Il covid, e questa seconda ondata pandemica, ci stanno mettendo di fronte a una questione tutt’altro che secondaria o rinviabile: di chi possiamo fidarci? Chi sono le autorità o le istituzioni alle cui prescrizioni e indicazioni affidarsi?


È quanto mai evidente che, nei fatti, il rapporto fiduciario con le istituzioni legislative, governative e amministrative è andato incrinandosi e non a torto: oggettivamente troppi sono stati da febbraio in poi gli strafalcioni e le bizzarrie.


Potrei sciorinare gli esempi che vanno dalla mancata zona rossa in Val Seriana, ai verbali del Comitato Tecnico Scientifico secretati, ai “Milano riparte”, ai “sapevo, non sapevo, ah… forse sapevo” di Giuseppe Conte, alle non poche contraddizioni contenute nell’ultimo dpcm. Non voglio però perdere la vera questione: di chi fidarsi ora?

Ci ho pensato quando ho letto quel “sono meno preoccupato rispetto a marzo” pronunciato da Attilio Fontana e, al di là di ironia o verve polemica, mi sono chiesto in maniera forse un po’ irriverente: “e a me?”.


Badate, non è una battuta. La domanda è sincera. A me, a noi tutti, cosa cambia se il Presidente della Regione Lombardia è sereno? Considerando cosa ha detto e fatto, o non fatto, in questi mesi, dobbiamo essere rassicurati, preoccupati o indifferenti?


Quindi? Torno alla domanda: di chi fidarsi? E non sto pensando alle prossime elezioni, ma di aspetti molto pratici.

Temendo una nuova “quarantena” in casa, negli ultimi giorni passeggio e faccio cose banali, andare in libreria o mangiare una pizza, pensando possa essere l’ultima per un po’.


Questa mattina, seguendo questa “filosofia dell’ultima volta”, volevo regalarmi una brioche e cappuccio nel mio bar preferito. Era strapieno. Un posto c’era, ma la situazione era identica a un sabato mattina pre covid.


Sono certo che la norma cittadina fosse rispettata, poi però ho pensato che l’estensore di quella norma è il sindaco Beppe Sala, lo stesso che ha riportato in ufficio e in presenza i 14 mila dipendenti del Comune di Milano, in barba a ogni identificazione dello smart working come pratica anticontagio. Così ho scelto un altro posto con i tavolini all’aperto per la colazione.


Perché l’ho fatto? Per buonsenso, però interrogandomi non poco se il mio approccio non fosse troppo rigido, troppo conservativo. In fondo sentendomi in colpa di essere troppo cauto.


A mia discolpa il parere dei tecnici e degli immunologi. Non c’è scelta della politica che i tecnici non contestino perché troppo blanda o in odore di inutilità. Gli scienziati, più o meno consapevolmente, sono così diventati gli alfieri dell’antipolitica, resa ora più aspra dalla nuova ondata di contagi.


Senonché anche il mondo scientifico in questi mesi è riuscito a dire tutto e il suo contrario, spesso a schermi televisivi e social unificati.


Resta così inevasa la domanda: di chi fidarsi? Sullo sfondo la vita e le scelte di tutti i giorni prese in un sostanziale vuoto colmato pericolosamente dalle sensibilità personali e dalle personali priorità. A conti fatti: il fallimento del nostro vivere sociale.