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Estreme Conseguenze

di Raffaella Fanelli

“Non rilascio interviste a Estreme Conseguenze”. Lo scorso 27 maggio Stefano Delle Chiaie ha risposto così a chi scrive. Lo avevo cercato per l’inchiesta sull’omicidio di Mino Pecorelli. Sapeva bene che avrei chiesto della sua lettera a Beppe Dimitri. Di quell’evasione promessa in una missiva recapitata al carcere di Rebibbia dov’era detenuto il suo braccio destro. Parte della lettera era crittografata e Dimitri utilizzava una griglia da sovrapporre al testo per leggere le indicazioni che lo avrebbero portato fuori dal carcere. Un’evasione organizzata da Stefano Delle Chiaie, alias il Caccola, alias Alfredo Modugno. Ed è proprio col nome di Alfredo che firmava le sue lettere a Dimitri. Avrei chiesto di questa corrispondenza. Del piano di evasione.  Di una libertà pretesa anche da Domenico Magnetta. A Stefano Delle Chiaie avrei voluto chiedere del “ricatto” di Mimmo: “Se non mi aiutano ad uscire dal carcere tiro fuori la pistola che uccise il giornalista Mino Pecorelli”. Una frase riportata da Vincenzo Vinciguerra, neofascista di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, in un verbale dimenticato fra i tanti fascicoli del caso Moro. Una dichiarazione forte, importante, che ha permesso, dopo quarant’anni, di riaprire le indagini sull’omicidio irrisolto del giornalista.

“Non rilascio interviste sul caso Pecorelli”, perché al di là del nome di chi lo aveva cercato, Stefano Delle Chiaie non voleva dare risposte sull’omicidio di Via Tacito. Un delitto rimasto senza colpevoli e sepolto dal fango rovesciato sul cadavere di un uomo fatto passare per ricattatore. Ma Pecorelli era un giornalista d’inchiesta che pubblicava notizie. Che mai calibrava le parole dei suoi articoli. Che Offendeva. Denunciava. Se avesse ricattato sulle pagine del suo settimanale non ci sarebbero state né denunce né esclusive. Pecorelli non avrebbe scritto di Giovanni Ventura. Non avrebbe scritto delle stragi. O meglio, solo (e in parte) di Piazza Fontana perché delle successive e di quella devastante alla stazione di Bologna, a Mino Pecorelli è stato impedito di scrivere. La sua penna è stata fermata prima, con 4 colpi di pistola esplosi in via Orazio, a poca distanza dalla redazione di Op, da quegli uffici di via Tacito che nascondevano gli appunti del giornalista: “Franco Freda veniva informato da parte di un funzionario dell’Ufficio Politico della Questura di Padova il giorno successivo a quello in cui veniva disposto un accertamento sul suo numero telefonico”. E ancora: “C’erano delle relazioni particolari che Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale mantenevano con l’Ufficio Affari Riservati”. Tre giorni prima di essere ucciso Pecorelli andò da Federico Umberto D’Amato, all’epoca a capo dell’ufficio Affari Riservati. Forse per verificare una notizia. “Affrontava i suoi interlocutori – ci ricorda Paolo Patrizi, uno dei suoi più stretti collaboratori –  E il suo sto per pubblicare non era un ricatto ma una sfida. Spesso riferiva notizie per ottenerne altre. A Mino piaceva attaccare i potenti. Che fosse, come è stato detto, lo strumento di una fazione dei servizi segreti contro un’altra è da escludere. Cambiava parte spesso e sembrava volesse colpire quegli…

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