Sbagliammo scala io e mia moglie. La casa di Letizia Mosca e Marco Persico, da poco fidanzati, si trovava allora a un passo da piazza Ventiquattro Maggio e a un soffio dall’Università Bocconi. Era nel primo cortile, se non ricordo male, ma ancora oggi, come allora, non saprei dire se era il primo o il secondo piano della prima scala a destra o a sinistra. La scala era ripida, questo sì lo ricordo bene. 

Fuori, per dirla con un eufemismo, era un casino con tante ipotesi e molte precarietà. Era una casa di ringhiera nel cuore di Milano, rimasta però casa di ringhiera vera, una di quelle dove alle povertà di un tempo si erano sostituite quelle nuove.

Era la casa di Letizia. Acquistata con poco, perché poco pagava Radio Popolare, e con poco trasformata in reggia. Da fuori non le davi due lire, ma quando entravi era un mondo caleidoscopico. Letizia era orgogliosa di ogni vetrino e rifrazione e faceva bene a esserlo, perché casa sua era bella, ma di quel bello fatto di dettagli che rendono preziosa anche la semplicità.

Tra tutto, mi rimase impresso il bagno, perché non smetteva di dirmi che lo aveva fatto lei e di raccontarmi come. I mattoni per la parete, il cemento, eccetera eccetera.

A Milano non è così scontata la trasparenza. Lei lo era. Non c’era alcun filtro da “Milano da bere”. Ciò che viveva e ciò che pensava, non lo mandava a dire: nel bene e nel male. Se aveva fatto il bagno, lo aveva fatto e lo rivendicava.

Nel lavoro era uguale. La sua tenacia era verace, così come l’assenza di compromesso e il suo accento, mai diventato meneghino, ne dava ancor più il segno. Il graffio della cadenza dialettale era così diventato la sua firma, quella che riconoscevi al volo appena sintonizzati sul 107.6.

Quella casa non esiste più. Con Marco, poi diventato suo giovane sposo, aveva cominciato a mettere su famiglia e la casa che conoscevo io è stata venduta per una più grande. Condividemmo il cortile per un niente di tempo in uno dei miei cambi di vita.

In uno degli ultimi, quello che per qualche anno mi ha riportato a RadioPopolare, un giorno venne nel mio ufficio e mi disse della sua malattia. Poi con la sua trasparenza mi parlò della sua strategia fatta di continuare a lavorare e rubare tempo a quella condanna scritta in una di quelle diagnosi che mai si dovrebbe dover leggere.

Era malata, ma non sembrava. Era sempre lei. E tutti a chiedersi come facesse, quale fosse il segreto, il trucco. 

I radiofonici riempiono i buchi, il silenzio, di parole e parole, accendono il microfono e giù a macchinetta. Letizia ci aveva illuso di poter fermare l’ultimo buio con la sua tenace e inconfondibile parlantina e per un po’ è andata così.

Al mio matrimonio, mi regalò la musica, con altri amici e colleghi tirò su dei musicisti zigani per le strade di Milano e li portò fin su una terrazza di Finale Ligure. Arrivarono come certe orchestre marcianti suonando e cantando Bella ciao. Ciao Letizia, ciao, bella, ciao.