Il Terminillo da salvare

Diciassette ettari di faggeta secolare da tagliare a raso, con circa 1500 piante ad alto fusto tra i 70 e 150 anni di vita da eliminare, 7 ettari di praterie da devastare. Accade sul Terminillo, storicamente la montagna di Roma. L’obiettivo è il collegamento tra gli skilift di Pian de’ Valli con quelli di Campo Stella, sui due lati della montagna. C’è da scavalcare il massiccio con 10 nuovi impianti di risalita, 12 chilometri di nuove piste da sci, a meno di 1900 metri di quota, per arrivare a 37 chilometri totali, creando 8 chilometri di trincee per gli invasi dell’innevamento artificiale e 2 bacini per la raccolta dell’acqua.

Sono questi i numeri della battaglia che si sta combattendo sull’Appennino per il progetto TSM2, Terminillo Stazione Montana Turismo Responsabile, licenziato dalla Provincia di Rieti. Il Terminillo è la vetta simbolo dei Monti Reatini, l’unica area del centro Italia non compresa in un parco ma, comunque , protetta a livello europeo, per le sue specie animali e vegetali, dalla Rete Natura 2000. Una Zona di Protezione Speciale che ingloba tre SIC (Siti di importanza comunitaria). Insomma, un’area dell’Appennino semplicemente preziosa. E delicata per la sua fragilità idrogeologica.

Il Terminillo, però, è anche, e soprattutto, un territorio dove la neve non c’è più. Semplicemente inadatto ad ospitare piste da sci. “L’emergenza climatica è evidente, confutata da analisi e dati, raccolti da anni. La tendenza è segnata: le temperature continueranno ad aumentare, come continuerà a salire la quota della neve. I paesi a nord dell’arco alpino hanno già preso dei provvedimenti per quanto riguarda i nuovi impianti di risalita, che sotto una certa quota semplicemente non si possono più fare. Gli ampi studi coordinati, per le Alpi, dall’Istituto di ricerca Eurac, di Bolzano (http://www.eurac.edu/it) non lasciano alcun dubbio. Quindi un investimento del genere, sull’Appennino, è sconsiderato”, commenta con un sospiro, Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana, un climatologo specializzato proprio nello studio di nevi e ghiacci. “Consideriamo, poi, che stiamo parlando di Appennini: è una catena montuosa esposta, il rischio di mancanza di neve cresce, e anche in questo caso parliamo di dati scientifici”. Il CNR l’ha confermato: negli ultimi 5 anni sull’Appennino la neve bisognava cercarla. E sul Terminillo l’anno scorso si è sciato pochissimo, proprio a causa della mancanza di manto nevoso. “Il calo delle precipitazioni e, poi, della durata della neve sono inequivocabili. E’ inutile e dannoso inseguire progetti che nascono già vecchi, fuori dal tempo. Perché hanno bisogno di freddo e di neve, che non ci sono più”, spiega Mercalli. I dati raccolti sul territorio sono l’ennesima conferma: la stazione meteo del Terminillo, a 1700 m di quota, ha registrato dal 1958 ad oggi, in media, la perdita di un giorno di neve sciabile (con uno spessore di almeno 30 cm) all’anno. E nella stagione 2019/20 non c’è stato un solo giorno in cui la neve al suolo, da sola, senza l’intervento umano, potesse garantire l’apertura delle piste da sci. In loco ci sono già degli impianti di risalita abbandonati. Orrendi scheletri metallici rimasti, inascoltati, a fare da monito. Senza considerare la carenza idrica: è del 25 maggio l’ordinanza del sindaco di Leonessa che vieta l’utilizzo dell’acqua potabile per usi diversi da quelli igienico-sanitari e domestici. Non è un caso isolato: nel report “Nevediversa 2020”, presentato a marzo da Legambiente, si portano decine di casi di stazioni sciistiche che hanno ridimensionato i loro impianti, di molte che hanno addirittura chiuso. Perché i costi per innevare erano troppo consistenti, l’acqua non bastava o le temperature erano troppo alte.

“Immaginiamo lo sviluppo del turismo montano solo legato alla meccanizzazione, agli impianti di risalita. Ma è un nostro limite, ci sono molte altre modalità per creare interesse turistico, posti di lavoro. Il turismo dolce è perfetto per gli Appennini: propone itinerari, occasioni di conoscenza di storia, natura, gastronomia, artigianato. Facendo passeggiate a piedi, a cavallo, in bici, con le ciaspole se c’è la neve”, aggiunge Luca Mercalli. “Proponendo piccole locande capaci di valorizzare i sapori del territorio. Ci sono, oltretutto, fondi europei che vanno in questa direzione, che premiano progetti turistici con un impatto ambientale minimo, a lungo termine”.

Il progetto TSM2 è risorto l’ottobre scorso, aggiornato dopo essere stato bocciato dalla Regione Lazio 10 anni fa ed aver ricevuto una valutazione negativa di impatto ambientale, nel 2015. Si tratta di un progetto voluto dalla Provincia di Rieti e dal Comune di Rieti che coinvolge i comuni di Leonessa, Micigliano e Cantalice. Mariano Calisse, presidente della Provincia di Rieti, l’ha presentato in pompa magna il 21 novembre scorso in Regione. Il business plan annuncia la creazione di 4458 posti di lavoro. I sindacati applaudono, ma qualcuno si fa delle domande. Perché, sempre nel business plan, si assicurano, una volta arrivati a regime, 17 posti di lavoro a tempo indeterminato e 87 stagionali. Viene poi applicato il fattore moltiplicativo di 53 lavoratori dell’indotto per ogni singolo addetto agli impianti, come proposto nel rapporto Skipass- Panorama Turismo, citato nello studio. Inoltre, le presenze invernali potenziali, sempre secondo i redattori del progetto, sarebbero 280.000. “Ma nel reatino abbiamo una cifra totale di 106.000 turisti in un anno”, ha fatto notare Giampiero Cammerini del Wwf Rieti, durante l’incontro in cui 11 associazioni (Wwf Lazio, Federtrek Gufi, Club Alpino Italiano (GR Lazio), Italia Nostra (Sabina e Reatino), Mountain Wilderness Lazio, Salviamo il Paesaggio (Rieti e Provincia), Postribù, Inachis(sezione Rieti), Altura Lazio, Salviamo l’Orso) si sono schierate contro il TSM2. Gli sciatori sul Terminillo, considerati entrambi i poli ora presenti, in realtà non superano i 20.000, nemmeno nelle annate più felici.

Pare poi esserci un problema di budget. E’ disponibile un investimento pubblico di 20 milioni, già intaccati per la progettazione. Mancano 26 milioni, che dovrebbero essere sostenuti da privati. E sono costi presumibilmente sottostimati se, semplicemente, si valuta il costo degli impianti da insediare. Ma non ci sono informazioni sui futuri investitori. Nell’ultima pagina del progetto economico del TSM ,poi, l’autrice afferma testualmente che “Il documento è stato redatto esclusivamente sulla base delle informazioni raccolte nel corso delle riunioni con la provincia di Rieti, della mail ricevute dalla Provincia di Rieti e dall’ing. Sandro Orlandi” e quindi “non si assume la responsabilità, né si fornisce alcuna garanzia per quanto riguarda la veridicità, l’accuratezza e la completezza delle informazioni”.

Questo solo per quanto riguarda l’aspetto economico. Ma un problema fondamentale rimane lo scempio di un territorio prezioso. “Il progetto TSM2 incide profondamente sulle Zone Speciali di Conservazione delle “Praterie del Terminillo” e del “Bosco della Vallonina”, quindi la Valutazione d’Incidenza è incoerente con la Valutazione d’Impatto Ambientale”, ha spiegato Alessandro Piazzi, di FederTrek, durante l’incontro delle associazioni ambientaliste. E la Vallonina è una delle aree più frequentate dagli amanti dell’escursionismo del Lazio. Sono già state inviate in Regione, poi, le note del professor Boltani, docente di zoologia alla Sapienza di Roma, sull’importanza strategica delle aree coinvolte nel progetto per il passaggio e l’espansione dell’orso marsicano. E’ una specie endemica dell’Appennino, sopravvivono solo 50/80 esemplari, da tutelare, “tale espansione viene riconosciuta come unica strategia possibile e coerente per la conservazione a lungo termine di questa relitta popolazione di orso”, si legge. In pratica, il progetto TSM2 intende scavalcare i numerosi vincoli presenti, presentando il progetto come l’ammodernamento di un progetto già esistente, non come qualcosa di nuovo.

Infine, la sicurezza. Durante l’incontro del fronte del no il geologo Fabrizio Millesimi ha illustrato le problematiche idrogeologiche del versante ovest di Jaccio Crudele – Monte Porcini. C’è un alto rischio valanghe, c’è il timore per la caduta dei massi, ma il progetto TSM2 prevede solo dei monitoraggi, non ben definiti in realtà. Non c’è in preventivo alcuna opera di messa in sicurezza.

Il Cai di Leonessa ha lanciato una petizione (su www.change.org) che ha quasi raggiunto i 15.000 firmatari. E’ indirizzata alla Regione Lazio, alla Provincia di Rieti, ai comuni coinvolti, al Ministero dell’Ambiente, all’Unione Europea. Si chiede di garantire il rispetto delle norme vigenti, dando parere negativo alla Valutazione di Impatto Ambientale e di riassegnare i fondi a disposizione, per sviluppare una nuova visione della montagna, compatibile con la sua tutela, con la sua valorizzazione.

Intanto il tempo passa. Le osservazioni, già arrivate numerose alla Regione Lazio, possono essere presentate sino al 6 luglio. Poi i tecnici hanno 90 giorni per bloccare il progetto o dargli via libera. Tutto è blindato, nessuna voce si è fatta sentire a livello politico, se non quella dei proponenti. Un silenzio veramente ingombrante.

Nella foto: Giovanni Segantini, “Savognin sotto la neve”

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anna pugliese: Triestina, giornalista professionista con studi storici alle spalle, parecchio curiosa, ha iniziato a lavorare in cronaca, per poi passare ad argomenti più leggeri, ma non per questo meno importanti: salute, ambiente, movimento, alimentazione, turismo. Scrive soprattutto per i femminili e i periodici: Donna Moderna, Bell’Italia, Bell’Europa, Starbene.
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