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Lo so che la pandemia ci fa mettere il naso ben saldo tra le nostre cose, però alzarlo e dirigerlo verso la Spagna e puntarlo alla Catalogna potrebbe avere senso a questo giro.

Il covid ci ha insegnato l’Europa, drammatica lezione. L’Unione ha improvvisamente acquisito una nuova fisionomia: da lontano sogno mal realizzato o, peggio, da insondabile groviglio burocratico, si è tramutata in rassicurante comunità solidale, quella del debito condiviso, quella della pioggia miliardaria per cure sanitarie e rilancio economico.

Al netto dei ritardi e dell’apparente ingenuità nel siglare i contratti con Big Pharma per la fornitura dei vaccini, non credo serva un sondaggio per avere la conferma che l’Europa goda in questo momento di ottima salute nel, come dicono gli studiosi dei flussi delle opinioni, “sentiment” dei popoli delle nazioni che compongono la UE.

I sondaggi, però, valgono quel che valgono. Il voto è tutta un’altra cosa e, come sbandiera il centrodestra e la destra italiana, di elezioni politiche se ne stanno celebrando un po’ nel Vecchio Continente.

Alla Catalogna è toccato lo scorso week end: nonostante i record pandemici, si è scelto il nuovo governo regionale. Ha votato il 53% degli aventi diritto, il 25% in meno della tornata del 2017. La paura dell’infezione pare sia il motivo di tanta astensione.

La maggioranza assoluta è andata a Sinistra repubblicana della Catalogna (ERC), 21,3 per cento dei voti, Insieme per la Catalogna, (Junts) che ha ottenuto il 20 per cento dei voti, Candidatura popolare unita (CUP), che ha ottenuto il 6,6 per cento dei voti. Centro sinistra i primi, centrodestra i secondi, estrema sinistra gli ultimi. Tutte forze indipendentiste.

Con il 7,6% si sono piazzati, quarto partito in assoluto, i candidati di Vox, che con 11 seggi hanno fatto il loro esordio nel governo della regione spagnola o, per meglio dire, anche in questa regione spagnola nella quale, fino a ora, non erano riusciti a conquistar rilevanti consensi.

I cavalli di battaglia di questa formazione politica sono molto definiti e così le parole, gli slogan chiave, i titoli del programma elettorale.

Tra questi: abrogazione delle leggi sulla Memoria storica che riabilitano le vittime del franchismo, la sospensione dello spazio Schengen, la cancellazione della legge sulla violenza di genere, la “deportación” degli immigrati clandestini nei Paesi d’origine, la riforma della legge sull’aborto (per renderlo illegale).

Tutto questo rende Vox un partito dall’identità ben consolidata e che di volta in volta lo fa definire populista di destra, ultranazionalista, euroscettico, antislamista.

Il successo elettorale di questa formazione di destra è stato subito salutato con entusiasmo dall’ECR.

“Siamo più che contenti di come VOX abbia superato tutte le aspettative in un’atmosfera inquieta, avendo il sostegno di migliaia di spagnoli in difesa dell’unità nazionale, della libertà e della sovranità della nazione spagnola. Questo è un successo elettorale anche perché sono stati eletti più rappresentanti di VOX rispetto a qualsiasi altro partito centrista o di centro-destra, il che significa che VOX può guidare l’opposizione alla Camera”.

L’ECR, altro non è che l’European Conservatives and Reformists Group o, più italianamente, il Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei. Sesta formazione, con i suoi 62 eurodeputati nel parlamento UE.

Ne fanno parte i partiti di quindici paesi e tra questi, per l’Italia, c’è Fratelli d’Italia, quello di Giorgia Meloni. I suoi compagni di strada sono Vox, per la Spagna. Il Partito delle Famiglie, per la Germania. Il Partito Conservatore, per la Croazia. La Soluzione, per la Grecia. Alleanza Nazionale, per la Lettonia. Alleanza delle Famiglie Cristiane, per la Lituania. Il Partito Cristiano e Contadino, per la Romania. Libertà e Solidarietà, per la Slovacchia. Il Partito Democratico Civico, per la Repubblica Ceca. Diritto e Giustizia, Polonia Solidale, Accordo, per la Polonia. Il Forum della democrazia e il Partito Politico Riformato, per i Paesi Bassi. La Nuova Alleanza Fiamminga, per il Belgio.

A sommi capi la destra destra europea che trova la sua sintesi intorno ad alcuni punti programmatici. La famiglia come fondamento della società. Controllo dell’immigrazione e revisione delle procedure d’asilo. Integrità sovrana dello stato. Orientamento atlantista e Nato centrico. A questi se ne aggiungono alcuni sulla tutela dell’ambiente, delle realtà rurali, delle fragili economie e delle neonate democrazie europee.

Potrebbero sembrare a noi italiani delle maglie programmatiche lasche, la realtà è che, invece, non lo sono affatto. La nostra sensazione deriva dal fatto che è evidente che questi punti progettuali vanno bene, è vero, per Fratelli d’Italia, ma anche potrebbero essere estesi alla Lega di Matteo Salvini e, a ben vedere, non solo.

Il “io sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana” di Giorgia Meloni, riproposizione di un più datato “Dio, Patria e Famiglia”, ha, insomma, nel nostro Paese un ampio seguito nel campo moderato, si potrebbe azzardare che sia maggioritario nella destra e nel centro destra.

Un moderatismo e conservatorismo che si potrebbe pensare a trazione spagnola, con Voc, ma che invece, a guardare le percentuali di consenso, è decisamente a propulsione italiana ed è solo l’assenza del voto che ci fa rimandare, a data da destinarsi, questa consapevolezza.

Tra poche ore Mario Draghi si presenterà al Senato e poi sarà la volta della Camera dei deputati. A votarlo sarà un parlamento pre tutto. Pre covid. Pre crisi economica. Targato marzo 2018. Uno status quo ante bellum, per dirla con i latini.

I sondaggi dicono che oggi in Italia la Lega è il primo partito con il 24%. Segue il Partito Democratico con il 19. Quindi Fratelli d’Italia con il 17. Movimento Cinque stelle con il 13. Forza Italia al 10. Gli altri sotto il 4%.

Questo dicono i sondaggi più recenti. “Ma il voto è un’altra cosa”, si dice in questi casi, intendendo che le campagne elettorali poi fanno vincere le forze centriste.

Lo si diceva anche in Catalogna prima dello scorso week end, poi le urne hanno smentito i sondaggi: nessuno infatti dava Vox con un risultato così alto.

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William Beccaro, 48 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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