Mentre sui media nazionali si avvertono ancora chiaramente l’eco della maxi operazione contro la ‘ndrangheta andata in scena alcuni giorni fa nel Veronese, il Veneto si trova costretto ancora una volta a fare i conti con una presenza del crimine organizzato che pur divenuta stabile da lustri, in molti si ostinano ancora a chiamare infiltrazione: come a voler sottolineare una asserita preponderanza del fattore esterno di una presenza mafiosa che invece, questo dicono le inchieste, è ormai incistata nel tessuto socio-economico regionale.

CERTIFICATO D’ORIGINE
Il primo dato che emerge dalla lettura della ordinanza con cui il Gip del tribunale di Venezia Barbara Lancieri ha stabilito gli arresti, o ha applicato comunque una qualche forma di misura cautelare, nei confronti di oltre venti persone (in realtà sono una sessantina ad essere finite nel mirino della procura antimafia veneziana che ha coordinato le indagini condotte dalla polizia di Stato), riguarda il dato della provenienza. Ci sono sì i mafiosi di origine calabrese stabilitisi nelle terre della ex Serenissima: ma dell’organizzazione fa parte in pianta stabile una pattuglia di veronesi doc. E nel sodalizio oltre a Veneto e Calabria fanno capolino soggetti che provengono da altre realtà quali Campania, Puglia, Moldavia, Romania e Albania. I reati ipotizzati (a beneficio di completezza è bene ricordare che eventuali condanne possono giungere solo dopo un processo e solo dopo una sentenza definitiva) sono quelli tipici del crimine organizzato di tipo mafioso: truffa, riciclaggio, estorsione, traffico di droga, corruzione, turbata libertà degli incanti, trasferimento fraudolento di beni e fatture false.

PUBBLICI POTERI E MONDO POLITICO
L’altro dato che emerge è il collegamento che l’indagine ha identificato col mondo dei pubblici poteri. Tra i nomi di coloro che sono finiti agli arresti infatti figura Andrea Miglioranzi, personaggio di spicco della destra veronese e veneta. Miglioranzi, ex presidente della municipalizzata Amia (controllata da Agsm, la municipalizzata più importante della città di Giulietta e Romeo), che si occupa del ciclo dei rifiuti, arrivò ai vertici della società grazie alla vicinanza politica con Flavio Tosi. Già sindaco di Verona, già leghista giunto nel Carroccio anch’egli con una origine culturale «bene assestata nella droite scaligera», pure Tosi è finito nelle carte dell’inchiesta anche se solo come indagato per peculato: e non per reati di mafia.

Di Miglioranzi, che in passato ebbe a ricoprire la carica di numero uno di un gruppo consiliare che nel comune del capoluogo adigeo sosteneva la maggioranza dell’ex sindaco Tosi, si ricorda la prossimità a un altro esponente di spicco della destra veneta. Si tratta del vicentino Piero Puschiavo. Il quale da un anno e passa ormai è entrato in pianta stabile nella galassia di FdI. Nel cui ambito è divenuto portavoce per il circolo di Lonigo, un comune dell’Ovest vicentino al confine col Veronese.

L’OVEST VICENTINO
Quello di Lonigo tra l’altro è un territorio che è finito nei radar dell’inchiesta nota col nome di «Isola scaligera». Lavora infatti presso la filiale di Lonigo di Banca intesa il veronese Luca Schimmenti, pure lui rimasto coinvolto nella indagine coordinata dalla Dda veneziana. Schimmenti all’epoca dei fatti, rivestiva il ruolo di vicedirettore della filiale veronese della Banca Popolare di Vicenza di corso Milano. È accusato di aver fiancheggiato il sodalizio criminale, pur non facendone parte in maniera organica, mettendo a disposizione le sue competenze in materia finanziaria per riciclare il danaro provento di attività illecite. Per le note vicende legate al tracollo delle ex popolari venete BpVi è stata poi acquisita da Intesa (i due istituti peraltro, almeno stando all’ordinanza, non risultano coinvolti in alcun modo dalle indagini). Ad ogni buon conto per inciso il comprensorio di Lonigo l’anno scorso venne interessato da un’altra maxi operazione contro la ‘ndrangheta, sempre di origine crotonese, l’operazione Terry, la quale per di più fece molto scalpore sulla stampa.

IL RUOLO DELLA STAMPA
Sul ruolo della stampa occorrerebbe dare vita ad una riflessione specifica. Indipendentemente da quello che sarà il destino giudiziario di Flavio Tosi, non è la prima volta che il capoluogo scaligero finisce al centro di una serie di vicende poco edificanti. Basti pensare allo scandalo che coinvolse l’ex assessore azzurro all’urbanistica Vito Giacino o l’inchiesta di Report su Rai tre, che con molto anticipo sui tempi delineò le «fatal connections» tra certi ambienti cittadini e certi ambienti calabresi. All’epoca, quando Tosi figurava nel novero dei potenti, i media mainstream veneti, veronesi in particolare, assunsero posizioni sempre poco critiche nei confronti dell’allora primo cittadino (che parlava spesso di «merda contro Verona»): il cui ufficio stampa faceva sentire, senza nemmeno troppa vergogna, il suo peso nelle redazioni. Quando l’affaire Tosi venne raccontato da Report ci furono giornalisti veneti che si scagliarono contro il programma di Rai tre.

Oggi quelle vestali del giornalismo «rispettoso verso il potere» rimangono in silenzio. Tuttavia il problema di una storica sottovalutazione della stampa veneta (rispetto alla quale non sono nemmeno mancati i mea culpa per vero) nei confronti delle organizzazioni mafiose rimane. Il concetto l’ha espresso a più riprese Enzo Guidotto, presidente dell’Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso. Il quale in mille occasioni, sempre poco ascoltato, ha ripetuto che la ‘ndrangheta a Verona c’è arrivata già nella metà degli anni Settanta in scia alla politica ed alcuni ambienti della massoneria deviata. Massoneria che nell’affaire Verona entra a pieno titolo come testimonia il Corriere veneto del 7 giugno in pagina 6 che apre con un titolo che lascia poco spazio alla immaginazione: «I due insospettabili e il filo rosso che unisce Verona, la Magliana e le logge massoniche». Quieto vivere, legami stabili con ambienti economici e politici di alto livello, «amministratori poco coraggiosi o poco avvezzi a toccare certe relazioni» sono una distorsione strutturale del sistema che nel Nordest, sempre secondo Guidotto, in pochi vogliono mettere in discussione. In questo contesto sarebbe anche utile capire come mai la commissione per studio sul fenomeno mafioso in seno al Consiglio regionale del Veneto stia di fatto al palo.

LA PISTA ALBANESE E QUELLA PUGLIESE
Ad ogni buon conto non è da escludere che tra gli spunti che si potrebbero essere palesati sui taccuini dei detective dello Sco della Polizia di Stato ci sia una pista albanese giacché è di origine albanese uno dei nomi coinvolti nella indagine ossia Dervishi Bledar. Ma perché gli inquirenti potrebbero essere interessati a seguire una pista che porta in Puglia nonché oltre Adriatico, quanto meno sul piano dello spunto investigativo? Non è un mistero che Tosi nel 2017 nella sua veste di presidente della autostrada Brescia Padova fu coinvolto in una polemica politica al vetriolo quando si palesò all’orizzonte il crac della Serenissima costruzioni, la società di proprietà della Brescia Padova che per conto di quest’ultima realizzava in regime di monopolio o di semi-monopolio, i lavori stradali per la controllante.

Le peripezie economiche di quel tracollo furono contrassegnate da una girandola di colpi di scena societari che portarono in Puglia e in Albania i destini della Serenissima costruzioni che poi fallì lasciando parecchi strascichi e sul piano penale e sul piano civile. E c’è di più. Sempre l’Albania, o meglio Eco Tirana, la controllata albanese di Agsm, la multiutility scaligera di proprietà del comune di Verona, nel 2018 fu al centro di una querelle senza esclusione di colpi quando la Lega, entrata a pieno titolo nella maggioranza «anti Tosi» che aveva scalzato quest’ultimo dallo scranno più alto di palazzo Barbieri, chiese chiarimenti ad Agsm proprio in relazione ai trascorsi nella gestione del cosiddetto lascito albanese in seno alla municipalizzata cittadina.

TESSUTO SOCIALE
Sullo sfondo però rimane la questione delle questioni. Al centro della indagine dello Sco infatti c’è il sistema messo in piedi dal gruppo di calabresi che in città aveva il suo fulcro in Antonio Giordino detto «Totareddu». Nell’ordinanza firmata da Lancieri sono ben dodici i Giardino finiti nel mirino degli investigatori. Ma al di là dell’inchiesta, che seguirà i suoi binari, ci sono alcune domande che meritano una risposta che non è mai arrivata sino ad oggi. La politica e soprattutto la società civile veronese, hanno mai avuto la voglia di misurare e di sondare la pervasività di questo gruppo di potere che in città è noto da tempo? Quando nel 2016 i media, tra cui il Fattoquotidiano.it del 29 luglio, parlarono della foto che ritraeva Tosi e Giardino insieme la città ebbe o meno un sussulto visto che lo stesso Giardino era già indagato per altri reati? E in ultimo, i Giardino, quantomeno nel Veronese, hanno mai spostato voti? E se sì a favore di chi?

(Foto: Gianfilippo Usellini – La biblioteca magica)

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

Giornalista

Marco Milioni, classe 1973, è giornalista pubblicista dal 2002. È stato per molti anni firma fissa de Il Gazzettino e corrispondente da Vicenza per Radio Rtl Venezia ed Rtl 102,5. Ha all'attivo collaborazioni con Alganews.it, Globalist.it, Il Fatto quotidiano, Canale 68 Veneto, Vicenzapiu.com, Radio Vicenza, Vvox.it e con il gruppo Citynews.

Commenta con Facebook