Alla fine sono dovute morire 127 persone in un giorno solo perché i negazionisti del covid dovessero arrendersi all’evidenza dei fatti: da che le scuole hanno riaperto il contagio da coronavirus ha ricominciato a galoppare e, quindi, se si vuole fermare la morbosa e talvolta letale corsa, sono gli edifici scolastici a dover essere chiusi.

Gli ultimi a chiederlo erano stati, lunedì 20 ottobre, gli immunologi, quelli in prima linea dall’inizio di questa pandemia, Mario Facchini (ATS Milano), Massimo Galli (Ospedale Sacco di Milano) e Marco Rizzi (Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo) nel loro accorato e grave appello a istituzioni e cittadini.

Finalmente, le istituzioni hanno risposto. In ritardo, ma lo hanno fatto. Lombardia e, di fatto con loro, Piemonte, Liguria e Lazio si sono affiancate al vituperato Vincenzo De Luca che i portoni degli istituti scolastici aveva sbarrato, tra le critiche generali, già dal 16 ottobre.

Il fatto che le aule delle scuole superiori rimangano chiuse, non vuol dire però che a chiudere siano l’istruzione nel nostro Paese che resta garantita dalla DAD, l’acronimo dal sapore inglese, che invece sta per un’italianissima Didattica A Distanza.

Milioni di studenti, da lunedì prossimo, resteranno nella loro camera, quando hanno la fortuna di averla, con il loro computer, quando hanno la fortuna di possederne uno, con un linea telefonica con una banda abbastanza ampia da garantire la connessione in video chiamata, quando hanno la fortuna che arrivi a casa loro. Sarà un disastro insomma.

Già, perché, in questi mesi preziosi, la lezione di marzo, aprile, maggio e giugno non è servita a nulla e nulla si è fatto. Riepiloghiamo per distratti e smemorati. Da quando le aule, nella così detta prima ondata covid, vennero chiuse, la scuola, intesa come l’apprendere, è saltata. Pochissimi gli studenti ai quali è stata proposta una didattica continuativa e completa.

Una ricerca pubblicata giusto il 13 ottobre scorso dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio dal titolo “La scuola «restata a casa». Organizzazione, didattica e lavoro durante il lockdown per la pandemia di Covid-19”, ha il pregio di raccontare i problemi che la DAD ha generato e ha il pregio di farlo con i numeri.

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Tra questi ne evidenziamo pochi, ma significativi, solo il 3% degli insegnanti intervistati ha dichiarato di aver avuto prima di quella della scorsa primavera, un’esperienza consolidata di didattica a distanza. l’83% ha dichiarato di aver avuto a disposizione mezzi informatici propri, per fare lezioni, gli altri di aver utilizzato apparecchiature condivise con il resto della famiglia, in pratica il computer del figlio, quando il figlio non lo utilizzava. Infine, il 2% ha valutato la DAD una perdita di tempo.

A questi numeri ne aggiungiamo un ultimo e forse il più grave tra quelli presentati da questa ricerca: il 10% non è riuscito a raggiungere metà o oltre la metà dei propri studenti e questo è avvenuto per il 76% dei casi per problemi legati a internet.

La scuola si sa, doveva e deve restare aperta perché altrimenti i genitori non possono andare a lavorare, viceversa, difficilmente, se non fosse la babysitter nazionale, non si capirebbe per quale motivo sia stata così tanto bistratta in tutta la storia repubblicana, tanto che ancora oggi, a differenza dei nostri più ambiti Paesi fratelli europei, abbiamo scuole pollaio e edifici fatiscenti.

Ciò detto, il governo Conte II ne aveva fatto un vessillo interessato del suo successo nella costruzione del dopo lockdown, successo che nel caso della scuola è stato incarnato da una improvvida Lucia Azzolina, cui si è chiesto di rendere potabile un’acqua che non lo è da decenni. Da dire che, la ministra, poi, ce ne ha messo del suo con banchi a rotelle e graduatorie docenti rimaste in bianco.

Purtroppo, il solo movimento d’opinione è stato quello immaginario e funzionale dei genitori delle “scuole devono restare aperte a tutti i costi”, una sorta di linea Maginot contro il covid e che, come già la fortificazione franco-belga, inutile, è crollata senza fermare alcunché.

Una cosa ha fermato, come è accaduto al settore sanitario, ha fermato la preparazione alla seconda ondata. Preparazione che, partendo dalla consapevolezza che le scuole sarebbero dovute essere le ultime a essere riaperte, avrebbe dovuto dare alle studentesse e agli studenti una possibilità strutturata di didattica a distanza, con docenti preparati professionalmente e strumentalmente, con computer e reti dati efficienti.

Così non è stato. Il diritto costituzionale all’istruzione è ora affidato all’iniziativa di studenti e docenti, un po’ come quello, sempre costituzionale, del diritto alla tutela alla salute è affidato a medici, infermieri e lettighieri, pronti a essere chiamati eroi da velleitari negazionisti istituzionali che, contro ogni evidenza scientifica e tanta attenzione a piccoli interessi economici ed elettorali, li hanno nuovamente mandati allo sbaraglio, talvolta a morire.