Se dovessi stilare una classifica dei laeder mondiali che peggio hanno gestito la pandemia da coronavirus non sarebbe poi tanto difficile delineare il podio, sul quale troverebbero posto Donald Trump, Boris Johnson, Vladimir Putin e Jair Bolsonaro.

Dal Trump dell’ “influenza qualsiasi”, al Johnson dell’ “immunità di gregge”, al Putin dei silenzi su infettati e morti, si arriva all’apoteosi del Presidente brasiliano, che, come il Donald nordamericano, considera la sindrome da coronavirus una “gripezinha”, di cui non preoccuparsi.

Ma mentre sia Trump sia Johnson, che fra l’altro ha rischiato la pelle essendosi ammalato, alla fine, sia pure con riluttanza, qualche decisione relativa al contenimento l’hanno dovuta prendere o accettare, nulla sembra scalfire le certezze negazioniste dell’inossidabile presidente “carioca”.

E’ bene chiarire che io scrivo dall’Italia, per cui non ho contezza diretta della situazione brasiliana, ma media e stampa internazionale seguono con attenzione gli sviluppi della crisi, per cui non è difficile farsene un’idea.
E cosa c’è di meglio per capire la filosofia di Bolsonaro se non seguire le sue dichiarazioni.

Come quella del 24 marzo, in cui il nostro si è così espresso: “Questo virus attacca in maniera severa solo gli anziani, e sono loro che dobbiamo proteggere. Se l’economia si ferma le conseguenze saranno peggiori per tutti. Io sono un ex atleta e se dovessi prendere il virus non avrei altro che un insignificante raffreddore. In Italia muoiono solo anziani perché l’Italia è un paese di vecchi e non si può fare il paragone con il Brasile”.
In Brasile c’è tanta Italia, sia per il grande flusso di emigranti italiani a cavallo fra il XIX ed il XX secolo, sia per molte somiglianze nei comportamenti e negli stili di vita dei nostri due popoli.

Ma debbo ammettere che in questa emergenza mondiale sono convinto che noi italiani siamo ben lieti di non avere come presidente Bolsonaro. Nel Belpaese, ingiustamente additato all’inizio dell’epidemia come l’ “untore” del mondo, dopo lo sconcerto iniziale di fronte ad un virus sconosciuto, contro il quale non esistono cure specifiche ed anticorpi, sono state assunte misure di lockdown molto rigide, che in un paio di mesi hanno portato all’abbattimento della curva del contagio.

Bolsonaro, che con noi veneti condivide parte delle sue origini, essendo il nonno nato ad Anguillara Veneta, ha invece continuato imperterrito a minimizzare il fenomeno, per paura dei riflessi negativi sulla già poco solida economia brasiliana.

Ma è il Brasile dell’era di Jair Bolsonaro che sembra seguire i ritmi di una fiction delle tv americane. Ogni giorno una nuova dichiarazione, spesso al limite dell’assurdo; ministri della sanità che si dimettono proprio perchè non condividono la “politica sanitaria” del loro leader, governatori che protestano, incendi in Amazzonia. Tutto questo mentre il virus dilaga, i contagi si impennano, il sistema sanitario è sul punto del collasso, i numeri ballano e non si sa se gli infettati siano 15.000 o tre milioni, e si è alla fine arrivati alla “fosse comuni”.

Il tutto mentre il Brasile è al secondo posto al mondo per numero di contagi (dopo gli Usa) ed il sesto per numero di morti, e sta andando verso la stagione invernale, che probabilmente renderà il virus più aggressivo, e meno distinguibile dalla “vera” influenza.

E Bolsonaro in questa situazione continua ad uscire con amenità del tipo: “I brasiliani non si ammalano. Possono saltare e tuffarsi nelle fognature, non gli succede nulla: abbiamo gli anticorpi per resistere a questo virus”.
Ritornando alla metafora delle fiction, c’è poco da fare. Il continente americano sembra compresso da queste due personalità, Trump e Bolsonaro, che qualcuno forse definirebbe “disturbate”, sicuramente inquiete, che si somigliano ed accelerano su azioni e linguaggi politicamente scorretti, muovendosi più da uomini di spettacolo che da Presidenti di importanti nazioni.

E forse non è un caso se entrambi sono in aperta polemica con l’Organizzazione mondiale della Sanità, relativamente alla quale il “Bolsonaro pensiero” ha raggiunto questa vetta: “E’ questa l’Organizzazione Mondiale della Sanità i cui consigli verti vorrebbero sentire? Dovremmo anche seguire la loro politica in materia di educazione? Per dei bambini che hanno fino a quattro anni: soddisfazione e piacere nel toccare i loro corpi, masturbazione”.

Polemica chiaramente finalizzata a screditare l’Organizzazione dell’Onu, ma soprattutto a distogliere l’attenzione dalla problematica vera, la pandemia fuori controllo in Brasile.

L’ultima “chicca” del nostro Jair è del 3 giugno.

Commentando il bollettino di guerra dei morti da coronavirus, rispondendo ad una sua sostenitrice che gli ha chiesto di dire una parola di conforto alle persone in lutto, ha detto “Mi dispiace per le vittime di Covid ma moriremo tutti”.

Che detta così è una verità incontestabile, visto la caducità della vita umana, e fra l’altro neanche molto originale.

Il punto è un altro.

Che tutti noi, e immagino anche i brasiliani, che vivono nel regno del calcio, della Samba e del sole, siamo consci che alla fine la nostra vita finirà, e proprio per questo ci piacerebbe poter vivere il più lungo possibile, e non stroncati anzitempo dall’insipienza, dall’arroganza, dall’ignoranza, dalla disinvoltura, dalla leggerezza di un leader come Jair Bolsonaro.

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Luca Faietti, giornalista professionista, collaboratore de Il giornale di Vicenza, La domenica di Vicenza per la carta stampata, direttore di Canale 68 Veneto e poi redattore di Tva Vicenza, ora direttore editoriale e proprietario di Tviweb.

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