L’uomo delle pizze si è messo a urlare. Sarà che urla, sarà che a urlare sono tante decine, sarà ché la sua bici sfreccia nel traffico con tante decine di “quelli come lui” attorno. Ma non si capisce bene che cosa dica, dicano.

È un carosello gioiosamente arrabbiato quello che, come nato dal nulla, esplode con l’irruenza dei muscoli lunghi dei rider in bicicletta. Spacca, taglia, fende la città di Milano e il suo traffico che subito reagisce con colpi di clacson e un’arrancante auto dei vigili, pardon polizia urbana, che sirena berciante insegue i manifestanti a proteggere e chiudere. E ogni volta che si avvicina, le decine di due ruote la distanziano, dimostrando inequivocabilmente la superiore agilità del loro mezzo, erede del celerifero del conte Méde de Sivrac, sulle quattro ruote con o senza lampeggiante sul tetto.

A vederlo sfilare, sembra il carosello di una tappa del blasonato Giro d’Italia. Manca la maglia rosa, ma la fuga della testa c’è. Il gruppetto tallonato da un altro paio di ciclisti. Poi il seguito. In coda, spavaldo, chiude l’ultimo rider, una mano sola sul manubrio, l’altra tesa a tenere lo smartphone alto che trasmette la diretta social. L’eroismo del gesto di questi ragazzi è evidente. Non ho idea di dove stiano andando. Non so se poi il termine che diranno i colleghi giornalisti sarà “flash mob”, ma l’epicità di quel di cui mi trovo a essere casuale testimone è evidente.

Le cronache diranno che la protesta dei rider ciclisti era per il diritto di salire sui treni delle ferrovie nord. Per essere pendolari con bici e contenitore delle pizze al seguito. Pagati una miseria, non potendosi permettere un appartamento a Milano, i “ragazzi delle consegne” rivendicano il diritto di poter vivere dove le case sono a portata di mancia e reddito di schiavi-fattorini.

Sono loro, attualmente, l’ultima ruota del carro del modello vigente di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E solo il loro italiano incespicato e la pelle di tanti colori, tranne il nostro ovviamente, ci rassicura di una diversità che però non esiste. Li fingiamo anomalia di un sistema garantito e non termometro di una malattia sociale che è il lavoro senza diritti, che è la supremazia del capitale sulle persone.

Malattia delle malattie, che poi tante altre ne ha portate. Il covid è solo l’ultima, la più eclatante. Mentre, infatti, governo e regioni, ormai pure al cospetto di giudici inquirenti, si rimbalzano l’un l’altro la responsabilità di non aver attuato per tempo il lockdown, nessuno sembra ricordare più che il ritardo fu dovuto solo e soltanto dalla paura di scontentare Confindustria che diceva che la Val Seriana non andava chiusa. Un ritardo, attento al soldo e alle fabbrichette, dimentico dei diritti di vita e sopravvivenza dei lavoratori, costato migliaia e miglia di vittime.

Richard Horton, l’allampanato direttore della rivista scientifica “The Lancet” lo dice senza giri di parole “ogni settimana di ritardo ha significato un raddoppio delle vittime”. Horton sta combattendo contro un melanoma e forse il suo libro appena pubblicato “The covid-19 catastrophe. What’s gone wrong and how stop it happening again”, cioè “La catastrofe covid-19. Cosa è andato storto e come evitare che accada di nuovo”, potrebbe essere il suo ultimo ed è stato un motivo in più per pesare ogni parola. E a noi non può non fare impressione che quando parla di raddoppio delle vittime per ritardi della politica si riferisce proprio dell’Italia. La sola promossa tra i premier mondiali è Jacinda Arden che ha chiuso la Nuova Zelanda quando c’erano pochissimi casi e così dei cinque milioni di abitanti, di coronavirus ne sono morti 22. In Lombardia, dove gli abitanti sono il doppio, i decessi sono oltre 16 mila. A fare le proporzioni per benino si scopre che il rapporto è, per difetto, 360 morti nella terra di Attilio Fontana e Giulio Gallera per ogni deceduto in Nuova Zelanda.

La cecità ottusa di Confindustria&co., avvallata da un timore reverenziale del governo di Giuseppe Conte, ha ucciso e moltiplicato la propagazione del virus. Il lungo lockdown non è colpa della scienza, ma di chi la scienza non ha ascoltato. La primazia della politica è stata rivendicata più e più volte da Palazzo Chigi, ma da noi in Italia ha solo significato dare ascolto ai soldi.

L’ascolto, reverenziale peraltro, non è ancora terminato se è vero, come è vero, che il Partito Democratico sta chiedendo con il suo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di ridurre i vincoli dei contratti a termine. Di togliere garanzie ai lavoratori. In una folle corsa alla flessibilità che dall’insensata revisione renziana dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori continua a essere proposta come panacea economica ed occupazionale, quando nella realtà dei fatti si è rivelata solo una precarizzazione della società tutta.

Oggi, val la pena ricordarlo, grazie al così detto Decreto Dignità, provvedimento bandiera del Movimento Cinque Stelle, i contratti a termine durano 12 mesi e per essere rinnovati devono avere: esigenze temporanee e oggettive estranee all’ordinaria attività ovvero per la sostituzione di altri lavoratori oppure per necessità connesse a incrementi temporanei. Se nessuno dei tre casi è soddisfatto, finito il primo anno, il contratto diventa a tempo indeterminato. Questa è la parte che il PD vuole derogare per covid.

Una soluzione liberista che ha la sola conseguenza di rendere più fragili milioni di lavoratori. I precari e quelli che il precariato vedono. In una rimozione collettiva, oltre a dimenticare che le pressioni datoriali hanno posticipato il lockdown, ci siamo pure scordati che milioni di lavoratori hanno continuato ad andare in fabbrica, in officina, in ufficio senza poter rivendicare il diritto alla salute. Non c’era nessun dispositivo di protezione individuale, ma, si sa, meglio cedere al ricatto della conservazione del posto di lavoro che trovarsi disoccupati. “Meglio il covid che la fame”, una frase abbastanza concisa da poter essere incisa su un marmo come epitaffio.

La scrittrice cinese Fang Fang, nel suo già diffusissimo “Wuhan, diari da una città chiusa” la dice così: “L’atteggiamento superficiale della Cina e l’arroganza dell’Occidente nel mostrare sfiducia verso la nostra capacità di combattere il virus hanno provocato innumerevoli vittime, hanno contribuito alla devastazione di tante famiglie e tutta l’umanità ne ha pagato le conseguenze”. A mio avviso le manca una consapevolezza, che la nostra non è arroganza, ma devozione ormai strutturale al dio denaro, al pil, al profitto a ogni costo, la borsa contro la vita.

I rider protestano per fame. Protestano perché non è permesso loro di usare i treni dei pendolari per arrivare a Milano a fare le consegne. Per mettersi a disposizione di un’app che li fa rimbalzare da una parte all’altra della città, incurante di qualsiasi diritto, virus o malattia. Protestano per poter essere sfruttati, monito inconsapevole per tutti i lavoratori garantiti o pseudogarantiti. Al peggio non c’è mai fine.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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