“Prima del Covid facevo tre lavori, adesso ne ho uno e part-time. Già non sono ottimista di natura, ora mi sento veramente preoccupata. Prima per la possibilità di ammalarmi, adesso perchè la vedo difficile nel breve periodo far quadrare i miei conti”.

Giulia è una ragazza di quasi 40 anni, mamma single di un 13enne, laureata e vive in una città del Veneto con un pil pro capite di 30mila euro. Giulia, da qualche settimana, riceve un pacco alimentare da un’associazione.

“Oltre al mio lavoro part-time di segretaria in uno studio legale, che devo raggiungere in treno, insegnavo nel doposcuola in una scuola media e affittavo una stanza agli studenti di Intercultura. Queste due ultime attività sono state spazzate via dalla pandemia e sono anche stata qualche settimana in cassa integrazione. Per fortuna il mio datore di lavoro ha anticipato parte dei soldi, perchè in busta paga non li ho ancora visti. Ma ovviamente li dovrò restituire, come dovrò comunque pagare l’affitto intero, perchè la padrona di casa ha concesso solo una rateizzazione. In più, siccome piove sempre sul bagnato, non ricevo quanto mi spetterebbe del Reddito di cittadinanza perchè il caf a cui mi ero rivolta l’anno scorso ha sbagliato la domanda e interagire con l’Inps è una lunga battaglia estenuante… . Insomma, pagate le bollette, inclusa l’adsl per far studiare M. con la ditattica on line, i soldi per mangiare non ci sono”.

Quante sono oggi le persone, le famiglie, in questa situazione? L’Istat ha recentemente evidenziato che tra marzo e aprile sono stati persi 274mila posti di lavoro e la fotografia scattata ai consumi parla di un calo di oltre il 10% sempre tra marzo e aprile. Prima del Covid bussavano alle porte della Caritas circa 2 milioni e 700mila cittadini: adesso sono cresciuti del 40%. Circa 3 milioni e mezzo di persone che hanno bisogno di aiuto per sfamarsi. Così tante che l’organismo pastorale della CEI che si occupa di carità ha dovuto aumentare i suoi già numerosi centri di ascolto da 3mila a 3500.

“La situazione si è aggravata nelle ultime settimane con il ritardo dell’arrivo degli ammortizzatori sociali e molti si sono rivolti alle nostre strutture perchè sono quelle di maggiore prossimità. Sono numerosi i Comuni che ci hanno chiesto di fornire dei dati per la distribuzione dei buoni spesa, perchè ci hanno riconosciuto una maggiore conoscenza delle necessità delle famiglie del territorio. E’ stato necessario superare l’”ostacolo” della privacy ma mi sento di poter dire che a livello locale si è creata una sinergia tra gli attori in campo che ha permesso di superare quei gangli burocratici che invece sono stati bloccanti a livello nazionale” spiega Monica Tola, dell’Ufficio Politiche Sociali della Caritas italiana.

In questa fase di emergenza il superamento della burocrazia, sia a livello nazionale che europeo, è stato fondamentale per far arrivare nel più breve tempo possibile i fondi per acquistare i beni di prima necessità: non solo cibo, ma anche dispositivi di protezione individuale. Perchè la Caritas si occupa anche e soprattutto di chi si trovava in una situazione di disagio prima dell’arrivo della pandemia. “La gestione dell’emergenza con senza tetto e migranti è stata possibile grazie all’eccezionale sforzo dei nostri volontari, esperti e nuovi. La situazione, ad esempio nel centro di accoglienza di Foggia e nella struttura di Catania, che è punto di riferimento per i clochard, era di grande criticità. Si tratta di luoghi a vocazione di ospitalità temporanea che sono dovuti diventare diciamo dei “piccoli residence”, perchè il “restiamo a casa” per chi una casa non ce l’ha sarebbe stato impossibile”. E, per placare la schiuma alla bocca di certa parte politica, il decreto Bellanova sulla regolarizzazione non ha creato file agli sportelli: “La cosiddetta sanatoria sta andando a rilento, tanto che si sono rivolte a noi anche molte badanti straniere rimaste senza lavoro”.

E’ di queste persone, non di Giulia, che Caritas deve e vuole continuare ad occuparsi: “Il pacco alimentare è un gesto, un sorriso. Ma chi ha diritto agli ammortizzatori sociali dello Stato deve poter accedervi: per questo stiamo formando un migliaio di volontari a fornire consulenza specifica, ma sono pochi ed è un percorso che non possiamo fare da soli. Abbiamo contattato l’Anci per fare rete e attendiamo risposta. Adesso è il momento di fare uno sforzo per creare un nuovo modello di welfare, anche per non perdere le tante iniziative spontanee di solidarietà nate a livello di quartiere”.

“Non ho mai visto un’Italia così e questo genera in me ansia e preoccupazione”. A dirlo è don Andrea La Regina, 67 anni, responsabile nazionale dell’Ufficio macroprogetti della Caritas, che le grandi emergenze se le è vissute tutte. “Le problematiche sono complicate perchè se si parla di ripartenza si deve parlare di ritorno al lavoro. Noi abbiamo come “core business” le persone fragili ma qui siamo di fronte a famiglie di lavoratori che non riescono più a garantirsi pranzo e cena e un tetto sopra la testa. Io vedo una situazione di grave impoverimento, che potrebbe essere destinata a durare; così da isolamento sanitario si passa a isolamento socio economico. Una situazione da cui è difficile risollevarsi, soprattutto al Sud, perchè il tessuto economico è meno forte e le banche sono meno disponibili all’accesso al credito, magari per vecchi protesti – prosegue don Andrea – In questa situazione, il rischio di ingresso di capitali illegali è altissimo, e non solo al Sud ovviamente”. Cosa fare quindi? “Questa è una grande sfida per le nostre forze più sane. Possiamo certo dire che “andrà tutto bene” ma dobbiamo sapere che non è così scontato. Abbiamo superato una pandemia sanitaria, adesso dobbiamo affrontare quella socio-economica e, come prima, la possiamo vincere solo con una forte unione delle forze: dai cittadini alla politica e all’economia, passando per il mondo della scuola e della Chiesa, ognuno al servizio della propria comunità. Con la consapevolezza che, se no, si perde”.

Anche secondo Rosario Gianluca Maria Valastro, vicepresidente della Croce Rossa Italiana, solo una forte coesione sociale può permettere al Paese di uscire da questa nuova crisi. “Per noi questi mesi sono stati “il tempo della gentilezza”, cioè sì al distanziamento fisico ma non a quello sociale, un messaggio importantissimo, sul quale abbiamo così tanto insistito che, alla fine, anche la comunicazione governativa ha inserito tra le buone pratiche dello spot anche l’attenzione al vicino di casa in difficoltà. Durante la prima fase abbiamo visto un’Italia disorientata di fronte ai contagiati e alle vittime ma con il retro pensiero, a volte neanche tanto celato, che di Covid morivano solo i vecchi. Poi ci si è accorti che non è così”.

La Croce Rossa, oltre a svolgere le attività di assistenza sanitaria, si è anche occupata della distribuzione di beni di prima necessità, oltre 700mila prodotti tra alimentari, mascherine e igienizzanti.

“Le iniziative di “spesa sospesa”, partite nell’immediato dell’emergenza, sono state le prime avvisaglie delle gravi difficoltà in arrivo, che man mano hanno coinvolto sempre più persone. Ora l’emergenza è reperire il cibo da distribuire. Pensiamo, ad esempio, che la chiusura dei ristoranti ha interrotto tutta la filiera del riuso, fondamentale per le mense e gli sportelli alimentari. Ora si è riaperto, ma senza clienti. Chi potrebbe concedersi una cena fuori preferisce farsi i conti in tasca e, purtroppo, anche la solidarietà passa in secondo piano – prosegue Valastro, che lancia un appello – Ma è necessario, invece, continuare a prestare attenzione a chi ha più bisogno, senza giudizi e senza isterismi”.

“Purtroppo temo che il virus sia mutato ma noi no, anzi, forse ci siamo ancor più abbrutiti rispetto allo scorso febbraio. Una nostra crocerossina anziana ha parlato a Codogno davanti al Presidente Mattarella e si è commossa, dopo la tensione di aver affrontato questi mesi in prima linea. Ecco: è stata sommersa dai commenti degli haters. – conclude il vicepresidente dell’organizzazione – La disgregazione sociale non ce la possiamo permettere, perchè rischiamo di ritrovarci in qualcosa che non sappiamo e che non saremmo più in grado di controllare”.

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Giornalista

Giulia Guidi ha collaborato con numerose testate sia venete che nazionali in diversi settori, ma soprattutto in cronaca. Dopo l'inizio con Canale 68, ha scritto per L'Espresso, L'Unità, Il Manifesto con corrispondenze sul caso della base usa Dal Molin, Altraeconomia (Mose, Autostrade), Il VIcenza, Il Giornale di Vicenza e Vicenzatoday con cronache locali, CNR Media sul nazionale. Attualmente lavora a Vvox.

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