Il 6 luglio del 1849 a Roma moriva Goffredo Mameli. Aveva 21 anni. Un ragazzo. Il Canto degl’Italiani, quello che poi musicato da Michele Novaro diverrà l’Inno d’Italia, lo scrisse che neppure aveva 20 anni. Era il 1847. 170 anni ci sono voluti perché la Repubblica lo adottasse a inno nazionale con la legge 181 del dicembre 2017, ma è dal 1946 che, pur provvisorio, lo si fischietta e canta a ogni alza bandiera che si rispetti. Dal 1946 perché ai Savoia non piaceva: troppo garibaldino, troppo giacobino, troppo repubblicano.

Fatto sta che l’Italia liberata lo ha subito adottato, seppure come provvisorio, e poi, al solito nostro, il provvisorio è diventato definitivo. Anche perché, diciamocelo, come si fa a cambiare l’inno nazionale? È un po’ come cambiare la bandiera. Mica roba da tutti i giorni.

Ed è così che a ogni “Fratelli d’Italia” ci si mette la mano sul cuore e, più o meno a gran voce, si prosegue in quella sorta di Padre Nostro laico che tutti, credenti o non, si sa a memoria. Magari non proprio tutte le parole di tutte e sei le strofe, ma il ritornello non lo si sbaglia mai. Ed è così che si possono vedere ragazzine e ragazzini in un cortile di una scuola, politici più o meno in forma in un’aula legislativa, aitanti giocatori di pallone, cantare convinti. “Stringiamoci a coorte. Siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte. L’Italia chiamò. Stringiamoci a coorte. Siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte. L’Italia chiamò, sì”. Un pelino retorico, ammettiamolo. Che finita la marcetta vien da chiede: sicuri sicuri di esser pronti alla morte? Sicuri sicuri di quel sì urlato all’Italia che chiama?

Oggi lo capiremo. Perché oggi l’Italia chiama le sue italiane e italiani maggiorenni a prendere parte a quella celebrazione della democrazia che è andare a votare. Anzi di più, a votare per cambiare una parte della Costituzione italiana, quegli articoli che stabiliscono con quante e quanti parlamentari le italiane e gli italiani debbono sentirsi rappresentati alla Camera dei deputati e nell’Aula del Senato, cioè laddove si approvano le leggi della Repubblica.

Su oltre 60 milioni di italiani, le maggiorenni e i maggiorenni, gli aventi diritto al voto, come si dice, saranno poco più di 51 milioni. 9 e mezzo sono infatti le nostre connazionali e i nostri connazionali sotto i 18 anni. 

Quanti di questi oltre 50 milioni andranno davvero ai seggi a esprimere il loro sì o no, lo sapremo in serata. Per andarci ci vorrà tutto il loro coraggio, perché, al di là di qualche negazionista da strapazzo, siamo ancora in piena pandemia e per andare a votare ci si dovrà mettere in fila, entrare nelle cabine, scambiare documenti, toccare matite copiative e via discorrendo. Cioè correre il rischio di ammalarsi di covid.

Ormai abbiamo capito tutti che questo virus non risparmia nessuno, ma al contempo abbiamo anche capito che più si va in là con l’età più la possibilità di rimetterci le penne si fa esponenzialmente più alta. Sono poco meno di 15 milioni le italiane e gli italiani che hanno più di 65 anni. La fascia di età più a rischio. Poco meno di un terzo delle elettrici e degli elettori. Ma l’inno nazionale vale anche per loro: siam pronti alla morte, siam pronti alla morte e via con il ritornello.

Quale sarà l’esito pandemico della celebrazione elettorale lo sapremo, un po’ come avviene per i ballottaggi, tra un paio di settimane. E allora capiremo davvero quanto questa “astuta” mossa politica sia costata in termini di malati e di decessi.

Perché, è bene ricordarlo, l’urgenza di questo referendum era e resta tutta politica. Temendo una sonora sconfitta dei partiti di governo alle regionali, si è voluto un contraltare nazionale. Più o meno: “abbiamo perso le elezioni in qualche territorio, ma la nazione è con il governo, tant’è che al referendum è passato il sì”.

Se qualcuno si illude che ai seggi elettorali si è messi meglio che nelle scuole, si sbaglia di grosso. E se per la riapertura delle scuole, ci si è, anche in questo caso per motivi puramente di marketing politico, accontentati di aprire una parte di una parte delle aule. Per quanto riguarda le elezioni, non ci si è accontentati del voto di Veneto, Liguria, Toscana, Campania, Marche e Puglia:  no, sei regioni erano troppo poche. Tutta l’Italia al voto, in un disgustoso election day sulla pelle delle italiane e degli italiani.

L’urna elettorale come viatico di un’urna cineraria. Certo, avvertono i più avveduti ed esperti, andare a votare non è mica obbligatorio. Il referendum costituzionale sarà valido comunque, non c’è quorum. Ironia della sorte, si è chiamati a esprimersi sulla modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione Italiana, in barba all’articolo 32, quello che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

Oggi milioni di italiane e italiani dovranno dare un valore all’esercizio della democrazia e, affidandosi al buon cuore e alle mascherine delle altre elettrici e elettori e, diciamocelo, a una certa qual dose di fortuna, andare a mettere la loro determinante “X”.

Goffredo Mameli morì a 21 anni. A ucciderlo fu una baionetta, quella di un suo compagno. Fu un incidente. Poi la cancrena. Poi l’amputazione. Poi un’infezione fatale. “Siam pronti alla morte, l’italia chiamò. Sì”.