Le discoteche aperte in estate, lo smantellamento costante dei presidi sanitari sul territorio, una riorganizzazione dei posti letto per l’emergenza Covid che sta facendo chiudere un reparto dopo l’altro.

Intanto, si gioca alla guerra nei poligoni sardi, i più grandi d’Europa.

La Sardegna che chiede più risorse per la sanità pubblica e meno soldi per l’industria bellica si ritrova davanti al poligono di Capo Frasca per una manifestazione convocata da A Foras.

Gli ultimi dati sul Covid nell’isola sono preoccupanti, la regione potrebbe essere dichiarata zona arancione già in questo fine settimana. Un esito clamoroso per un territorio che durante la prima ondata di febbraio-marzo aveva visto pochissimi casi e intere province sostanzialmente ‘immuni’.

La media nazionale di occupazione dei posti letto è del 42%, nell’Isola il dato è del 37%, cresciuto di 7 punti percentuali nell’ultima settimana.

In una decina di giorni la Sardegna è passata da un più che rassicurante 2,7 ogni 10 unità/ricovero all’ultimo preoccupante 3,7.

Eppure, fin dal primo ottobre tutte le basi militari italiane in Sardegna hanno ripreso a ospitare esercitazioni a fuoco a cadenza quasi quotidiana, con uno sperpero di milioni e milioni di euro. A questo quadro si aggiunge la scelta del governo, nelle bozze sull’utilizzo del Recovery Fund, di spendere ben 30 miliardi nel settore della Difesa.

A Foras chiede:

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• che fin da ora si stabilisca inderogabilmente una moratoria su tutte le esercitazioni militari.

• che la Regione e lo Stato ritirino i finanziamenti a progetti utili solo agli interessi delle forze armate e al profitto delle industrie del settore bellico. A titolo di esempio, chiediamo lo stop al finanziamento del progetto SIAT di Teulada, al co-finanziamento pubblico della piattaforma per i test dei motori missilistici nel Poligono di Quirra e al co-finanziamento del progetto Caserme Verdi, che riguarda – in Sardegna – le tre caserme dell’Esercito a Cagliari e quella di Teulada.

• che i soldi risparmiati grazie ai primi due punti siano reinvestiti nel potenziamento della sanità pubblica sarda.

Intanto arranca il processo in corso a Lanusei per la ‘sindrome di Quirra’.

“Speriamo di chiudere entro l’anno prossimo –dice a EC il PM Biagio Mazzeo – dopo una sospensione che di fatto dura dall’autunno del 2019”.

Mazzeo però ci da una notizia: “Entro il mese inizieranno i sondaggi del terreno nella località Murtas a Capo San Lorenzo (il poligono a mare davanti alla zona di Quirra) dove secondo una lettera anonima ritenuta credibile sarebbero stati seppelliti materiali bellici di scarto. Frammenti di bombe, materiali contaminati, forse fusti”. Sarà il genio militare a effettuare una prima analisi con i metal detector.

Intanto l’industria bellica italiana non si ferma, anzi. Rappresenta uno dei pochissimi settori di sicuro sviluppo nei prossimi mesi e probabilmente anche nei prossimi anni.

Dice a EC Giorgio Beretta, analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di armi comuni e che svolge la sua attività di ricerca per l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia che fa parte della Rete italiana per il disarmo (Rid): “A fronte di questa pandemia ci sono settori dell’industria militare che andrebbero riconvertiti a industria civile. La crisi che viviamo dovrebbe portare a una riflessione seria di alcune parti dell’industria a guardare verso altre soluzioni, altri obiettivi. Se un’industria italiana è in grado di produrre sistemi di aerazione per sommergibili, allora sarà certamente in grado di produrre sistemi di filtraggio per le scuole o per gli ospedali. Ma non succede.  Le capacità tecnologiche per applicare alla società civile il know-how militare ci sono. Si dovrebbe puntare sul settore medico e si quello civile. E invece vediamo che il presidente di Fincantieri saluta positivamente l’ordinazione di due nuovi sommergibili perché daranno lavoro ai cantieri in crisi per il crollo delle ordinazioni delle navi da crociera. Ma non è più possibile accettare il ricatto ‘lavoro in cambio di salute’ perché dovrebbe essere proprio la salute pubblica a sviluppare nuova occupazione”.