È il suono spigoloso di una sirena, ma di una sirena che ride, quello che mi trapana le orecchie. È un lungo, lunghissimo “siiiiiiiiiii”. Talmente lungo che faccio a tempo a svegliarmi dalla quiete che mi ha avvolto subito dopo quella telefonata da un numero sconosciuto che mi annunciava il “tampone negativo”.

Play SIIIIIIIII

All’inizio ero tra quelli che non sopportava i vocali o meglio non sapeva come gestirli. Non ricordo neppure chi mi ha insegnato che basta avvicinare il telefono all’orecchio e l’audio messaggio non è più in viva voce, cioè che, come una telefonata, lo senti solo tu. Da allora i vocali li ascolto, forse li apprezzo pure, anche se ammetto che rispondo sempre scrivendo. Mettevo giù dopo il ‘beep’ ai tempi delle segreterie telefoniche su nastro, continuo a non riuscire a parlare da solo.

Mi trovo così con lo smartphone in mano. Le dita pronte a danzare sulla tastiera, ma nulla da scrivere. In loop ascolto e riascolto quel lungo “siiiii”, che in realtà non dura che quattro secondi. Durerebbe se non continuassi a farlo ripartire, ripartire, ripartire, ripartire e ancora a ripartire.

Le lacrime fanno capolino sul bordo delle palpebre inferiori. Si affacciano e poi, forse convinte dalle labbra increspate da un sorriso, tornano da dove erano venute. Tre mesi che di tanto in tanto “i lucciconi”, come si chiamavano da piccoli, hanno bagnato gli occhi senza mai rigare il volto. Solo lo stick del tampone, che dal naso ho sentito in gola e forse anche più giù, è riuscito a fare scendere qualche lacrima, come quelle che compaiono quando fissi una luce intensa, quella del Sole. Una buona scusa per piangere, senza piangere.

Il “siiiiiiii” è quello dei miei bambini, come mi ostino a chiamarli, nonostante i loro 11 e 13 anni. La grande e il piccolo, come dico quando racconto di loro, non li vedo, tocco, pastrugno, dalla fine di febbraio. Da mesi non c’è parola non mediata da telefono o telecamera. Da oltre cento giorni nessuno si infila nel lettone. Dall’inverno non mangiamo insieme. Da San Valentino non c’è il rito del film e i pop corn. Mi sono perso una stagione intera della loro vita, che è stata bellissima in montagna con gli insostituibili nonni, ma che è stata senza di me.

Il “tampone negativo” è arrivato dopo il test sierologico positivo agli IGG. Mi sono fatto il covid, ma ora sono negativizzato. Nessuno dice “immune”, ché “non si sa nulla di preciso”, ma tutti quelli che rispondono all’sms si felicitano perché “ne sei fuori per sempre”, altri più prosaici: “che culo, che invidia”.

La verità è che mi sono ammalato, verosimilmente lo scorso febbraio, sono diventato “presunto covid”, mi sono iniettato in pancia alcune decine di siringhe di eparina, sono finito in ospedale nel reparto dei contagiati, ho fatto lastre a casa e tutto quel che potevo, ma alla fine solo pagando ne sono finalmente uscito.

Per il sistema sanitario lombardo, per l’Ats, nonostante le segnalazioni del mio medico curante, non sono mai esistito. Il sierologico l’ho fatto in una clinica privata e nella medesima ho fatto il tampone. Oggi so due cose, ho fatto il covid, ne sono uscito e solo per senso di responsabilità non ho infettato nessuno. Le varie quarantene iniziate, prolungate, finite, mi avrebbero permesso di andare a giro a fare l’involontario untore. Se fossi stato alle regole, potenzialmente avrei potuto infettare, far ammalare, ammazzare qualcuno. Con me il sistema sanitario nazionale e, più specificatamente, lombardo ha fallito. Sono la dimostrazione vivente che i numeri sul contagio, quelli dei malati, dei curati, sono falsi, sono incompleti, sono manipolati. Entro nelle statistiche come curato, senza mai essere stato più che un sospetto covid.

Rivedrò a ore i miei figli e, solo a pensarci, tornano i “lucciconi”, poi inizierò il carosello di visite mediche, per capire se e quale eredità mi ha lasciato il coronavirus. Immune al virus, ma non all’arroganza della cattiva gestione della cosa pubblica lombarda.

Il dito cerca di nuovo il simbolo del play e ripartono i caldi e avvolgenti “siiiiiiiii”. Repeat.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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