Dopo tre mesi abbondanti di lockdown, si riaccendono i grandi schermi, si alzano i sipari, ripartono i concerti. Dovrebbero, anzi. Il condizionale è d’obbligo, perché se la legge lo permette, i dubbi di chi fa cinema teatro o musica, soprattutto di chi la organizza, sono tanti. Il protocollo sanitario per i luoghi di spettacoli al chiuso è talmente restrittivo che gli esercenti cinematografici sono (quasi) sicuri che in pochissimi potranno permettersi di riaprire (ve lo abbiamo già raccontato diffusamente in Cinema in blackout). Ma lo stesso lamento si alza forte dal mondo del teatro e da quello della musica.

E così la data del 15 giugno, che avrebbe dovuto festeggiare la riapertura, rischia di diventare un funerale. Per capirne di più, siamo andati alla ricerca di voci e testimonianze. Con la speranza che la notizia del funerale annunciato dello spettacolo sia abbondantemente esagerata.

Ciak, (non) si apre
La prima voce è istituzionale. E ha acceso una piccola fiammella di ottimismo. Grazie alla correzione in zona Cesarini fatta dal premier Conte. Infatti, se rimane l’obbligo di portare la mascherina, il nuovo Dpcm firmato giovedì rivede in parte le regole per il cinema e lo spettacolo dal vivo, precisando che nelle sale al chiuso potranno trovare posto fino a 200 spettatori (prima questo numero comprendeva anche il personale di sala nonché, per il teatro, attori, tecnici, operai).

Lo stesso per gli spettacoli all’aperto: il provvedimento precisa che sono ammessi “fino a mille persone”. Viene inoltre precisato che gli spettatori conviventi (traduzione: familiari in senso allargato e democratico, persone che vivono assieme) possono comunque sedere vicini. Mentre invece la precisazione sul numero degli spettatori appare particolarmente significativa per gli spettacoli di opera sia al chiuso sia all’aperto, per i quali il numero degli addetti ai lavori è necessariamente molto alto. Per i cinema multisala si precisa poi che il limite dei 200 spettatori va inteso “per ogni singola sala”.

Modifiche apprezzate, ma per niente sufficienti. “Ovviamente viviamo un momento difficile e complicato e tutti devono esercitare il massimo senso di responsabilità, ma siamo in una situazione paradossale. Il presidente del Consiglio circa un mese fa ha annunciato la riapertura dei cinema, ma in questo periodo non si sono create le condizioni per farlo”, ha detto il presidente dell’Anica (l’associazione delle industrie cineaudiovisive) Francesco Rutelli. E l’associazione degli esercenti, l’Anec, ha ribadito quello che ci aveva detto già una decina di giorni fa: con le mascherine durante la proiezione e il cibo proibito (la cosiddetta questione pop corn, che vi abbiamo raccontato prima di tutti e sulla quale ci siamo anche espressi con un parere in controtendenza: sia ringraziato iddio, finalmente niente più molesto sgranocchiare nel buio di un cinema) le sale restano sbarrate.

Per il settore “è stato drammatico l’impatto del coronavirus”, ha sottolineato ancora Rutelli a Rainews24. “Solo nelle sale, gli esercenti calcolano che si siano persi 30 milioni di euro durante i mesi di chiusura. In questa situazione pesantissima ci si aspetterebbe, al di là dell’aspetto economico cruciale, un sostegno di praticità e concretezza, di regole chiare e comunicate per tempo”. Invece “regole così astruse, come hanno detto gli esercenti, rendono impossibile riaprire alla grandissima maggioranza delle sale, che sono oltre 4.000 in Italia”. In termini di occupazione, si parla “di circa 7.000 lavoratori in cassa integrazione, e oltre 20 mila dell’indotto che non hanno oggi una certezza”.

Poi, “devono ripartire anche i set, ma se il governo non recepisce l’accordo che tutte le parti hanno fatto per la sicurezza sui set, ovvero le distanze, i controlli sanitari, tutte le cautele per garantire la salute degli attori, delle maestranze, dei tecnici, la difficoltà è grande”. Altro nodo centrale sono le assicurazioni: “Si tratta di controassicurare dai rischi che possono esserci con il Covid per le attività creative”, ha concluso Rutelli. (Ne abbiamo parlato l’altro giorno nell’articolo di Claudia De Falco Franceschini, il tempo delle chiacchere è finito).

Se il cinema piange, il teatro urla di dolore
“È solo una grande ipocrisia istituzionale pensare che basti spalancare un portone perché i teatri riaprano”, accusa la regista Emma Dante. “Tante piccole sale non lo faranno, perché non possono permettersi il distanziamento né le sanificazioni. Anche io, noi, torniamo in scena a Palermo con Abbecedario della quarantena, ma non a teatro, bensì in uno spazio aperto. Altro che riaprire. Ci sono problemi grossi e gran malcontento nel nostro settore. E non si può abbassare lo sguardo”.

Lei va comunque in scena, d’accordo all’aperto (il cortile del Teatro Biondo), e proprio il 15 giugno… “Ma quello che facciamo ora non può essere teatro: abbiamo fatto le prove online, ci sarà il distanziamento, in scena e per il pubblico. Sono davvero incazzata, non capisco come mai i calciatori giochino, superando anche in modo ovviamente incauto le forche caudine del distanziamento, e gli attori in scena non possano invece lavorare. Quello che proprio non mi va giù è l’indifferenza verso il nostro mondo. Io certo non cambio un mio spettacolo per farlo con le mascherine e il distanziamento. Piuttosto lo cancello, come ho fatto con Ifigenia in Tauride che dovevo fare a Pavia o il mio nuovo Pupo di zucchero che doveva debuttare ad Avignone e ora chissà, lo farò l’anno prossimo”.

È un po’ più filosofico Davide Livermore, regista (nel suo curriculum anche due “prime” della Scala), che dall’inizio di quest’anno è alla direzione del Teatro Nazionale di Genova. “Noi teatranti siamo parte della storia. Pensavamo che bastasse la tecnologia o possedere uno smartphone per preservarci da qualsiasi cosa. E invece siamo fragili come sempre. Così è stato ai tempi di Shakespeare con la peste che portò alla chiusura dei teatri per due anni; così è stato ai tempi di Verdi che produsse le sue opere in mezzo alle guerre. Ci siamo illusi di poter controllare la nostra vita e ora dobbiamo fare tesoro di tutto questo. Ma anche dobbiamo ricordarci che un’aria lirica cantata da un balcone ci ha commosso durante il lockdown perché è qualcosa che ci tocca, antropologicamente. Migliaia di anni fa, in una caverna, un uomo disperato per la morte di un figlio sbranato da una bestia feroce, usciva all’aperto e cantava rivolto al cielo il proprio dolore. Non è cambiato nulla, in fondo”.

“E poi – continua Livermore – dobbiamo anche ricordare che noi facciamo arte e non solo intrattenimento. E allora in momenti come questi dobbiamo inventarci luoghi non convenzionali che ci portino a uscire dalle sale chiuse di un edificio teatrale. A Valencia realizzai tempo fa un’edizione di Bastiano e Bastiana di Mozart su un camion. Oppure pensare ad Ape Piaggio da sistemare nei cortili per microspettacoli per bambini o a una nave o una chiatta nel porto per grandi produzioni…”.

E intanto la Scala prova la ripartenza. A settembre
La Scala di Milano si prepara a riaprire. Ma a settembre. Certo, premette il sovrintendente Dominique Meyer, ci sono “tanti punti interrogativi” ma bisogna “essere positivi, non sarà eterno il problema” del coronavirus. E quindi il teatro che ha riaperto dopo la guerra e i bombardamenti con un concerto diretto da Arturo Toscanini, si candida di nuovo a essere simbolo “del rilancio”, questa volta “con il Requiem di Verdi diretto da Riccardo Chailly in Duomo come pensiero per tutti i morti” di covid19 e poi in teatro “con un messaggio di speranza, amicizia e calore con la Nona di Beethoven”.

In un webinar su “Quando riparte lo spettacolo?”, Meyer non ha però nascosto i problemi che ci sono e ci saranno da affrontare in futuro, forse ancora peggiori. Per quest’anno infatti “gli ammortizzatori sociali hanno aiutato a trattare in modo dignitoso i lavoratori” del teatro, e a frenare i costi. Ma il prossimo anno non ci saranno più, e i ricavi saranno comunque meno, soprattutto in un teatro come la Scala dove un terzo degli spettatori sono stranieri. Il suo appello è anche per i solisti e i direttori d’orchestra, che sono “il sangue” della lirica e non ricevono sostegni. Pochi di loro sono superstar con cachet da far girare la testa, la maggior parte “guadagna meno di un calciatore di serie B”.

Ma Meyer preferisce concentrarsi su cosa fare, piuttosto che piangersi addosso. E allora racconta l’idea di un sistema per poter trasmettere le opere in streaming come già fa a Vienna, dove ha diretto e dirigerà fino a giugno lo Staatsoper, e avere così un enorme archivio digitale. E parla anche della necessità di far tornare la gente in teatro, problema non solo dei prossimi mesi, bensì “dei prossimi anni”. Per questo bisogna “lavorare con famiglie e bambini, ma anche rendere il teatro più accessibile a tutti, con posti a prezzo ridotto.

“La maggior parte di chi decide i prezzi dei biglietti non paga o non ha problemi a pagare”, ha osservato spiegando che “a Vienna ci sono invece 580 posti in piedi venduti a 3 o 4 euro, così che chiunque può venire e si permette agli amanti forti dell’opera di tornare più volte” a vedere lo stesso titolo. Posti in piedi che alla Scala sono stati tolti, per ragioni di sicurezza, con il restauro di inizio anni 2000. “Sarei così felice di avere anche a Milano un sistema di questo genere”.

Un dramma pop(olare)
Quella che sta arrivando, passerà alla storia come l’estate più silenziosa che si sia mai vissuta, negli ultimi 40 anni almeno. Il coronavirus mette il bavaglio alla musica, ai grandi eventi live che da tradizione animano le calde estati italiane. Niente concerti negli stadi, niente festival rock o jazz, niente eventi celebrativi: sfumato tutto il calendario 2020 da giugno a settembre. Salta Claudio Baglioni alle Terme di Caracalla, fermo Andrea Bocelli, stop ai tour di Tiziano Ferro, Ultimo, Cesare Cremonini. E dall’estero non arriveranno Pearl Jam, Billie Eilish, Deep Purple, Green Day, Red Hot Chili Peppers, Paul McCartney (che almeno ha avuto il merito di sollevare lo scandalo dei biglietti già pagati per il suo concerto e che non verranno rimborsati per il momento, ma sostituiti con voucher da spendere per live prossimi venturi, chissà quando…).

Troppo strette le maglie previste dalle disposizioni del governo”, spiegano da Assomusica: “Una decisione condivisa dalla gran parte dei produttori e organizzatori di spettacoli di musica dal vivo, che fanno sentire unita la loro voce”. Andrea Pieroni boss di Vertigo, tra le altre cose l’organizzatore di Rock the Castle, l’appuntamento hard rock metal più importante d’Italia, in un summit online dedicato agli stati generali della musica dal vivo, è tranciante. A nostra domanda risponde: “È tutto rimandato al 2021, il 2020 è andato. Ma per i grandi promoter come noi e le multinazionali non è un dramma. Abbiamo le spalle larghe, budget che ci permettono di sopportare questo anno di stop, di blackout. Certo, è un vero disastro economico e professionale, ma non falliremo. Voglio però anche essere fiducioso, devo esserlo. E da manager lo faccio partendo dalle cifre. All’inizio dell’emergenza, alcuni concerti non sono stati cancellati né spostati, come quello degli Iron Maiden in programma a Bologna a luglio. Le prevendite si sono ridotte a zero, ovviamente. Quando abbiamo annunciato la nuova data, giugno 2021, le vendite dei biglietti hanno cominciato a salire. È indice della fiducia della gente». Nemmeno le proposte di soluzioni alternative per dare un po’ di musica a quest’estate convincono (eufemismo) Pieroni: “Il Live Drive In? O il Bike In? No, sono idee di chi non sa cosa sia un concerto live. Che vive di assembramento, entusiasmo, partecipazione fisica. Senza il casino un concerto è autopsia della musica, roba da anatomopatologi”.

Giordano Sangiorgio, patron del Mei (il Meeting delle etichette indipendenti), racconta invece come per i piccoli rischia di essere una strage: “Un terzo potrebbe chiudere, ci serve il bonus a fondo perduto promesso da Franceschini”.

 

Ma per concludere come abbiamo iniziato, con un filo di speranza, ecco le ultime due voci. “Quando mi hanno proposto di essere al Dal Verme un minuto dopo la mezzanotte del 15 giugno e di suonare Le quattro stagioni di Vivaldi, beh, sono rimasto scioccato. È un momento che attendevo e desideravo, ma che temevo di vivere a fine anno o nel 2021. Saremo i primi a tornare a suonare in Italia, non solo a Milano. Grazie ai Pomeriggi musicali, che guarda caso avevano tenuto anche il primo concerto cittadino dopo la seconda guerra mondiale, il 27 novembre 1945”. Stefano Montanari, violinista e direttore d’orchestra, suonerà per 200 spettatori, tutti invitati dai Pomeriggi musicali per ringraziarli per il loro lavoro preziosissimo contro la pandemia: sono gli operatori sanitari.

In scena, in un altro teatro (lo Sperimentale di Pesaro), ci sarà anche Ascanio Celestini. Anche lui un minuto dopo la mezzanotte. Con una replica straordinaria del suo celebratissimo Radio clandestina. “Rispetteremo alla lettera le prescrizioni: solo 200 dei 500 posti disponibili saranno occupati dagli spettatori, tutti con la mascherina. Io e il fonico partiremo da Roma tenendo la distanza obbligatoria fra di noi e saremo a bocca scoperta solo in scena. L’impianto scenico ridotto all’osso: una sedia e quattro lampadine. Ma quanto sarà bello e importante tornare su un palco. Perché va bene lo streaming, i social e la videoart, ma credo che la vera risposta al covid sia un teatro di rapporti a vista, con persone che escono di casa per incontrarsi. Con responsabilità, ovviamente”.

 

(foto: Giovanni Paolo Pannini, “Festa al Teatro Argentina in Roma per le nozze del Delfino di Francia”)

 

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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