 1992, per sedare le proteste a Los Angeles dopo l’assoluzione degli agenti che picchiarono a morte l’afroamericano Rodney King. Il ‘Posse Comitatus Act’ del 1878 vieta l’utilizzo sul suolo americano dell’esercito con funzioni di polizia ma secondo gli esperti in circostanze particolari, grazie all’Insurrection Act, il presidente “ha il potere di utilizzare i militari sul suolo americano, soprattutto a Washington”, come osserva Dan Lamothe, esperto di forze armate del Washington Post.

La protesta dei neri americani viene da lontano. Dei 40 milioni di nuovi disoccupati più della metà sono neri.

Il Covid19 è razzista ovunque, così come gli USA.

“Non posso respirare” lo hanno sussurrato anche 110mila cittadini statunitensi morti per Covid19. In maggioranza afroamericani.

Il virus non è uguale per tutti. Il virus uccide i più poveri e indifesi. Il virus a stelle e strisce uccide preferibilmente neri, nativi (quelli veri), latini.

I bianchi se la cavano molto meglio e ‘possono respirare’.

Lo ha detto anche Spike Lee che ha recentemente pubblicato sui suoi canali social questo video:

Il tasso di mortalità (e non di letalità, attenzione) tra gli afroamericani è più del doppio rispetto ai bianchi: 50,3 vittime ogni 100mila contro i 20,7 dei bianchi, il 22,9 dei latinos, il 22,7 degli asiatici.

Qui lo studio COVID-19 deaths analyzed by race and ethnicity — APM Research Lab

In totale, delle quasi 100mila vittime, gli afro americani registrano più di 20mila decessi, 1 ogni 2mila sull’intera popolazione nera degli Stati Uniti.

Sono numeri che parlano chiaro se guardiamo alla proporzione dell’appartenenza etnica negli USA: il 77,1 per cento si definisce “bianco”, il 13,3 per cento si definisce “nero o afroamericano”, il 5,6 per cento “asiatico”.

Il Washington Post sottolinea come le contee a maggioranza nera registrino tre volte il numero di contagi e sei volte quello dei decessi in più rispetto alle contee a maggioranza bianca. Non va meglio però anche nelle aree dove la concentrazione afroamericana è più ridotta. A Chicago quasi il 70% dei deceduti a causa di Covid-19 è afroamericano, dato questo altissimo se si pensa che in questa città solo il 30% della popolazione è di quella etnia.

In Louisiana 7 morti su 10 da coronavirus sono neri a fronte del 32% della popolazione. Il dato più preoccupante arriva però dalla Contea di Milwaukee, dove i cittadini neri sono il 27% e gli afroamericani deceduti sono l’81% del totale.

Gli afroamericani soffrono di alti tassi di obesità, diabete e asma, condizioni di salute che mettono le persone a maggior rischio di complicanze da COVID-19. Le malattie cardiache e il cancro ai polmoni registrano tassi più elevati di morte proprio negli afroamericani, al punto che vivono in media da 10 a 12 anni in meno rispetto ai bianchi.

I cittadini degli Stati Uniti senza alcuna assicurazione sanitaria nel 2018 erano 14 milioni (fonte: Congressional Budget Office (Cbo), organo bipartisan all’interno del Congresso). Un afroamericano su 5 ne è sprovvisto.

Il Covid19 si è inserito con effetto devastante su una realtà storica di diseguaglianze che si perpetuano, nonostante l’elezione di Obama.

I neri americani hanno meno aspettativa di vita, meno reddito, sono in percentuale la fascia di popolazione con meno case di proprietà, con più disoccupati, con il minor tasso di alfabetizzazione, con la percentuale più alta di morte per causa violenta prima dei 30 anni di età.

Negli USA ci sono (2019) più di 2.250.000 persone in prigione. 726 galeotti ogni 100.000 abitanti, uno ogni 138 americani: un record mondiale. Le persone in libertà vigilata sono 4.800.000 e a questi occorre aggiungere 5 milioni di ex detenuti che hanno perso il diritto di voto. Metà dei detenuti sono afro-americani. Se il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 393 per 100.000, per i neri è 2.531. Se poi si considerano solo i maschi il tasso per i bianchi sale a 717, mentre per i neri arriva a 4.919, ma in molti Stati supera abbondantemente quota 10.000. In un quarto degli USA il 10% dei maschi neri adulti sia in galera. Pur essendo il 13% dei consumatori di droghe pesanti, i neri sono il 35% degli arrestati per possesso di droga, il 55% dei processati per questo reato e il 75% di quelli che stanno scontando una pena per questo delitto.

Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e per i giovani neri passare un certo periodo di tempo in prigione è diventato un “rito di passaggio”, come lo era per noi fare il servizio militare. Il loro tasso d’incarcerazione è di 12.603 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.666.

Quello che succede in questi giorni negli USA non ha precedenti nemmeno con gli anni ’60. Il divario, se possibile, è aumentato. Ma quello che è peggio, non si vede una via d’uscita.

Lasciamo la parola a una testimonianza diretta di un lettore che ci arriva da New York City, Andrea Giacobbe. “Sono nato in Italia a Monfalcone (GO) e a 6 anni abbiamo seguito mio Padre a New York. Era il 1970. Sono cresciuto a Manhattan e dopo la laurea in economia e commercio alla NYU Stern College of Business e Master alla Columbia University School of Business and International Affairs mi sono trasferito a Milano e ho lavorato in M&A e Private Equity per 8 anni. Da li’ ho intrapreso la carriera di dirigente internazionale in multinazionali di comunicazione e pubblicita’. Da 10 anni sono tornato a New York continuando a fare la stessa professione. Nei miei 27 anni vissuti a New York ci sono sempre stati momenti di tensioni sociali, economiche, violenza di gruppi radicali. E tanti manifestanti pacifici che per diritto della costituzione USA scendono in piazza e protestano. Quello che sta accadendo adesso è una spaccatura degli Stati Uniti da un punto di vista sociale, politico ed economico. Aggiungiamo il peso psicologico di oltre 100.000 morti per via del covid-19 e 40 milioni di disoccupati che non sanno quando potranno ritornare anche ad un modestissimo lavoro.

E’ un peso soffocante che va oltre la violenza trainata dal presidente Donald Trump che continua con messaggi provocatori al nostro popolo. La vera leadership manca. Trump da la colpa ai Democratici e i Democratici ai Republicani anche di estrema Destra. Questa è la spaccatura di due mondi diversi dall’altro. E i movimenti cresceranno ogni giorno perché la divisione economica tra il famoso 1% ed il resto delle classi sociali vivono con uno stipendio da settimana a settimana.

Questi giorni e notti a New York City dove il coprifuoco è confermato dalle 20 alle 5 di mattina crea ancora più paura nei cittadini ormai psicologicamente segnati dal covid-19. La città e’ praticamente vuota dei suoi residenti, lasciata da sola a sopravvivere. Palazzi di Appartamenti di lusso e uffici vuoti, tanti negozi chiusi per sempre. Ristoranti e bar chiusi e il 52% che non riapriranno. Anche io, dopo essere stato avvisato dalle autorità, intorno alle 14 ho dovuto chiudere rapidamente il mio ristorante, proteggere le vetrine con delle tavole di legno, e andare a casa rispettando il coprifuoco. Molti negozi e grandi magazzini, come lo storico Bloomingdale’s, nelle scorse ore hanno sbarrato le porte.

Questa è la realtà che vedo con i miei occhi. New York è diventata una città fantasma senza quell’energia unica che vibrava 24 ore al giorno. E la situazione è destinata a peggiorare nei prossimi giorni: la città è bloccata ed è presidiata da 8mila agenti delle forze dell’ordine. E ci stiamo preparando ad affrontare un’altra notte di manifestazioni e violenze”.

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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