Un reportage, fra cronaca e riflessioni di più ampio respiro, sugli Stati Uniti “malati” di razzismo. Ad accompagnarci, un cicerone d’eccezione, Spike Lee: “Ma un antidoto c’è, sono le elezioni di novembre. Dobbiamo votare in massa, senza defezioni. E mandare a casa l’Agente Orange”. Agente Orange è come il regista e attivista Lee chiama il presidente Donald Trump. Intanto, il 12 giugno, arriva il suo nuovo film: Da 5 Bloods – Come fratelli. Che parla di soldati “black” e di Vietnam.

E mentre il corpo di George Floyd continua il suo tour “politico” e funebre per gli Usa (con tappa finale martedì 9 giugno a Houston), spunta un nuovo caso, ripreso dal New York Times, che denuncia la morte violenta di un altro afroamericano: a Tacoma, nello stato di Washington, il 3 marzo. Si chiamava Manuel Ellis, aveva 33 anni. Secondo il medico legale della contea è stato “un omicidio”. Il portavoce della polizia locale, Ed Troyer, si difende dicendo che è stato l’uomo ad aggredire gli agenti. Ma c’è un video, girato da una donna che si trovava dietro alla macchina degli “sceriffi”. Si sente la donna urlare “smettetela di colpirlo, o mio dio, smettetela!”, mentre i “marshall” infieriscono sull’uomo a terra.

Così parlò Spike Lee

“Sono un narratore concentrato sulle storie dell’esperienza afroamericana, su cosa significhi essere afroamericano in questo Paese. È una condizione schizofrenica: sei stato rapito in un altro continente e portato qui dove sei stato schiavo per molti anni, ma nello stesso tempo sei americano, quindi c’è una frizione. Un attrito. Da 5 Bloods – Come fratelli è una storia sui soldati neri in Vietnam, ma anche nelle truppe Usa che combatterono durante la seconda guerra mondiale. Noi abbiamo sempre combattuto per questo Paese: il primo morto per la bandiera degli Stati Uniti, nella guerra d’Indipendenza, fu un uomo di colore, Crispus Attucks, durante il massacro di Boston il 5 marzo 1770; e la prima Medal of Honor a un soldato nero andò a un diciottenne, Milton Olive, morto in Vietnam il 22 ottobre 1965. All’epoca la popolazione afroamericana era l’11 per cento del totale, ma la percentuale dei soldati neri in Vietnam era del 31%. E ciò nonostante ci hanno prima linciato e dopo, cioè ora, ci sparano o uccidono per le strade”.

Si potrebbe chiudere qui, con queste parole del celebre regista e attivista Spike Lee, per cercare di capire cosa stia succedendo negli Stati Uniti d’America, il perché delle rivolte che li stanno infiammando dopo l’omicidio di George Floyd, 46enne disoccupato afroamericano, soffocato dal ginocchio di Derek Chauvin, 44enne poliziotto bianco, mentre rantolava “non riesco a respirare” durante un arresto per il presunto spaccio di una banconota falsa da 20 dollari il 25 maggio a Minneapolis, in Minnesota. Ironia della sua cattiva sorte: l’etimo del cognome dell’agente è francese e ha dato origine al sinonimo “sciovinista”.

#ican’tbreathe?

Da Lincoln e la guerra di secessione che abolì la schiavitù in tutti gli Stati dell’Unione a oggi sono passati ormai esattamente 155 anni. Sembrano dunque passati invano? Ovvio che no, nonostante i ripetuti e recenti episodi di razzismo omicida e lo stillicidio di soprusi e discriminazioni subite dalla popolazione afroamericana, ben raccontati su queste pagine da Daniele De Luca in Soffocare Usa. Tanto per non dimenticare, nel 2008 alla Casa Bianca entrò un signore che si chiamava Barack Obama e ci rimase per ben due mandati da presidente degli Stati Uniti.

Da Obama all’Agente Orange

Un evento epocale, che anche se non ha messo fine alla storia alla Ku Klux Klan che flagella gli Usa da un secolo e mezzo, ha però segnato un punto di non ritorno. Indietro non si torna, nonostante tutti i Chauvin che resistono stupidi e orrendi ai tempi che cambiano. E nonostante il successore di Obama alla Casa Bianca si chiami Donald Trump. “Ma io non lo chiamo Trump, bensì Agente Orange, come il napalm usato a tonnellate dall’esercito Usa in Indocina durante la guerra del Vietnam”, racconta ancora Spike Lee. “E sì, Agente Orange ha infiammato il razzismo, il sessismo e tutti i peggiori ismi. Credo anche che molta parte della violenza attuale sia collegata ai due mandati di Barack Obama: una reazione di paura, rabbia, odio e razzismo contro il mio grande presidente. Appena insediato, Agente Orange non ha fatto che smontare il suo lavoro, a partire dall’Obama Care (il programma di assistenza sanitaria, ndr.), e adesso il coronavirus dimostra tutta la fragilità del Paese: oltre quaranta milioni di disoccupati, code infinite per procurarsi il cibo, i soldi per l’affitto che non ci sono, i bambini che non hanno i computer per la scuola online”.

Genocidio di classe

Un genocidio di classe, che avevamo denunciato come rischio concreto fin dall’inizio di questa pandemia. Siamo stati facili profeti. Purtroppo. Ma che nella sua assoluta drammaticità non cancella la lunga di storia di liberazione dei “neri” d’America. Certo, è una lotta ormai secolare che non è ancora finita. “Non è stato il coronavirus a uccidere George Floyd, ma la pandemia di razzismo”, ha detto Benjamin Crump, uno degli avvocati della famiglia durante la prima delle orazioni funebri che si è tenuta giovedì a Minneapolis, riferendosi al fatto che l’autopsia ha accertato la positività di Floyd al covid19.

“La ragione per cui non abbiamo mai potuto essere chi volevamo e sognavamo di essere è che abbiamo mantenuto quel ginocchio sul nostro collo”, gli ha fatto eco il reverendo Al Sharpton, noto leader della lotta per i diritti civili, nel suo elogio funebre. “È tempo di scendere in campo in nome di George e dire: togliete il vostro ginocchio dai nostri colli”.

Un corpo itinerante

E in campo c’è ora il corpo di Floyd. L’omaggio pubblico all’ultima vittima di razzismo made in Usa è diventato infatti un tour politico. Dopo Minneapolis, la salma è passata venerdì a Raeford, in nord Carolina, dove George era nato 46 anni fa. Transiterà domani in Texas a Houston, città nella quale ha vissuto gran parte della sua vita. Per concludersi martedì con il funerale vero e proprio, sempre a Houston, alla presenza di 500 persone, numero contingentato per via delle misure antivirus.

Fra di loro ci sarà anche Joe Biden, candidato democratico alla presidenza prossimo ventura. Non ci dovrebbe essere invece Donald Trump, blindato alla Casa Bianca, osteggiato dal capo del Pentagono Mark Esper sull’uso delle truppe contro i manifestanti e accusato duramente dall’ex segretario alla Difesa James Mattis in un intervento sul magazine statunitense The Atlantic. “Trump è il primo presidente nella mia vita che non tenta di unire il popolo americano, neppure finge di tentare. Invece tenta di dividerci”, ha scritto l’ex generale evocando una leadership “immatura” e schierandosi con i manifestanti. Mattis ha condannato l’uso dell’esercito contro le proteste, definendo “abuso di potere esecutivo” lo sgombero della folla davanti alla Casa Bianca per una “bizzarra photo-op” del commander in chief con la Bibbia. E ha invitato a “respingere e a richiamare alle loro responsabilità chi ha cariche pubbliche e deride la nostra costituzione”.

Primi segnali giudiziari e politici

La procura generale del Minnesota, responsabile dell’inchiesta giudiziaria, ha deciso intanto di rendere più “pesante” l’imputazione per l’ex agente Derek Chauvin, cambiandola da omicidio colposo a volontario, e ha anche ordinato l’arresto dei suoi tre colleghi, accusandoli di complicità. La cauzione per la libertà provvisoria è stata fissata in un milione di dollari, per evitare il rischio di facile “evasione” dalla detenzione preventiva o di fuga in caso che qualcuno pagasse questa cauzione astronomica.

Era quanto chiedevano la famiglia e i manifestanti che hanno infiammato l’America. E che, nonostante i 10 mila arresti eseguiti finora, continuano a scendere in piazza (sempre più pacificamente) per chiedere giustizia per la famiglia Floyd, ma anche riforme contro le iniquità razziali e gli abusi delle forze dell’ordine. Su tutte, la marcia #1MillionDCSaturday, che ieri pomeriggio (le 8 della sera, in Italia) ha portato per le strade di Washington un’autentica marea umana, impressionante il colpo d’occhio. “È una delle più grandi manifestazioni che si siano mai svolte in questo Paese”, ha raccontato Peter Newsham, il capo della polizia del distretto federale della capitale Usa. E se lo dice lui, chi siamo noi per non credergli e gioirne? (Nota per il lettore: di solito sono gli organizzatori a enfatizzare i numeri della partecipazione e la questura a smorzarli). L’hashtag che ha lanciato su twitter questa mobilitazione ricordava la celebre marcia del 28 agosto 1963 con la quale Martin Luther King ci regalò il suo “I have a dream”.

E sempre da Washington arriva un altro piccolo segnale positivo: il Senato si appresta a votare l’abolizione della stretta al collo. Misura di “prevenzione” finora autorizzata per poliziotti e sceriffi e che ha provocato la morte per soffocamento di George Floyd.

L’antidoto

Nella speranza che l’omicidio di George Floyd si tramuti nel Vietnam della presidenza Trump, è ancora Spike Lee a suggerire che c’è un antidoto concreto da usare contro il virus del razzismo mai domo: le elezioni presidenziali, in programma fra pochi mesi, il 3 novembre. “Dobbiamo andare a votare tutti e tutte. In massa. Senza defezioni. Se Agente Orange sarà rieletto, saranno in pericolo non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero. È anzi molto importante che gli elettori Usa guardino a cosa succede negli altri Paesi. Non siamo certo gli unici a dover fare i conti con il razzismo. Pensi a quell’altro tipo in Brasile (il presidente Jair Bolsonaro, ndr.), è fortunato perché la gente, distratta com’è dalla pandemia, non vede cosa sta combinando… quel tipo è altrettanto pericoloso quanto Agente Orange”.

Oddio, proprio nessuno no: venerdì (dati ufficiali del governo) erano diventati 34.072 i morti in Brasile per coronavirus, bollettino che ha “regalato” al gigante sudamericano il triste terzo posto nella classifica mondiale dei decessi, superando proprio l’Italia, che a lungo è stata addirittura in testa a questa tragica classifica. Aggiornati a ieri, i decessi sono 35.211. Sono dati che stanno tagliando l’erba del consenso sotto i piedi dell’ex militare nostalgico del regime golpista del ventennio 1964/1984. (Clicca qui per leggere Il negazionismo di Bolsonaro)

(Il film sul Vietnam al quale si accenna nel “cappello” di questo reportage, Da 5 Bloods – Come fratelli, è l’ultima opera del regista newyorkese. In attesa che riaprano finalmente i cinema, arriva nelle nostre sale il 12 giugno. E per nostre sale intendo proprio quelle delle nostre case: il nuovo film di Spike Lee sarà rilasciato su Netflix).

Che la terra ti sia lieve, mister George Floyd (e anche per te, mister Manuel Ellis).

Colonna sonora di questo pezzo:

Gli 8 minuti di American Skin (41 Shots) di Bruce Springsteen: “Otto minuti. Questa canzone è lunga 8 minuti. Quasi quanto ci ha messo George Floyd a morire con il ginocchio di un ufficiale di Minneapolis premuto sul collo. È parecchio tempo. Ecco quanto a lungo ha implorato aiuto e ha detto che non riusciva a respirare. La risposta dell’ufficiale arrestante non è stata altro che silenzio e peso. Poi non aveva più battito. Possa riposare in pace”. Parole del Boss del rock che hanno introdotto, durante la sua trasmissione radio Bruce Springsteen: from his home to yours, gli otto minuti del pezzo scritto originariamente per l’omaggio funebre ad Amadou Diallo, lo studente guineano che viveva a New York e che fu ucciso da quattro poliziotti del dipartimento di New York, nel febbraio del 1999. Diallo aveva solo 23 anni. E 41 furono i colpi sparati dagli “sceriffi” del Nypd. 41 shots, appunto. Diciannove andarono a segno. Diallo era disarmato.

E ovviamente Amazing grace, nella versione di Aretha Franklin, dal vivo in una chiesa battista, nel 1972.

Qui invece il link all’articolo del New York Times sulla morte di Manuel Ellis, a Tacoma.

(foto Syfy)

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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