La statua a Indro Montanelli andrebbe rimossa soprattutto perché è brutta. È il più pacchiano dei monumenti funebri immaginabili e, già di dubbio gusto in un cimitero, lo è a maggior ragione in un parco o in una piazza pubblica. È, incredibile a dirsi, ancora più brutta di quella dedicata a Bettino Craxi posta ad Aulla. Semplicemente ridicole. E il primo che ne avrebbe scritto peste e corna sarebbe stato proprio Montanelli.

Non si sbaglia molto a immaginare che di fronte alla sua versione “Madonna tutta d’ora”, avrebbe replicato la scena fatta quando Silvio Berlusconi gli offri ospitalità nella suo marmoreo mausoleo di Villa San Martino: il giornalista si portò le mani dove potete immaginare e, dopo un’inelegante ravanata, disse al Cavaliere: “Domine non sum dignus”.

“Dignus est” è espressione latina che semplicemente significa “è conveniente”, “è giusto”. Bene, prendendo a prestito l’espressione usata da Indro Montanelli, si può, senza tema di errore, dire che semplicemente non è giusto né conveniente che a lui siano titolati i giardini che, per i milanesi, continuano a essere quelli di Porta Venezia o di via Palestro. Non è giusto perché la titolazione fu una furbata del mediocre Gabriele Albertini, sindaco al secolo.

La statua di Montanelli, con quella di Craxi, ha un identico peccato originale: è una statua simbolo, non della memoria condivisa, ma di un improvvido gesto politico, politico-elettorale.

I regolamenti municipali, quello di Milano sicuramente, prevedono che nessuna piazza o via sia intitolata a un personaggio da poco deceduto. Nel caso di Indro Montanelli sono stati titolati quei giardini proprio inseguendo il cavillo che, al contrario, i parchi cittadini non devono scontare il doppio lustro di distanza dal decesso della personalità cui si vuole dedicarli. Nel luglio del 2001 il giornalista morì, l’anno successivo i giardini presero il suo nome, la statua arrivò cinque anni dopo.

Sarebbe per altro arrivata prima, ma Vito Tongiani, lo scultore, il destino beffardo vuole che io sia stato testimone a distanza del suo lavoro, ci impiegò più del tempo previsto per fare un’opera che già allora apparve deludente. Reinterpretazione dozzinale di una foto di Fedele Toscani che aveva immortalato il giornalista nel 1940 quando, in un corridoio della redazione del Corriere della Sera, stava battendo a macchina un suo pezzo. Il cappello in testa, e non scoperto, e la macchina per scrivere tutt’altra da quella presente nel monumento.

Tolte le ragioni becero politiche di una destra in cerca di padri nobili, non è che si capisca bene bene per quale motivo la città di Milano abbia e debba onorare la memoria di Indro Montanelli.

“L’abusivo” dei giardini di via Palestro è infatti antitetico alla metropoli che un tempo si definiva capitale morale del Paese. Era stato più che fascista. Sicuramente razzista. Era dichiaratamente omofobo e sulle donne è noto come la pensasse.

Fece suo lo stendardo della difesa delle case chiuse cui nel 1956 dedicò “Addio, Wanda! Rapporto Kinsey sulla situazione italiana”. Sulla strategia della tensione aveva una posizione che giustamente Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico defenestrato dalla Questura di Milano, definisce a dir poco imbarazzante oltre che anti-storica, riassumibile in un “non c’è alcuna strategia della tensione”. Sulla P2 minimizzò e definì Licio Gelli un “golpista da operetta”. Golpe che, per altro non gli sarebbe dispiaciuto, come scrisse, in una lettera del 1954, all’ambasciatrice americana Clare Boothe Luce. Si adoperò pure in tal senso, il progetto, qualunque esso fosse, Montanelli ne diede negli anni varie versioni, fallì per il mancato accordo tra gli industriali che lo avrebbero sostenuto economicamente. Sempre per amore dell’industria si schierò contro l’ottima giornalista di inchiesta Tina Merlin e la sua campagna dalle pagine de L’Unità di denuncia della strage del Vajont. Ovviamente per il “direttore” era un fatale incidente e non l’omicidio di 1917 persone innocenti.

Indro Montanelli fu un uomo dal fiuto eccezionale, sapeva sempre dove tirava il vento. Non tanti stanno ricordando oggi che sua fu una campagna senza quartiere contro Enrico Mattei. Campagna per la quale venne profumatamente ricompensato con Il Giornale. Il quotidiano di via Negri, prima di Piazza Cavour, nacque, è storia, grazie ai soldi di Eugenio Cefis, cioè dell’Eni del dopo Mattei, quella normalizzata con l’uccisione a Bascapè del suo fondatore, l’Ingegnere, il 27 ottobre del 1962. Come è storia che poi da Cefis si passò a Berlusconi e, in questo caso, è difficile dire chi fosse la padella e chi la brace.

Il “grande giornalista” lasciò il Giornale quando il Cavaliere di Arcore, che per anni lo aveva ben pagato, “scese in campo” e fondò la Voce, che durò giusto un anno. Grande, ma non grandissimo, verrebbe da dire.

I grandi giornalisti si riconoscono per la qualità del giornalismo che fanno, diciamo per le notizie che trovano e per come le raccontano. Montanelli è ricordato, oltre che per qualche fakenews e alcuni strafalcioni, per la macchina per scrivere che usava, la Lettere22, e per una rubrica al Corriere della Sera, la Stanza. Diciamo che c’è di molto meglio da ricordare nella storia dei quotidiani italiani.

Milano però potrebbe ricordarlo perché gambizzato dalle Brigate Rosse e sarebbe quanto mai curioso che la città medaglia d’oro della resistenza dedicasse uno dei suoi più preziosi parchi a una persona che dichiarò di essere restato in piedi, mentre i terroristi gli sparavano alle gambe, come gli avevano insegnato nei giovani Balilla, che erano, per gli smemorati, i giovani fascisti. Ma tant’è. Se lo ricordi anche il sindaco Beppe Sala quando dà degli squadristi a chi la statua va a colorare di rosso sangue.

Le mani di Montanelli erano sporche di sangue e anche questo oggi lo si dimentica. E non solo perché se ne macchiò in quanto ufficiale volontario nella guerra di Etiopia, che sempre definì colonialismo “mite e bonario”, arrivando a negare l’uso delle armi chimiche del fascistissimo esercito italiano contro le popolazioni africane. Le mani del “grande giornalista e grande uomo” si sporcarono anche del sangue di una ragazzina di 12 anni. La sposò nonostante, e anche questo nessuno sta ricordando, era vietato persino dalle leggi nostrane di allora. Perché il sangue? Lo racconta orgoglioso il nostro Indro Montanelli in un passaggio riportato in Patria da Enrico Deaglio: “Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile”.

12 anni. E ora vomitate pure. Ai giardini di Porta Venezia c’è una Stanza che sembra fatta apposta per farlo. Da lontano la riconoscete perché è sormontata da una pacchiana statua dorata, sempre che il Comune di Milano continui a spendere soldi pubblici per cercare di pulire il monumento funebre a un uomo che resta e sempre resterà indelebilmente sporco.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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