Quella casa nel contado veneto l’ho vista tanti anni dopo e qualcuno più tardi mi avrebbe raccontato che mia nonna e mio nonno, mentre aspettavano il terzo, che mai conobbe suo padre, vivevano in una stanza al piano di sopra e poi avevano l’uso della cucinetta al piano di sotto. Il cesso, un buco scavato non lontano da casa. Fine.

Lo zio Tanciu ebbe come alternativa al dormire in auto, la stanza in affitto di una casa vicina all’ortomercato di Milano di una signora che, all’insaputa del marito in trasferta per lavoro, gliela affittò per qualche settimana, salvo poi essere cacciato, non senza sospetto.


Mio padre, grazie allo zio Toni, Padova alle spalle, arrivò, “terrone del nord”, sotto la Madonnina nel 1969 e gli toccò, insieme a un gruppo di ragazzi che di racconto in racconto si fa sempre più numeroso, una camerata in una casa di ringhiera a metà di corso Buenos Aires, il bagno sul ballatoio.


Deve essere questo mio vissuto familiare che non mi ha mai fatto apprezzare l’avventura dell’abitazione in condivisione, sinonimo per me sostanzialmente di povertà. Scelta misera di una parte, non potendo ambire al tutto.


Ricordo un amore che si consumò in una stanza, un letto dirimpetto a un altro che la coinquilina, una ragazza pietosa, liberava per regalarci intimità. Ne ho un bel ricordo, che però non cancella la consapevolezza che quelle lenzuola erano la sola casa che potevamo permetterci.


Non è che non avessimo soldi, non ne avevamo abbastanza. Il padrone di casa ne chiedeva talmente tanti che il suo stipendio e il mio con l’incertezza del mestiere del giornalista, rendeva tutto troppo azzardato.


Tanti anni dopo ho conosciuto uno di quelli che dà in affitto: 800€ al mese per una camera alle studentesse e agli studenti universitari. A un passo da una degli atenei privati di Milano. Ora, colpa del covid, è rimasto senza inquilini.


L’offerta delle camere a Milano è aumentata di quasi il 300%. Sono oltre 12 mila le stanze che offerte tra i 500 e poco sotto i mille euro, aspettano il loro inquilino o inquilini se a occuparla sono due letti e non uno soltanto. Ma didattica a distanza e smart working stanno tenendo lontani da Milano studenti e lavoratori fuori sede.


Il fatto è che non sta scritto da nessuna parte che tutte queste persone torneranno a cercare una camera ambrosiana, per tanti motivi. Il primo è che certi posti di lavoro sono sfumati, il covid (Fonte CGIL) se ne sarebbe mangiati 100 mila. Il secondo è che tanti hanno oggi la piena consapevolezza che non occorre stare all’ombra del Castello Sforzesco per lavorare per una azienda con sede a Milano, ma lo si può fare con un computer e una buona linea telefonica da qualsiasi parte del mondo.


Non è diverso per studentesse e studenti, che in più hanno riscoperto le università che nel resto d’Italia, magari la “loro” Italia, sfornano preparatissimi dottori. Il meno 9% del Prodotto Interno Lordo fa il resto della strada che rende il capoluogo lombardo troppo caro.


C’è un primo indotto che di questo sta soffrendo e tanto ed è quello della ristorazione. Quella del centro cittadino, quella dei prezzi stellari dovuti spesso, anche in questo caso, a una richiesta senza pari in Italia dei valori delle locazioni di negozi, bar e ristoranti del “centro”.

Oggi, nella prima cerchia, non si fa fatica a trovare un tavolo, fuori o dentro che sia, nella periferia ancor meno. La fatica è restare aperti con incassi che le associazioni di settore dicono aver segnato anche un meno 75%.


Al di là delle motivazioni di ognuno e, detto senza alcun retropensiero o ironia, ciascuno ha davvero le sue, resta però il brutto effetto di una Milano che per anni ha “munto” senza pietà ogni nuovo arrivato e il carico più alto è stato quello delle locazioni. Tra queste, quello più sgradevole, ed esecrabile, delle locazioni dei posti letto a cifre vergognose.


I prezzi tengono” mi assicura un mediatore immobiliare che mi giura di avere “una lista lunga così” di persone pronte a comprarmi casa a cifre di svariate volte più alte di quella cui l’ho comprata io.

Ne è molto meno convinto il direttore di banca che incontro nella sua centralissima agenzia in odore di chiusura per avvenuta fusione. “La verità è che nessuno sa niente dei prossimi sei mesi”, ammette.


A qualche isolato da lui, incontro un vecchio romagnolo, “sono qui da quando avevo 15 anni”, il suo negozio è con il cartello affittasi da tanto di quel tempo che ormai si è scolorito e quanto a vendere, alla cifra che dice l’agente immobiliare, “non compra nessuno”. Gli riferisco del mio incontro con il direttore di banca, caustico osserva: “prima proprio al suo istituto affittavo a tre volte quello che chiedo oggi, ma non c’è verso, anche le banche ormai a cosa servono? Basta un click”.