La storia è questa. C’è un insegnante. Un prof. come lo chiamano i ragazzi, ormai le elementari o primarie che dir si voglia alle spalle. Il professore li chiama “i miei ragazzi”, ma a loro non lo dice perché è uno di quelli convinti che la scuola sia un’istituzione e tutte quelle cose che finiscono per identificarlo come uno all’antica.

La cosa curiosa è che “i suoi ragazzi”, studentesse e studenti, un po’ lo sanno di essere “i suoi ragazzi” e lo ricambiano con pari affetto, tanto che finito il ciclo, come si dice di chi passa al livello scolastico successivo, per qualche anno tornano nella vecchia scuola per andarlo a trovare.

Qualcuno smette dopo un po’, altri lo invitano a matrimoni, cresime, comunioni. Qualcuno, i più coraggiosi, gli mandano lettere che lui conserva tutte, “senza correggerle”, prima in una scatola, ora di scatole ce ne sono un po’ “e quelle dei ricordi sono ancora di più”.

Il prof. ha sessant’anni e, al contrario di tante colleghe che indugiano in tinte e attività sportiva, lui è bianco e, se glielo chiedi, “sono vecchio o meglio”, come dice con un misto di orgoglio e autoironia: “indosso la mia età”.

I “suoi ragazzi” di quest’anno non sanno che faccia abbia. La pandemia lo obbliga a indossare una mascherina, ma non come tutte e tutti gli altri suoi colleghi, non quella chirurgica, ma una ffp2, dove le f stanno per filtering face piece, che è il modo inglese per dire maschera filtrante.

Esteticamente la riconosci dalle altre perché invece che schiacciarti la faccia come quella di un bulldog, ti regalano ai lineamenti una specie di becco. Con un po’ di fantasia può ricordare la maschera da dottore del carnevale di Venezia.

La maschera ffp2, oltre che estetica, ha un’altra differenza sostanziale, non difende gli studenti dal professore, ma il professore dagli studenti.
L’anagrafica ha regalato al prof. anche un paio di malattie di quelle che rendono il covid mortale.

La cosa è così seria che il medico del lavoro ha obbligato il docente a salutare a giugno i “suoi ragazzi”, che davano l’esame, da una web cam, senza possibilità di presenza tra temi e interrogazioni. Lo stesso medico però a settembre ha indicato che, con l’anno scolastico nuovo, il prof. dovesse tornare in aula armato di “becco”.

La ffp2 non passa inosservata. Tutti quindi sanno. Sanno che il professore è malato e rischia la vita, non “solo” una brutta polmonite o una severa influenza, ma la vita. Lo sanno i ragazzi che protettivi si tengono lontani dall’insegnante.

Su internet infatti hanno letto che “quel becco” filtra il 94% delle particelle che ci sono nell’aria, quelle di dimensione fino a 0,6 ?m, dove quel simbolo significa micrometro, che poi sarebbe un milionesimo di metro. I virioni, la singola particella virale, del sars-cov-2, lo hanno trovato nei siti delle università, hanno dimensione 4 volte più piccole: 0,15 ?m.

Mettiamola così, ffp2 non lo salverà dal coronavirus. Ora nessuno lo dice, ma il prof. dovrebbe stare a casa. Qualcuno ha avuto anche l’ardire di suggerirglielo e lui, quasi fosse una delle sue lezioni, ha spiegato pacatamente che non può.

Quello che non ha spiegato è la paura. Quella se l’è tenuta per sé. Ma è un po’ un segreto di Pulcinella. La maschera napoletana che i suoi ragazzi confondono spesso con Arlecchino. E lui a rimbrottarli: “Pulcinella è napoletano e vestito di bianco, Arlecchino è di Bergamo ed è tutto colorato, vestito di coriandoli”.

Ma poi concede, “sono tutti personaggi della commedia dell’arte”. E, se è in vena di raccontare, va avanti e spiega che era quel genere di teatro in voga fino al 1.600 e che veniva altrimenti chiamato ‘teatro all’italiana”, perché proprio gli italiani era i più bravi in queste rappresentazioni che erano basate non su testi, ma su canovacci.

C’era un altro modo di chiamare questo teatro, “teatro all’improvviso o di improvvisazione”. E, da dietro la sua ffp2, che non può salvargli la vita, al prof., viene una facile associazione di pensiero tra il teatro e il così detto “teatrino della politica”, espressione che ha sempre odiato e che segnerebbe con la penna rossa in un tema, ma che oggi trova ancor più calzante di altre volte.

Quindi si mette a posto il becco e torna a insegnare, sperando che la maschera, almeno un po’, nasconda la sua paura di morire, la sua inedita paura dei “suoi ragazzi”.


Nota a margine: la storia qui raccontata si basa, purtroppo, su fatti reali.