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Estreme Conseguenze
Passanti con mascherina a Codogno, dal video di EstremeConseguenze
Anche noi abbiamo attraversato Codogno, deserta. Il far west delle pellicole “spaghetti western” con tanto di grovigli di nulla trascinati dal vento. Siamo entrati e usciti senza superare alcun posto di blocco, alcuna pattuglia in mascherina ci ha fermati. Ce lo impone il nostro lavoro, andare a vedere per poter raccontare quel che si è visto e non farsi megafono di quel che altri hanno visto o dicono di aver visto. Non sappiamo chi è stato sorpreso dal coronavirus con il frigo vuoto che cosa abbia fatto. Non sappiamo se hanno bussato al pizzicagnolo rimasto aperto dietro la ‘mascherina’ della serranda abbassata o se abbiano fatto quei pochi chilometri che li separavano dalla Lombardia “aperta per commercio”. Se sgarrando ogni “divieto sanitario” abbiano riempito un carrello e siano corsi a casa. Le ambulanze hanno superato la nostra auto, sirene e a bordo alieni vestiti di bianco e protetti da appariscenti protezioni da apocalittico film da bioterrorismo americano.
La nostra autoradio accesa non proponeva la messa, nessun conforto religioso in fm, che pure pare ci sia stata. Abbiamo invece ascoltato tutti i notiziari, i giornali radio che come bollettini di guerra dispensavano la tombola degli infettati e poi, purtroppo, quella dei primi morti.
Il web non è stato da meno, con tanto di streaming di conferenze stampa e dichiarazioni. Ministero. Presidenti di Regione. Sindaci. In una girandola di ‘state calmi’, ‘tutto sotto controllo’, consigli igienici e curiosi inviti a ‘ridurre la socialità’. Come si traduce “ridurre la socialità”? Niente bar? Niente ristorante? Niente cena a casa con gli amici? Feste di compleanno?
Va beh, è sabato sera, a Milano. Cinema e ristoranti sono pieni e così ogni luogo di svago. Di bocca in bocca il tam tam delle informazioni raccolte, comprese cure omeopatiche di cui dire non sappiamo, e qualche illazione come quella che vuole che il virus ormai sia ovunque in Italia, ma la sanità lombardo-veneta è più efficiente e quindi i contagiati sono stati bloccati. Un ‘normale week end di paura”? No, tutto troppo pieno per pensare che ci sia paura, tant’è che non abbiamo tema di smentita nel dire che gli stadi, se non fossero stati chiusi per decreto, si sarebbero riempiti per vedere le partite di serie A.
Paura no, ma smarrimento sì. Se sei uno studente universitario te ne resterai a casa, le lezioni negli atenei sono state sospese, quelle dei liceali, delle scuole medie e elementari, no. Ma se sei di Milano, sì. Le sfilate di carnevale sono state annullate, ma Venezia, che del “veneto infetto” è il capoluogo, si è riempita di un fiume di turisti in costume e maschera, non mascherina. A Padova il Santo, la Basilica di Sant’Antonio, resta aperto e tanti vanno a omaggiare la lingua di Antonio. Anche qui migliaia e migliaia di fedeli accalcati.
Le istituzioni che invitano a evitare isterismi, hanno un atteggiamento che i tratti dell’isteria ha tutti. Siamo quasi certi non sia così, ma l’apparenza è un tentennamento tra quel che bisognerebbe fare per limitare il più possibile il contagio…

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E così è finita. L’idea di quel muro del chi sta dentro e del chi sta fuori è fallita miseramente. Quelle precauzioni istituzionali dei voli interrotti da e per la Cina, accompagnate dall’isteria pelosa del “dagli al cinese”, si sono rivelate per quelle che erano: il nulla mascherato da politica sanitaria. Ora è il momento del panico, che, come sempre accade, i “no panic” non fanno altro che alimentare. Le quarantene, le mascherine con la promessa di essere salva vita vendute a prezzi crescenti, i disinfettanti da borsetta nelle varie profumazioni, non sono che altri palliativi, che fanno fatica a far dimenticare le scuole chiuse, i ristoranti, le sale da ballo, i centri sportivi con le serrande abbassate nel cuore della Lombardia. Siamo in emergenza sanitaria nazionale. Il coronavirus è arrivato nella regione più popolosa d’Italia, quella con più abitanti per chilometro quadrato, quella della capitale economica del Paese. Il mostro invisibile che se ne stava in una per noi sconosciuta megalopoli dall’esotico nome di Wuhan, ora è dietro casa nostra, ora è a casa nostra. Ora siamo noi quelli da fermare agli aeroporti. Ora siamo noi quelli i cui prodotti verranno guardati con sospetto. Ora siamo noi i “cinesi”. “L’Italia è pronta alla pandemia, no panic” ci viene ripetuto da chi ha responsabilità di governo. L’Italia, quella della sanità malata, degli ospedali fatiscenti, delle infinite liste d’attesa, dei medici che non ce

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