Jmmy mi guarda e fa un segno nell’aria che sembrerebbe una benedizione se la croce con la quale ha tagliato l’aria non l’avesse tracciata sulle sue ultime parole: “il 2020”. È così che quel segno diventa una sorta di “riposi in pace”, “un anno da dimenticare” per dirla educatamente.

Giovedì scorso nove coperti a cena, così pochi che neppure sarebbe da tirare su la serranda. Lui e il suo compagno però continuano ad alzarla e a compiere gli stessi gesti.

Il sorriso ad accoglierti. La battuta irriverente consentita ai clienti affezionati e tutta la cura possibile all’esperienza offerta, come dicono ormai i veri ristoratori moderni.

Se poi vuoi capire come stanno andando le cose, allora ti devi armare di santa pazienza, farti ostetrica e convincerli a tirare fuori il sacco. A dirti come sta andando.

Ed è allora e solo allora che vedi lo sguardo che ti scavalca, sono lì che ti raccontano, ma non ci sono più. Perché ti dicono qualcosina, la schiuma, la punta dell’iceberg, ma dei sogni e delle speranze spente non ti confessano, pudici, nulla.

Il rimbalzo del PIL, quello favoleggiato e per favorire il quale si è mandato il Paese allo sbando pandemico, non ci sarà. E questo vuol dire miseria e tensioni sociali.

Napoli, gli scontri che ci sono stati, li si può liquidare con una battuta sulla premeditazione, ma così si dice solo mezza messa. Perché, lasciando perdere le origini di quelle azioni, più interessante dovrebbe essere guardare a noi che quella guerriglia abbiamo visto in tv o da una finestra.

I ministri, più o meno tutti, si sono affrettati a dire che erano dei provocatori quelli che hanno attaccato le forze dell’ordine, e fin qui, lo sapremo a fine indagini.

Ma poi gli esponenti politici della maggioranza hanno universalmente aggiunto un concetto che si può riassumere così: “mica c’entra con la tensione e le giuste richieste sociali dovute alla crisi covid”.

Quella che sembra una inedita ‘licenza ai tafferugli’ rilasciata per i tempi a venire a disoccupati e commercianti falliti, è, in realtà, una ben più pericolosa terzietà rispetto alla crisi economica.

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Sottende infatti il concetto che la crisi economica pandemica sta mordendo, mordendo così tanto da generare disperazione e rabbia e che, quando sarà, sarà, e sarà tollerata perché loro, i “disperati disorganizzati”, privi di rappresentanza, non potranno che cercare lo spazio della piazza.

La verità è che la scommessa del tornate tutti a lavorare, a scuola, a consumare, andate in vacanza perché tanto il coronavirus è passato remoto, è andata male.

In una sorta di gioco dell’oca, siccome i dadi usciti hanno dato l’esito sbagliato, abbiamo fatto qualche apparente passo avanti e poi tanti indietro. Poteva sembrare un prendere la rincorsa e invece era un tornare al punto di partenza o chissà dove.

La crisi economica non è poi dissimile da quella sanitaria per un aspetto. C’è chi si ammala di povertà e miseria, così come c’è chi si ammala dopo l’infezione da sars-cov-2, poi c’è chi non si ammala né di povertà, né di coronavirus.

Sani e asintomatici possono avere due atteggiamenti diversi, uno è di solidarietà e vicinanza ai fragili, l’altra è di negazione ed egoismo. Nella crisi economica è e sarà uguale: dovremo decidere cioè se è una crisi di tutti o solo degli sfortunati rimasti senza lavoro, clienti, casa.

Mentre a Napoli c’erano episodi di guerriglia urbana, il sindaco partenopeo Luigi De Magistris era in uno studio televisivo, ospite di un programma.

Visibilmente infastidito alla domanda della giornalista Lucia Annunziata, “Sindaco, ma non sarebbe utile che in questo momento lei ci lasciasse e andasse lì?”, emblematica è stata la risposta del primo cittadino del capoluogo campano, che alla piazza ha continuato a preferire il set e le telecamere : “Posso pure andare, ma non posso andare in mezzo allo scontro”.

Uno spettatore, altro rispetto a quanto ci si aspetterebbe da un uomo delle istituzioni. Terzietà appunto.

“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.” Sono parole di Lorenzo Milani, Don Milani, che non ha mai fatto il politico e neppure lo spettatore, ma di politica ne ha fatta indubbiamente un sacco.