Era dai tempi del primo Silvio Berlusconi che non risentivo la parola “comunista” infilata in un dibattito pubblico. Oggi riecheggia sempre più spesso a proposito del covid e della domanda dall’eco leninista: “che fare?”

La questione terra terra è “soldi o salute”? Alcuni megafoni che si autoproclamano alfieri della destra moderata e conservatrice, si sono riempiti bocca e pagine rivelando: “i comunisti, Speranza&co, vorrebbero chiudere tutto per salvare vite, Conte e altri pentastellati, invece, sarebbero per chiudere il meno possibile a favore della ripresa economica e a discapito della salute”.

A voler ritirare fuori vecchi arnesi ideologici, sarebbe da riesumare la classicissima e polverosa categoria marxiana della “guerra tra poveri”.

La traduzione in tempi di covid è da una parte quelli che non vogliono ammalarsi e, magari, morire, dall’altra quelli che non vogliono sopravvivere alla pandemia e magari morire, metaforicamente e non solo, di povertà.

Poco convincente, pare, è evidente, l’argomentazione scontata che portarsi i soldi nella tomba non serve poi granché. E non convince per un motivo più di altri, la miseria fa molta più paura e sembra molto più probabile di una morte per coronavirus.

Ma attenzione questa è la guerra tra i poveri, perché poi ci sono coloro per i quali la questione non è tra salute e fame, ma tra arricchirsi di più o di meno.

Il covid, restando a Marx, non ha fatto sì che si superassero le differenze di classe e, anche se si volesse mutuare l’antagonismo capitalista in sanitario, lo schematismo materialista resta sempre attuale.

PUBBLICITÀ

Il covid non è “la livella”, quella scritta dal principe Totò nel 1964, quella che la morte rende uguale il marchese e il netturbino, il coronavirus è necessariamente classista.

Chi ha potuto si è curato in suite ospedaliere, si è confinato in ville da sogno in Costa Azzurra e optional vari. Non c’è nulla di così scandaloso che chi ha i soldi e le influenze li abbia spesi e li spenda per avere salva la vita. È scandaloso, semmai, che chi non li ha ci lasci le penne e in tanti ce le hanno lasciate proprio per questo.

Tolti i rimasugli folcloristici, esiste un vero e solo regime simil comunista oggi al mondo ed è la Repubblica Popolare Cinese. È un Paese da poco meno di un miliardo e mezzo di abitanti.

Non so se per un fatto ideologico o per calcolo, ma il covid lo hanno affrontato, per quel che è trapelato dalla dittatura guidata da Xi Jinping, con il pugno di ferro dei lockdown e delle quarantene, il loro PIL ha segnato un inedito -6.8% tra gennaio e marzo e un preoccupante -1,3% a giugno. Ora ha recuperato e, come da previsioni del Fondo Monetario Internazionale, sarà il solo Paese al mondo a segnare una crescita nel 2020. Sarà del 2% secondo il direttore generale della Banca Centrale di Pechino Yi Gang.

Anni fa un viceambasciatore cinese, cui chiedevo il perché di questa tensione alla crescita dal sapore capitalistico della Repubblica Popolare, mi disse che era il solo modo che avevano trovato per combattere la povertà. Oggi, in Cina circa il 10% della popolazione è in miseria, vive con meno di un dollaro al giorno. Più di cento milioni di persone. Nel 1978 era in queste condizioni il 64% della popolazione.

È per questo motivo, 100 milioni di poveri, che la Cina, la Repubblica Popolare guidata dall’ dittatura del Partito Comunista, è diventato apparentemente il Paese peggio capitalista del mondo, di cui è ormai solidamente la seconda potenza economica.

A fronte di una maggiore ricchezza, che sicuramente ha reso, anche lì, i Paperoni più ricchi ancora, i costi sociali e di tutela delle libertà sono stati salatissimi, il più grave è stato il sacrificio di vite e di salute di migliaia di persone, agnelli sacrificali all’altare del Dio PIL, mica come da noi dove la vita e il diritto alla salute restano baluardi invalicabili, più o meno.