445 persone sono morte nelle ultime 24 ore, andando ad alimentare la nera lista dei decessi per covid.


Il lutto è un fatto normalmente privato, si consuma tra volti e, quando si è fortunati, luoghi noti.

Non conto le amiche e gli amici, i parenti più o meno prossimi, per i quali la frase: “lo hanno rimandato o rimandata a casa”, fu premessa inequivocabile che in ospedale non c’era più nulla da fare e che si tornava a casa per l’ultimo saluto.


Non hanno avuto il saluto di figli, nipoti, mariti o mogli, ma, fortunatamente, non erano soli.
La parola, la carezza, lo sguardo, l’amore, l’ultimo gesto di umanità lo hanno sicuramente ricevuto da un camice bianco.


445 persone sono morte, positive al covid, in ospedale. Le cronache spesso dicono, sono morte da sole, ma non è proprio così.


Giornali e programmi tv ci hanno regalato per mesi, soprattutto nella primavera scorsa, l’esemplare immagine di medici e infermieri che affrontavano un’ondata di pazienti, donne e uomini destinati alla morte.

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Li abbiamo chiamati eroi, ci siamo fermati ad applaudirli in manifestazioni di affetto rimbalzati dai social ai nostri balconi, terrazzi, finestre.


445 persone sono morte nelle scorse ore, è lo stesso numero dello scorso 2 marzo. Avevamo detto, promesso, spergiurato: “mai più”, ma il “mai più” è diventato un “di nuovo”.


Un “di nuovo” figlio della soddisfazione di egoiste piccole grandi priorità, di una rimozione generale di quel che era stato, compresi loro, i “di nuovo” anonimi eroi in camice bianco, medici, infermieri e soccorritori.


Gli eroi sono tali, si sa, perché non lo fanno il tempo per finire sui social, i giornali, le tv o, per dirla con Stephen King: “Qualsiasi pazzo con delle mano veloci può prendere una tigre per le palle, ma ci vuole un eroe per continuare a strizzarle”.

Per completezza di cronaca e per verità, tocca annotare che qualche camice bianco ha smesso di stringere i testicoli al coronavirus, tra medici, soccorritori e infermieri, si avviano a 250 quelli poi sbranati dalla tigre. Eroi morti, anche nella piccola, breve, nostra memoria collettiva.