114 volte è per quanto va moltiplicato lo stipendio di un dipendente per arrivare a quello del suo amministratore delegato. Questo, in realtà, è il massimo. La media è poco più di una dozzina di volte, 14.4 a essere precisi. È quanto emerge dall’ultima ricerca disponibile dal titolo “Caratteristiche dei board delle società con sede in Italia quotate”, realizzata dal Centro Studi di Mediobanca.


Pasquale Tridico, per dirla com’è, in realtà dell’INPS è presidente e in questo caso, ci dice il medesimo studio, lo stipendio del dipendente potrebbe essere moltiplicato per 97, anche se la media dice che i presidenti di cda guadagnano 8,5 volte quello dell’ultimo degli stipendiati.


All’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, un neo assunto guadagna 2.415€ lordi, cioè 1.800 netti, come raccontò Tito Boeri nel luglio 2018 in un suo intervento all’Università Federico II di Napoli. Calcolatrice alla mano, Pasquale Tridico, se si volesse essere in linea con il “mercato”, potrebbe benissimo rivendicare una cifra tra i 150 e i 200 mila euro.


Ma, ma ci sono diversi “ma” e tra questi, sicuramente il più rilevante, è che la nomina a presidente di INPS passa da logiche che nulla c’entrano con il mercato e le sue leggi: la nomina è politica. Detto altrimenti è, si spera, un mestiere che si fa per senso civico e non per il compenso.


Ma lasciando da parte l’idealismo, la domanda che a mio avviso ci si dovrebbe porre è: quanto dovrebbe guadagnare, di quante volte il compenso del più alto dirigente dovrebbe essere più elevato del neoassunto? La questione è solo e unicamente etica.


Le leggi di mercato, infatti, generano non poche storture e lo Stato ha storicamente il dovere di arginare queste storture: lo fa legiferando, ma lo fa anche con l’esempio.


Quindi la domanda è quale società vogliamo noi? Quante volte riteniamo che debba guadagnare un amministratore delegato di una società pubblica e quanto i dirigenti di primo e secondo livello?


Esiste una convinzione, che in questi giorni sta molto circolando, cioè che se il pubblico non pagasse bene, i migliori dirigenti andrebbero nel privato. Questa è la motivazione che giustificherebbe i compensi “di mercato”.


Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale ci dice che gli stipendi dei dirigenti pubblici italiani, nonostante il tetto a 240 mila euro introdotto nel 2014, sono significativamente superiori alla media OCSE. Sono di un terzo più elevati di quelli inglesi e sostanzialmente doppi di quelli di Germania e Francia.

Per quanto riguarda invece i dipendenti che non ricoprono cariche di dirigenti di prima o seconda fascia, un dato interessante arriva da uno studio della Banca Centrale Europea che ci dice che il wage premium, cioè, a parità di mansione, la differenza che c’è tra pubblico e privato, è al 5%. Prima di saltare sulla sedia, sia noto che è la media di tutti gli altri paesi OCSE.

Lo Stato paga meglio ed è un buon segno. Perché vuol dire che nel pubblico il “mercato” non conta, perché il “mercato” spesso è sinonimo di bassa sindacalizzazione e indebito sfruttamento.

Quanto deve guadagnare Pasquale Tridico? Oggi, prima dell’ultimo provvedimento, il suo compenso era tre volte quello di un neo assunto. È necessario portarlo, come è avvenuto nelle ultime ore, a sei volte o a 8,5? Sarebbe in linea con il mercato, certo, ma, forse, nella cosa pubblica, è sbagliato sia il mercato a dare la linea. Forse.