Medicina di base annullata, il Covid ha presentato il conto

Nelle ore precedenti la stesura di questo articolo, la sede di Caracol Olol Jackson di Vicenza, di cui leggerete più avanti,  è stata vittima di un attentato rivendicato con l’adesivo “Boia chi molla”, posto su una bottiglia incendiaria. A tutti gli attivisti e i volontari della struttura la solidarietà e l’appoggio della redazione di Estreme Conseguenze.

“Se c’è una cosa che è emersa chiara da questa emergenza sanitaria è lo stato di abbandono in cui versa la medicina di prossimità. Se le persone che accusavano sintomi fossero state prese in carico dal dottore del quartiere, anziché riversarsi nei Pronto Soccorsi, forse adesso parleremmo di altri numeri. La centralizzazione in grandi ospedali e la progressiva privatizzazione del settore, per tenere alta la bandiera dell’ottimizzazione dei bilanci (ndr: e dei conti correnti degli investitori), ha presentato il conto”.

Lo dice Michele Iacoviello, del coordinamento Programma Italia di Emergency, cioè tutte le attività dell’associazione umanitaria che si svolgono nelle “terre di confine” sì, ma del nostro Paese. Emergency è la realtà italiana più importante di quella che possiamo definire sanità sociale, cioè non pubblica, ovviamente non privata, e diretta a quelle persone che non possono accedere ai servizi tradizionali. I loro pazienti sono migranti senza permesso di soggiorno, clochard, appartenenti alle comunità rom, sinti e caminanti ma anche cittadini “ con tutte le carte in regola”, che per diverse ragioni, incontrano difficoltà ad accedere alle prestazioni pubbliche. Emergency in Italia conta 6 ambulatori fissi, a Marghera (Venezia), a Brescia, a Sassari, a Castel Volturno (Caserta), a Napoli e a Polistena (Reggio Calabria), e alcune cliniche mobili, tra cui un politruck “parcheggiato” a Milano, che ospita due ambulatori, e un polibus che sta operando a davanti al Covid Hospital di Camerino (Macerata). Tra febbraio e maggio, le strutture, fisse e mobili, hanno erogato oltre 12mila prestazioni per circa 3250 pazienti, “molte delle quali telefoniche e comunque in numero lievemente inferiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno proprio per i protocolli di sicurezza attivati durante la pandemia” specifica Iacoviello.

“Ognuno dei nostri progetti è specifico per le realtà con cui va ad operare, e fornisce servizi sanitari, prestazioni infermieristiche e, soprattutto, attività di orientamento socio sanitario grazie alla presenza di mediatori culturali formati per interagire con le comunità di cui ci occupiamo. Ad esempio, in questo momento siamo presenti nell’agro pontino, dove il lavoro nei campi viene svolto da indiani che, nella maggior parte dei casi, parlano solo il Punjabi. Durante l’emergenza abbiamo “prestato” il nostro mediatore agli ospedali di tutto il Lazio, compreso lo Spallanzani, perchè sono pochissimi a parlare questa lingua”. Non solo Latina, ma anche Vittoria, Rosarno, Foggia: tutte zone dove esistono le tendopoli dei braccianti stranieri, veri e propri villaggi persi nelle campagne, dove vivono migliaia di persone ma lo Stato non arriva: “Ci troviamo ad operare in situazioni medioevali – spiega il medico – E dove sono le colture di origine a farla da padrone. Non è stato facile spiegare alla comunità nigeriana che il Covid non colpisce solo in bianchi e, in caso, non si può curare masticando aglio”. I dati ci dicono che non sono scoppiati focolai in questi agglomerati potenzialmente pericolosissimi: “Abbiamo registrato alcuni casi di positività tra i lavoratori indiani anche grazie al nostro protocollo che è ancora più stringente rispetto a quello governativo: ad esempio, noi consideriamo singolarmente tutte le sintomatologie presenti nella casistica, senza avere come condicio sine qua non la presenza di febbre sopra i 37.5. In più teniamo il paziente in osservazione per 10 minuti, al fine di verificare se ci ha detto la verità: molte persone tendono a minimizzare”. E non è l’unico appunto alle norme emanate: “Noi abbiamo spesso la necessità di muoverci, per accompagnare i pazienti nelle strutture sanitarie pubbliche quando ce n’è la necessità e continuiamo a spostarci in due in un’auto, a costo di dover fare più viaggi. Non possiamo permetterci il rischio che uno degli operatori si ammali diventando così un veicolo di contagio a sua volta”.

E le donne e gli uomini di Emergency lo sanno bene, forti dell’esperienza acquisita durante l’epidemia di Ebola; una competenza che è stata utilizzata per agire nelle città più colpite, Bergamo, Brescia e Milano, dove hanno messo in sicurezza la struttura di Carbonia, che ospitava i senza tetto, e dalla Regione Piemonte, che ha affidato loro la gestione dell’emergenza nelle RSA.

“Sono molto preoccupato per i prossimi mesi – sottolinea Iacoviello – Soprattutto per l’autunno. L’impressione è che si sia dato il via a un liberi tutti più per ragioni economiche e psico-sociali che non per un cessato allarme sanitario”. E non è l’unica preoccupazione degli operatori dell’associazione che, in questi mesi, hanno dedicato ampio spazio all’aiuto psicologico agli operatori sanitari ma anche alle persone comuni: “L’impressione che ho è che siamo stati completamente abbandonati a noi stessi. Nessuno del governo si è preoccupato dell’igiene mentale di medici e infermieri che hanno dovuto affrontare una situazione che non ha precedenti nel nostro Paese. E la fase più difficile è in arrivo, quando calerà l’adrenalina e si tornerà alla dura routine degli ospedali, dove i casi di aggressioni agli operatori del Pronto Soccorso sono all’ordine del giorno. Nell’unità mobile di Camerino, davanti al Covid Hospital, ci siamo proprio preoccupati di fornire aiuto psicologico ai lavoratori. Ma non è un problema che riguarda solo la nostra categoria. Io sono padre di un ragazzino in età scolare, che ha passato l’anno scolastico che ogni famiglia sa e che non vede l’ora di tornare a scuola. Ma intorno c’è solo confusione. Chi aiuterà tutte queste famiglie ad affrontare la situazione? Durante il lockdown ci siamo anche attivati per la consegna di farmaci e di beni di prima necessità a domicilio ma ci siamo resi conto che le persone avevano anche bisogno di non sentirsi sole, isolate. In queste settimane ognuno di noi è come se fosse diventato un ghetto, chiuso nel suo ambiente: una condizione devastante per chi è più fragile”.

E che può minare anche personalità apparentemente più attrezzate, come aveva raccontato a EC Emilia Laugelli, la responsabile del numero di supporto psicologico della Regione Veneto, ancora all’inizio dell’emergenza.

Se Emergency è la realtà più importante nel campo della sanità sociale, in Italia esistono ambulatori popolari nati da esperienze più piccole, quasi di quartiere. Capostipite è l’Ambulatorio Medico Popolare di Milano, nato nel 1994 ed ancora attivo nei locali di via dei Transiti, e negli anni si sono aggiunte altre realtà, come il Je so’ pazzo di Napoli, gli ambulatori popolari di Canosa e Barletta, mentre altre esperienze stanno nascendo, ad esempio il Caracol Olol Jackson di Vicenza.

“Il progetto è partito nel 2018 e comprende diversi aspetti della vita delle persone, come il lavoro, la cultura, la socialità è certamente anche la salute – ci racconta Angela Di Biase, psicologa vicentina che si è messa al servizio del gruppo di lavoro sulla sanità, che comprende medici volontari ed operatori – I primi passi sono stati formarci sulla normativa vigente e sugli aspetti burocratici e vi assicuro che forse è stata la parte più dura ed è comunque continuativa. Il nostro obiettivo era quello di creare uno sportello informativo psico-sociale, dove accogliere le persone, comprenderne la problematica e fornire una prima risposta, sia di accompagnamento verso le strutture preposte, sia di prestazione interna, quando possibile e se la persona non è in possesso dei requisiti per rivolgersi al pubblico”.

Nello stabile di via Crispi 46 troveranno spazio studi di medicina generale, sia per adulti che per bambini, di medicina del lavoro, psicologico, oculistico, dentistico e, in prospettiva, ginecologico. Bloccati i lavori dal lockdown, i volontari hanno messo in piedi un complesso servizio di assistenza Covid con distribuzione di pacchi alimentari, aiuto psicologico, aiuto compiti e molto altro.

“Abbiamo creato un gruppo di medici che daranno via via la loro disponibilità e su questo creeremo un agenda per gli appuntamenti. Intanto finiremo di predisporre i locali, secondo quando previsto dalla normativa e infine invieremo la documentazione all’Ulss di Vicenza per l’ispezione e l’autorizzazione” spiega Di Biase. Un progetto importante che conta di finanziarsi tramite crowdfounding e con le attività che vengono organizzate all’interno dello stabile: “L’idea è quella che Caracol sia la casa dove le persone trovano la loro dimensione e ciò di cui hanno bisogno: socialità, musica, cultura, supporto per il lavoro e la famiglia e anche per la salute. Il ricavato di concerti, eventi e cene servirà per finanziare tutte le attività che forniremo gratuitamente. E magari contribuiranno anche alla salute generale delle persone. Ovviamente stiamo lavorando anche per rafforzare la rete con gli enti, con cui già collaboriamo per le attività dedicate ai migranti e ai senza tetto”.

Giulia Guidi

Giulia Guidi ha collaborato con numerose testate sia venete che nazionali in diversi settori, ma soprattutto in cronaca. Dopo l'inizio con Canale 68, ha scritto per L'Espresso, L'Unità, Il Manifesto con corrispondenze sul caso della base usa Dal Molin, Altraeconomia (Mose, Autostrade), Il VIcenza, Il Giornale di Vicenza e Vicenzatoday con cronache locali, CNR Media sul nazionale. Attualmente lavora a Vvox.

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