C’è stato un momento, prima che tutto precipitasse, in cui per un attimo ho avuto una speranza. Mi ricordo sempre di quel momento, per la violenza con la quale, subito dopo, quell’unica speranza crollò.
Era il dicembre del 2017, qualche giorno prima di Natale. A ottobre mio padre aveva ricevuto un avviso di garanzia: era in corso un’indagine che coinvolgeva praticamente tutti gli operatori dell’accoglienza a Riace. Lui era il maggiore imputato.
Fummo sconvolti, ma non avemmo neanche il tempo di accorgercene.

Negli ultimi anni in tantissimi hanno conosciuto la storia di questo paesino in cui la maggior parte dei residenti sono stranieri. Qualcuno l’ha considerato un miracolo, altri una minaccia. Per chi abita lì, la realtà è semplice, e il suo volto, autentico.
C’è un verso di Prévert che mi torna sempre in mente quando penso alla storia di mio padre, dice “era semplice, eppure bisognava pensarci”.
Bisogna pensarci, perché un posto cominci ad esistere. E non è tanto una metafora. Negli anni della mia infanzia ho vissuto un mondo piccolo, senza scambi. Se dovessi dire quali furono allora le esperienze più incisive, dovrei parlare degli zingari. Ogni anno, a settembre, il paese si riempiva di pellegrini per la festa patronale. Le comunità rom della Calabria sono anche loro devote ai nostri Santi, ed era uno spettacolo incredibile vederli riempire i cortei in processione, danzando. Era un vero evento: tutte le porte erano aperte per chi veniva da fuori.
Forse, se veramente c’è un modello Riace, come spesso hanno scritto, è quello che ci hanno insegnato gli zingari: la libertà, fuori da ogni vincolo territoriale, ma salda nella storia dei popoli.

Quando negli anni Novanta ci fu il primo sbarco di curdi, tanti fili cominciarono ad intrecciarsi. Si cominciò a pensare quello che prima era semplice. Quei migranti sfuggivano a un regime, avevano delle rivendicazioni. Con loro, l’antica ospitalità “devota” cominciava ad assumere un senso politico. Si secolarizzava, per così dire, diventando intervento, e poi programma. Riace non aveva, per conto suo, alcuna opportunità. Il Comune era un’istituzione praticamente vuota. Di qualche utilità ma senza alcuna idea del futuro. Quell’idea ci venne invece dal mare, che nessuno se l’aspettava e cambiò per sempre la nostra storia.

Raccontarlo adesso, ripercorrere quegli avvenimenti, mi lascia qualche amarezza…
Quel dicembre del 2017, dopo vent’anni di incredibile storia, messo alle strette dai tagli sui progetti, per la prima volta sentii dire a mio padre la parola “basta”.
I CAS, centri di accoglienza straordinaria, nella fattispecie, non sono altro che campi di contenimento. Mi sembra sempre sorprendente che ci si possa scandalizzare per fatti passati, fatti della memoria, e restare completamente indifferenti circa il presente. Wittgenstein diceva che si commemora solo ciò che si vuole dimenticare, e rispetto alla realtà dei campi, che contrassegna drammaticamente la storia contemporanea, ciò è particolarmente vero.
A Riace non sono mai esistiti i campi. La fisionomia del borgo non lo consentiva, la sua cultura non poteva in alcun modo contemplarli. I migranti hanno abitato le case vuote di altri migranti; anche questo era semplice, pensandoci.

Tra gli ospiti del CAS mi ricordo di Becky Moses, veniva dalla Nigeria. Di lei si è parlato un po’, poi più nulla. Quell’anno la commissione territoriale che sceglie chi può restare decise che per lei non c’era posto. Prima di partire andò al Comune per avere il documento d’identità. Almeno un nome sul suo viso giovane e già segnato, come tanti… Non avrebbe potuto, senza il permesso di soggiorno non si può. Mio padre gliela fece lo stesso: quella carta, qualche settimana dopo, servì solo a riconoscere i suoi resti tra le macerie dell’incendio nel ghetto di San Ferdinando, il 27 gennaio del 2018.
Per la prima volta nella mia vita scoprii che il male non è un termine astratto. C’era un corpo su cui si era trattato, si era deciso, eppure la sua fine fu venduta come un fatale incidente. Aveva 26 anni.

Sempre dicembre, tre anni dopo, 2019. Mio padre riceve un nuovo avviso di garanzia. Falsità ideologica. Di nuovo una carta di identità rilasciata “illecitamente”. Quando me la mostra però sorrido. Sulla fototessera c’è il viso rotondo di Filomon. Ha quattro mesi. Era arrivato a Riace nell’aprile 2016, quando aveva appena sei giorni. Era nato in Italia, sua madre l’aveva dato alla luce a Reggio Calabria, qualche giorno dopo lo sbarco della nave su cui aveva viaggiato, sola, dall’Africa, e al termine della sua gravidanza. Mio padre mi racconta che allora, quando fu chiamato dalla prefettura di Reggio Calabria per stabilire il loro trasferimento a Riace, Carmela Marazzita, l’assistente sociale del reparto immigrazione, gli aveva riferito quella storia quasi commossa.

L’STP è un codice che viene rilasciato dalle aziende sanitarie locali agli extracomunitari perché abbiano garantita l’assistenza sanitaria. Ma basta solo per i servizi di base. Filomon aveva un’insufficienza enzimatica, aveva bisogno di un pediatra. Per assegnarglielo serviva la carta d’identità. Mio padre la firmò per lui e per sua madre. Non m’importa se ora ci sarà un nuovo processo, se dopo l’arresto, l’esilio, il processo già in corso, mio padre dovrà tornare a testimoniare per la sua innocenza. Il mio orgoglio supera il dolore.

Ma provo rabbia, per le morti senza nome nei tendoni della piana di Gioia Tauro, per quelle misure senza scrupoli, perché siamo ciechi e sordi e nulla riesce più a toccarci. E non smette di sembrarmi assurdo che per Becky, per quella carta di identità che le è sopravvissuta, non c’è mai stata nessuna indagine. Perché? Per quella fine così odiosa? Perché quel campo porta incisi i caratteri dello Stato?

C’erano delle irregolarità nel sistema, a Riace. È vero, non meno del fatto che mai la dignità di qualcuno è stata calpestata. Quelle imperfezioni rappresentarono a lungo e per molti un’eccellenza nel panorama mondiale dell’accoglienza ai rifugiati. E fu mio padre stesso a richiedere un’ispezione alla Prefettura. Allora non potevamo immaginare che ciò si sarebbe trasformato in un procedimento giudiziario. Ma qualcosa stava mutando nel clima del nostro Paese. Parlare di migrazioni diventava ogni giorno di più il centro di una polemica amplificata strumentalmente, il consenso politico era dipendente da quel linguaggio, da quel modo di comunicare quasi esclusivamente insofferenza ed ostilità. Sarebbe stato necessario allora, e non solo per la Sinistra, ma per la tenuta della nostra democrazia, che quel tema non fosse trattato come una storia a parte. Ciò ha aumentato solo il senso di discriminazione, offrendo anzi una base giustificativa a quanti erano intolleranti, e ora potevano urlarlo.

Gli anni appena trascorsi li ricorderemo con tristezza: neofascismo, xenofobia, sovranismo degli Stati, hanno costruito il nuovo scenario presente. Non avevo mai visto una manifestazione con le bandiere nere. Successe proprio allora. A Riace, nell’estate del 2017, un gruppo di Forza Nuova si riunì sotto il municipio. Con sdegno leggevano i risultati dell’ispezione, un documento finito su Il Giornale prima che potessimo leggerlo. “Il modello Riace è criminale!”. La risposta di mio padre fu di chiedere un’altra ispezione, e più approfondita. Ho imparato che la verità è un compito paziente. Non basta domandare. Bisogna tener fede alla propria coscienza, per senso di responsabilità verso gli altri.

Per avere la relazione relativa alla seconda ispezione trascorsero mesi lunghissimi. Tutti lo dissuadevano, gli intimavano di non insistere. Al telefono con me, mio padre non parlava d’altro. Ho tenuto sempre da parte il mio affetto, le mie sofferenze. È un orribile sacrificio, ma non sarei potuta essere d’aiuto altrimenti. Quando finalmente poté leggerla era felicissimo. Anch’io lo ero. Si parlò a lungo di quel documento che non aveva affatto l’aria di un documento: una fiaba, dissero.

Eppure non bastò. Riace paese dell’accoglienza non esiste praticamente più. Esistono ancora, invece, i Decreti Sicurezza, l’unica concreta eredità lasciata dall’ultimo Governo.
Quando si insediò, fu qualche giorno dopo un omicidio avvenuto a Rosarno, a sfondo razzista, il 2 giugno 2018. Volli ascoltare il discorso del Presidente del Consiglio, ero curiosa di sentire se ne avrebbe fatto menzione, vista la posizione per nulla neutra del suo Ministro dell’Interno sui temi dell’immigrazione. Da parte delle istituzioni non ci fu a riguardo nessuna parola significativa.

Mi ricordo invece della manifestazione che ci fu a Rosarno, sempre in quei giorni. Nelle immagini alla tv, quel corteo sfilava sulle strade deserte della città, i braccianti neri reggevano i cartelli con la faccia di Soumaila Sacko. Qualcuno si affacciava alla finestra, sbirciando appena. C’era solo un bianco, un solo rosarnese, anziano ed energico, sceso a protestare con loro. Lo riconobbi subito, era Peppino Lavorato. L’avevo visto a Riace tante volte al fianco di mio padre. Il suo nome è legato alla lotta alla mafia, come quello del suo compagno Giuseppe Valarioti, martire della ‘ndrangheta. La lotta alla criminalità in Calabria è tutta in quella immagine. E mi piace pensare che è da lì che muoverà la vera avanguardia per il riscatto del Sud. Una storia che dovrà sbocciare.
Ora penso spesso alle ultime parole di Socrate nel processo che lo condannò a morte. Quando ero studentessa di filosofia le sentii per la prima volta e furono come il suggello di un sentimento che provavo da sempre. Senza recriminare nulla ai suoi accusatori, Socrate rivolgeva loro una supplica: “…quando siano cresciuti vendicatevi sui miei figli, cittadini, dando loro lo stesso fastidio che davo io a voi, se vi sembrerà che si curino della ricchezza o di qualsiasi altra cosa più che della virtù; e se avranno l’aria di essere qualcosa senza essere nulla, rimproverateli- come io facevo con voi – perché non si curano di ciò che dovrebbero, e presumono di essere qualcosa mentre in realtà non valgono nulla. Se così farete avrò avuto da voi- io con i miei figli- quel che è giusto.”.
Con queste parole resto stretta al messaggio di mio padre. Qualunque cosa accada.