Pioveva, quella pioggia che c’è e non c’è, che non merita l’ombrello, anche se poi, bagna. Poteva essere come in un film di Woody Allen, a New York, in una libreria di libri da cantina, in un angolo tra la seconda e la cinquantunesima, a un pelo dal Pickwick Hotel, invece era a Milano da quello spacciatore di fogli usati che si trova a un passo da Largo Marinai d’Italia. Era quel periodo di fine lockdown, che si era mangiato il tempo e il bel tempo, e le librerie avevano appena riaperto, anche quelle, a me preferite, di libri usati. Era il primo respirare da dietro una mascherina; erano i primi impatti con il gel che tutto unge, ma poi si asciuga; erano i guanti che normalmente si usa quando si sceglie la frutta e che improvvisamente erano diventati i sottili preservativi attraverso i quali intuire il tatto del mondo.

“Numero 4, settembre 1969, lire 500, edizioni Dedalo”. Finiva così la prima pagina ingiallita di una vecchia rivista ammucchiata senza cerimonie dalle parti del settore storia. La testata rossa: “il manifesto”. Sarà lui? Non l’avevo mai vista “la rivista”, la mamma di quel giornale con pochi fogli e che, al contrario de L’unità, mai ha rinunciato alla dicitura “quotidiano comunista”. Estratto quel bigino portatile che chiamiamo smartphone, rapida ricerca: “È lui”.

In quei luoghi dove i cimeli di biblioteche private vengono spacciati a peso, quando qualcuno trova qualcosa di inatteso, di “prezioso”, assume sempre il medesimo comportamento: il fare circospetto del ladro. È ovvio che quel “tesoro” lo pagherai, però lo devi pagare con nonchalance, il cassiere non si deve accorgere che ti sta vendendo una preziosità. Altrimenti sei fregato, chissà quanto ti chiederà. Chissà quali scuse accamperà pur di non venderti al prezzo di 5€, scritto a matita, il prezioso volume. A questa paura si unisce il timore degli altri. Come un ricercatore d’oro, trovato il filone, la miniera deve essere solo tua. Ed è con questi timori, paure, emozione di scoperta, che, messo “il numero 4” sotto l’ascella come una baguette, mi sono messo a cercare gli altri numeri che, come funghi, si nascondevano ora sotto un “Lotta Continua”, ora sotto un “Frigidare”. Pochi minuti e i primi 6 numeri, che poi sono 5 riviste, erano miei. 25 euro.

È a questo punto che viene la parte più difficile, perché non c’è volta che vai in quei luoghi di perdizione che sono le librerie dell’usato che non ti trovi una “perla” tra le mani. Ogni volta sarebbe da uscire con sacchetti e sacchetti di storia di carta. C’è solo un modo per decidere, in quei frangenti, mettersi a leggere e vedere se i fogli che hai in mano sono feticci o se hanno ancora qualcosa da raccontare.

Il numero 1, giugno 1969, in copertina annuncia i pezzi di Luigi Pintor, Vittorio Foa, Rossana Rossana, Edgar Snow e K.S. Karol, quindi le Tesi del XIV Congresso (clandestino) del P.C. cecoslovacco. Al numero 2/3 luglio-agosto 1969 lire 400 arriva Lucio Magri, Aldo Natoli, Castellina, Luciani, Berlinguer, Lidia Menapace, Mikhail Tukhacevsky. E così perle e perle. I nomi delle mie prime edicole.

Quando ancora non c’erano le edizioni digitali, le mie albe erano dal paziente edicolante di una piazza oggi resa bella dalla Fondazione Prada. Toscanaccio mi prendeva in giro. Io arrivavo prima dei giornali, risme che allora nessuno si sognava di rubare e che quindi erano depositate libere di fronte alla serranda del bugigattolo. Il rapporto si fece presto così familiare, che mi aveva autorizzato, quando lui era in ritardo, di rubare il mio quotidiano e pagarglielo quando capitava.

Il giornale, allora, era un credo. Quello avevi e quello ti rappresentava. Al mio, di tutti i giorni, talvolta si univa il manifesto. Dipendeva dalla prima pagina. Non tanto dal titolo, che era sempre caustico, rivelatore, spesso geniale, ma dalla firma dell’editoriale. Pintor, Parlato e ovviamente lei: Rossana Rossanda. Non avevo, allora, alcuna ambizione di scrittura. Leggevo per il piacere di leggere, di scoprire e di imparare. Da questi tre imparavo sempre. E, pur fedele a un altro foglio, quando c’erano loro, diventavano il primo pasto della giornata.

Il tempo si è portato via la terza di queste tre firme. La sola di donna. La più “pesante” delle tre. Al primo sfoglio del numero 1 de “Il Manifesto” c’è scritto “mensile diretto da Lucio Magri e Rossana Rossana. Più in basso “direttore responsabile: Rossana Rossanda”.

Il giornalismo italiano è ora orfano di una delle sue firme migliori. I giornalisti spesso vengono celebrati con piazze e taluni con qualche statuina, ma sono come le statue dei pittori, molto meno interessanti delle loro opere, dei loro dipinti. Rossana Rossanda andrebbe riletta, come si fa con certi scrittori, e studiata la sua opera editoriale, ché con quelli de Il Manifesto, fu grande sperimentatrice. 

Sulla seconda pagina del primo numero, quello del giugno del 1969, senza firma c’è un trafiletto dal titolo: “Chi finanzia?”. Verso la fine si legge: “Il Manifesto dunque si sostiene in modo autonomo. Per vivere e svilupparsi ha bisogno che i suoi lettori siano abbastanza numerosi da coprire le spese dell’editore e da garantire il sostegno del lavoro redazionale”. Da quel robivecchi librario, che è a Milano, ma potrebbe benissimo essere a Parigi, Londra o New York, ho portato via con me i primi sei numeri de Il Manifesto. È stata la prima volta che i soldi spesi per leggere Rossanda e tutti gli altri della “rivoluzione non russa”, non ho dato soldi a Il Manifesto, ma, oggi, come tutti noi, suo orfano, sono felice di averlo fatto. Ciao ragazza del secolo scorso.