“Ottobre”, poche ore fa al Padiglione Frigerio del Policlinico di Milano, da dietro un vetro e una mascherina, mentre pagavo una visita appena fatta (la prima fatta con il servizio sanitario pubblico) e cercavo di prenotare gli esami da quella visita nati, la risposta è stata quella del decimo mese dell’anno.

“Sarà autunno”, questo è stato il mio primo pensiero. Le foglie gialle. Le scuole iniziate da un po’. I primi caminetti accesi su in montagna. Le castagne. L’afa di questi giorni sarà archiviata e anche un po’ l’ansia di tutti questi esami post covid, quelli che mi separano dalla guarigione.

La guarigione ha il nome dei miei figli. Li ho visti. Dopo mesi di quarantena volontaria e forzata. Sono salito su nella nostra casa in Alta Brianza, dove alta sono poco più di 800 metri e lì il mio respiro è inciampato e la fatica è tornata un po’ troppa per stare in piedi e gli occhi si sono velati di nuovo di quella sabbia che, sintomo più caratteristico del coronavirus, mi accompagna a intermittenza da febbraio.

Li ho salutati e sono riscivolato a Milano, nella capitale del Sistema Sanitario Lombardo e, avendo fretta, ho cominciato a vedere medici e ad anticipare il calendario a forza di denari.

“Le lussuose stanze degli ospedali, delle cliniche e dei laboratori privati” si sono aperte con il click, che poi è il beep, della carta di credito. Grandi sorrisi e grande efficienza. Tanta, tantissima umanità. La stessa umanità, anche se con minore efficienza temporale e stanze meno lussuose, delle strutture pubbliche che poi, a ben vedere, hanno il medesimo volto dei medici che mi hanno oscultato, studiato, interrogato, rassicurato. Gli stessi volti perché sono le stesse persone. Le stesse persone un po’ più giovani.

Seguissi il tempo dei “pazienti ordinari”, come “li ha”, anzi “ci ha” definiti l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera, gli stessi medici li vedrei un po’ più vecchi, qualche mese più vecchi.

Forse non vedrei neppure loro, non me ne vogliano le ottime persone che mi hanno fatto i test sierologici, i tamponi e poi la valanga di visite e consulti, ma nei mesi può capitare di tutto, anche un fatto della vita, un bell’evento o uno tragico, una di quelle cose che di fatto non ci sei più. Magari una malattia, un virus, che non ti puoi permettere il lusso e il tempo di curare “ordinariamente”.

Mesi.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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