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Estreme Conseguenze

La prego presidente, perché hanno ucciso mio fratello? Chi è stato? Giulio Andreotti mi guardò senza rispondermi. Eravamo nei corridoi del tribunale di Perugia.  Lui non era da solo e un paio di uomini si frapposero fra noi, quasi a volermi bloccare. Andreotti mi sorrise e continuò a camminare”. Rosita Pecorelli, la sorella del giornalista ucciso il 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola ricorda momenti di un processo che portò all’assoluzione di Giulio Andreotti e di Massimo Carminati, il primo accusato di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli, l’altro di esserne il killer. “Durante le udienze continuava a scrivere. Mi guardava, abbozzava un sorriso, e poi continuava, quasi ripiegato su se stesso, col braccio attaccato al petto.  Il 10 ottobre del 1998 due carabinieri mi portarono a casa un libro e un biglietto: Le invio volentieri il volume scritto ultimo. La saluto. All’epoca i miei occhi c’erano ancora, riuscivo a leggere da sola e senza ingranditore, e ricordo di averlo letto quel giorno stesso. Ho pensato che ci fosse un messaggio, lo stesso che c’era in quella lettera inviata a mio fratello”.

Quale lettera?

“Mino soffriva di dolorose e lancinanti emicranie, e credo anche Andreotti avesse lo stesso problema perché ci fu, tra mio fratello e l’allora presidente del consiglio, uno scambio di lettere per questo male comune. E la lettera di Giulio Andreotti, fu trovata nello studio di mio fratello, subito dopo l’omicidio, e sequestrata. È una lettera che risale alla fine di gennaio del 1979 scritta di pugno da Giulio Andreotti che si rivolgeva personalmente a Mino con tono molto garbato, suggerendo, come rimedio ai suoi terribili mal di testa, il riposo assoluto. Insomma, Andreotti, consigliò a mio fratello di prendersi una pausa. Di non scrivere più. Quindi ho pensato che volesse in qualche modo aiutarlo, con il suo saggio consiglio, e che nel libro ci fosse un’indicazione anche per me. L’ho letto in poche ore. L’ho riletto ancora. E l’ho fatto finché ai miei occhi è stato permesso di vedere. Senza riuscire a capire”.  Un suggerimento per una donna che da 40 anni cerca la verità sulla morte del fratello, il giornalista Mino Pecorelli. L’ha cercata anche in “Operazione Via Appia”, un libretto di 104 pagine, scritto e pubblicato durante il processo per l’omicidio del giornalista e che, pensando all’autore, va letto, plausibilmente, in controluce. Che fa pensare, per titolo e contenuti, a quell’archivio ritrovato in via Appia a Roma nel novembre del 1996.  Un archivio fino ad allora sconosciuto con oltre 200 faldoni e, tra l’altro, con parte di un ordigno a suo tempo utilizzato negli attentati ai treni dell’agosto 1969, per i quali sono stati condannati Franco Freda e Giovanni Ventura. Il reperto, riemerso nel 1996, dopo 27 anni dagli attentati e dalla successiva strage di Piazza Fontana a Milano, è la prova concreta di come venivano condotte le indagini sugli attentati commessi dalla cellula veneta di Ordine Nuovo. Perché il reperto all’epoca trasmesso dalla polizia all’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno (quello con a…

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“L’IMPUTATO GIULIO ANDREOTTI MI SPEDÌ UN LIBRO”
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Interventi

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Estreme Conseguenze
L’anarchico è stato ammazzato e, considerando chi c’era nell’ufficio della Questura da cui è stato defenestrato, è stato ammazzato dallo Stato

Grafite è parola ingannevole, perché ricorda il graffiare e quindi si finisce con il pensare che la matita, la cui mina di grafite è fatta, graffi e, invece, la matita scrive come dice il suo etimo, gráph?.

Di matita sono i segni di “Pino. Vita accidentale di un anarchico”. È il titolo del bello e commovente film animato della regista Claudia Cipriani, che abbiamo avuto il privilegio di vedere in anteprima all’Arci Bellezza di Milano. Il titolo inganna, nel senso che somiglia così tanto all’opera di Dario Fo, “Morte accidentale di un anarchico”, che potreste pensare di sapere già tutto, di non avere nulla da vedere, ma non è così. Anzi è il contrario di ciò che avete visto finora o meglio, è tutto ciò che non vi hanno mai raccontato: la vita, il vivere di Pino, di Giuseppe Pinelli. A prendervi per mano, sin dai primi fotogrammi, ma bisognerebbe dire tavole disegnate, sono Claudia e Silvia, le figlie dell’anarchico suicidato alla Questura di Milano, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre di mezzo secolo fa, il 1969.

E la grafite del cartone animato  scrive la Storia e, a dispetto della ripetizione, la anima. Così vi trovate con Claudia e Silvia a correre per chi arriva primo a casa. Entrati nel bilocale di via Preneste 2 ne conosciamo la folla e la vita. Licia, la moglie, che batte a macchina. Una studentessa le detta la sua tesi. E Bruno, un compagno, appena arrivato dalla Sicilia. La tavolata in cui cocciano piatti troppo vicini. Sentiamo…

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morti per overdose.

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Prima della prescrizione dell’accusa di…