La comunicazione, si sa, funziona per trend, cioè per slogan che a un certo momento vanno di moda e che, quando sono fortunati, diventano addirittura popolari.

In questi mesi ne abbiamo avuti diversi e con alterna fortuna, l’ultimo in voga è “nemmeno in guerra”.

Social, giornali e influencer da qualche giorno si riempiono la bocca pappagallescamente di questo “suffisso”. Scopriamo così che in guerra, come in pace, tutto funzionava, le persone andavano a lavorare, a scuola, al bar, a teatro e al cinema.

L’Italia di guerre che hanno interessato in tutto o in parte il Paese, ne annovera, se vogliamo fermarci al secolo scorso, due ed entrambe mondiali e, i miei avi come quelli di molti altri, ne hanno preso parte.

A partecipare alla Prima Guerra Mondiale, quella del ‘15-‘18, fu chiamato il mio bisnonno Marcello, il padre di mio nonno. Marcello Beccaro era un ragazzo del ‘99, cioè era nato nel 1899 e venne arruolato che era poco più di un bambino. Non era maggiorenne né per i canoni di oggi, 18 anni, né di allora 21. C’è da dire che non rinunciò alla scuola, perché ci aveva rinunciato già da tempo. Credo infatti che non fosse andato oltre la seconda elementare. A quei tempi le scuole, per i “poveri”, erano sempre chiuse, precluse, e non c’era didattica a distanza.

A mio nonno Tino Beccaro, il padre di mio padre, non andò molto meglio. Quando si unì ai partigiani della Brigata Garibaldi era ancora più giovane di suo padre quando era andato sul Piave. Saltò scuola, già, perché doveva liberare l’Italia dal fascismo e conquistare un paio di diritti costituzionali per il suo popolo.

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Guardare al periodo della guerra come esempio è un’operazione molto pericolosa. In Italia durante l’ultima guerra mondiale, la seconda, i teatri, quando, come la Scala di Milano non furono bombardati, restavano aperti spesso accarezzando la propaganda del ‘stiamo vincendo’, del ‘va tutto bene’, tante volte sotto la protezione di qualche gerarca e, ovviamente, chiudevano quando c’era il “coprifuoco”.

Anche “coprifuoco” è una parola che torna spesso ultimamente. Spegnere le luci per evitare di essere visti e quindi oggetto di attacchi aerei.

Il covid è cieco, non ci vede, non punta a nessuna luce. Non c’è coprifuoco che conti o serva. Salta di corpo in corpo come un pidocchio e c’è solo un modo per non prendersi i pidocchi o essere calvi, che nel caso del coronavirus significa avere più dispositivi di protezione possibile (presente un infermiere in reparto covid? Io sì, per esperienza), o non incontrare nessuno con i pidocchi, sia coloro che sanno di averli, sia coloro i quali non lo sanno, ma ne sono involontari ospiti. Nel caso del sars-cov-2, non incontrare è sinonimo di distanziamento sociale.

In questa pandemia della guerra abbiamo solo i morti, andiamo verso i 40 mila che, per media statistica, sono ben più dei civili italiani deceduti durante ogni anno della Seconda Guerra Mondiale quando, tra il 1940 e il ‘45, non in uniforme persero la vita 153.147 persone.

Jim Morrison un giorno disse “un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra”, ma questa non è una guerra e i pidocchi, così come il covid, si prendono a scuola, a teatro, sui mezzi pubblici, al lavoro, con la differenza non secondaria che i pidocchi non uccidono nessuno, il sars-cov-2, si.