Andrà tutto bene. Non tornerà tutto come prima. Ce lo siamo ripetuti come un mantra nelle lunghe settimane di lock down. Ora ci rendiamo conto che erano parole di circostanza, dette un po’ così, per farci coraggio, senza crederci veramente. Oggi, 5 giugno, è la Giornata Mondiale dell’Ambiente. E dopo le foto condivise dei delfini nei nostri porti, dei canali di Venezia con l’acqua trasparente, delle città liberate dalle automobili, dei germani reali che sguazzano nella fontana del Nettuno, a Roma, dobbiamo alzare bandiera bianca. E’ tutto come prima. Continuiamo ad asfissiarci, a sporcare, a inquinare.

In Lombardia i dati sui valori dell’aria iniziano già a preoccupare. Il 3 giugno a Calusco, Erba, Valmadrera, tutti comuni ad alta urbanizzazione,  i limiti di ozono erano oltre la soglia (il valore obiettivo è 120, si è arrivati in 2 casi a 126). A Milano, alla centralina di Motta Visconti, il valore rilevato è stato 112. Vale la pena ricordare che l’Agenzia europea per l’ambiente valuta in 3000 all’anno le morti premature in Italia causate dall’ozono.

Questo dopo che tutti i cittadini lombardi si erano abituati ad un crollo degli inquinanti nel periodo di lock down. “In Lombardia la chiusura per la pandemia ha portato ad una riduzione del biossido di azoto del 45%”, si legge in un comunicato della onlus Cittadini per l’aria. Era un dato importante, finalmente rassicurante. Perché l’Italia vanta il triste primato europeo di morti per questo inquinante, irritante e ossidante, che si genera nei processi di combustione, dovuto quindi al traffico veicolare.  Secondo i dati dell’Agenzia europea per l’ambiente nel 2019 14.600 italiani sono morti per questo gas. La città più intossicata: Torino.

Ha studiato le variazioni del biossido di azoto , ma non solo, anche Mobilaria 2020, lo studio del Kyoto Club e dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del CNR dedicato alla qualità dell’aria di 14 città italiane nei primi 4 mesi del 2020, quindi in piena emergenza Covid-19. Si registra un drastico calo, ovunque, del malefico biossido di azoto, con un incoraggiante -70% a Roma. La pausa, di oltre 2 mesi, ha indicato che la strada dello stop, o di una riduzione consistente,  del traffico veicolare è quella giusta. Ma non è ancora sufficiente. Perché il lock down ha migliorato la situazione, ma non ha permesso a gran parte delle nostre città di riprendere a respirare liberamente.

A farci ancora più paura è arrivato, il 2 giugno, l’Annuario dell’Istituto superiore per la ricerca ambientale, riferito al 2019. Leggendolo si ha la conferma che la Pianura Padana sia una delle aree più inquinate d’Europa: il valore delle polveri sottili, le famigerate PM10, è stato superato (ben oltre i 35 giorni di sforamento permessi per legge) nel 21% delle stazioni di rilevazione considerate. E preoccupano, ovviamente,  anche i dati del biossido di azoto, un inquinante irritante.

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Ma non c’è solo l’aria. Non c’è sola la Pianura Padana.  Avevamo visto tutti, ad aprile,  il video del fiume Sarno, definito da Legambiente il più inquinato d’Europa,  ritornato azzurrissimo. Concluso il lockdown, a maggio, è tornato scuro, melmoso, puzzolente. Con la ripresa delle attività industriali erano ripresi anche gli sversamenti illegali. I carabinieri forestali hanno sequestrato un impianto di depurazione irregolare, ma è servito a poco. La norma, da decenni, è versare nel fiume ciò che non serve. Si va avanti così. Il 23 maggio a Nocera Inferiore, Torre Annunziata e Castellamare di Stabia, organizzata dal gruppo ambientalista Aquamunda,  si è tenuta una manifestazione di protesta, congiunta. “Se non ora, quando”, hanno urlato i cittadini, facendo suonare delle sveglie. Sperano serva a smuovere gli animi, a far cambiare drasticamente rotta.

È del 3 giugno, poi, la notizia che decine di sacchi di plastica pieni di pietre, utilizzati come segnaposto sulle spiagge libere genovesi, sono finiti nel mar Ligure. Pesano 7 chili l’uno, non abbastanza per non essere travolti dalla mareggiata.  Che dire poi di  mascherine e guanti, gettati ovunque. Li abbiamo visti tutti, purtroppo. Il Politecnico di Torino ha stimato che solo nella Fase 2 in Italia siano stati utilizzati un miliardo di mascherine e 500.000 guanti.  “Se solo l’1% delle mascherine venisse disperso in natura questo si tradurrebbe in 10 milioni di mascherine  nell’ambiente. Considerando che il peso di ognuna è di circa 4 grammi questo comporterebbe la dispersione di oltre 40 mila chilogrammi di plastica in natura. Uno scenario pericoloso che va disinnescato”, commenta il Wwf .

Per chiedere un cambiamento, Fridays for Future, il movimento nato da Greta Thunberg che reclama politiche che affrontino l’emergenza climatica, oggi ritornerà in piazza, in 35 città italiane (tutti i dettagli sono su https://www.fridaysforfutureitalia.it). “Non possiamo tornare al passato”, annunciano i responsabili dell’evento. “Chiediamo che la ripartenza dopo il Coronavirus sia un salto verso un mondo nuovo. L’unico in cui la vita sia possibile. In questo momento il Governo, il Parlamento e le istituzioni europee stanno progettando le misure per ripartire dopo la pandemia. Ora più che mai vogliamo far sentire la nostra voce, affinché gli ingenti fondi a disposizione del nostro paese siano investiti in un ambizioso piano per la transizione ecologica del paese. Perché la crisi climatica non si è fermata in questi mesi e ogni giorno nel mondo causa nuovi disastri. Non possiamo che esprimere il nostro disappunto e la nostra delusione per le prime misure economiche adottate durante la fase 2. Il futuro dell’umanità, evidentemente, non è nei programmi del nostro Governo e dell’Unione Europea”, si legge sul comunicato che annuncia gli eventi.

Nella foto “Campo di grano con cipressi” di Vincent Van Gogh