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Estreme Conseguenze

“Non ho mai avuto la pistola che uccise Mino Pecorelli”, Domenico Magnetta lo ripete come un ritornello. Una risposta ovvia e forse non inutile: “Ho sempre parlato dei fatti miei e mai di quello che riguarda gli altri. Anche nel libro scrivo solo di me. E questo dovrebbe farle capire…non è elegante insistere”. Con aria da manager, in vestito chiaro e camicia azzurra, Mimmo Magnetta arriva puntualissimo in un albergo milanese di Viale Monza, e non per la nostra intervista ma per la presentazione di “Una vita in Avanguardia Nazionale”, il libro scritto a quattro mani con Ippolito Edmondo Ferrario e pubblicato da Ritter, una casa editrice specializzata in storia militare, fascismo e nazionalsocialismo. Ad attenderlo ci sono gli amici di sempre e accanto, a ricordare gli anni della militanza, l’ex Nar Lino Guaglianone: “Non sono mai stato il cassiere dei Nar – ci dice Guaglianone –  fu un giornalista a scriverlo, avrei dovuto querelarlo”. Certo, perché le querele servono a questo: a far capire cosa scrivere e cosa no. D’altronde perché definire Lino “cassiere” o meglio “tesoriere”? Forse perché è l’unico degli ex Nar con un diploma da ragioniere?  O perché nella gestione di palestre, locali e società, il collega giornalista (per fortuna sua non querelato) ha ipotizzato un benessere di altra provenienza? Sbagliandosi, ovviamente. Perché Pasquale Guaglianone è da sempre un imprenditore. Il 23 settembre del 1982 con una cittadina svizzera costituì la Pinki che lasciò tre mesi dopo, il 29 dicembre del 1982, dopo aver designato segretario Luigi Restelli e dopo la nomina del nuovo amministratore in Salvatore Sciascia (nell’82 in Fininvest come direttore dei servizi fiscali del Gruppo e per questo condannato con Tangentopoli. Attualmente senatore di Forza Italia). Due giorni dopo la Pinki si fuse con la Gir, Gestioni immobiliari romane, azienda che il 10 dicembre del 1986 sarà a sua volta incorporata dalla Immobiliare Idra acquistata nei primi anni ‘90 da Silvio Berlusconi. Il Cavaliere di Arcore, il 26 ottobre 1981, interrogato dalla commissione parlamentare sulla P2, dichiarerà di essersi iscritto alla Loggia nei primi mesi del 1978 su invito di Licio Gelli e dirà di non sapere niente dei rapporti del Venerabile Gelli con Carmine Pecorelli. Così come dice di non sapere niente Domenico Magnetta. Perché del giornalista ucciso il 20 marzo del 1979 non sa niente nessuno. Il suo delitto è rimasto irrisolto. E l’ex leader di Avanguardia Nazionale, nonché responsabile militare, nonché scrittore, conferma ancora il suo ritornello: “Non so niente della pistola che uccise Mino Pecorelli. Non ho mai avuto armi di altri. Io ho sempre avuto le mie armi”. Ma nella santabarbara sequestrata nel 1995 a Cologno Monzese non c’erano solo le armi di Magnetta. Quindi, con certezza, ci permettiamo di scrivere che la seconda affermazione non corrisponde al vero. Per la prima possiamo solo registrarla e riportarla accanto alla dichiarazione di Vincenzo Vinciguerra: “Adriano Tilgher era preoccupato perché Domenico Magnetta lo stava ricattando. Magnetta pretendeva di essere scarcerato… minacciava di consegnare le armi che aveva avuto in…

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La prima volta che mi hanno preso in giro perché gay avevo un cappellino a visiera viola e verde con scritto, al centro, “Boy”. Era il mio preferito e me lo ficcavo in testa ogni volta che giravo a piedi o in bicicletta. Mi è sempre piaciuto comunicare senza parlare: le magliette, i braccialetti, le spille. Gli occhi. Scrivere. Avevo forse dieci anni - in tivù passavano Ambra, Berlusconi e Pamela Anderson in costume rosso, Anno Domini 1993? - e ancora nessuna chiara idea di ricadere nella categoria di quelli da prendere per il culo. Si imparava dai grandi. Ricordo il punto in cui successe, sul marciapiede dopo le bifamiliari, a fianco della siepe di piracanta, coi frutti piccoli da schiacciare. Le parole precise, no. Memoria solo fotografica. Il mio cervello è un flash, fa click, archivia i contorni. Lo pensavo un difetto, prima; a trent’anni una fortuna architettata dai miei neuroni resistenti. E perciò: “reciòn”, “rècia”, “recchia”, o varianti del genere. Le offese destinate a un bambino che gioca con le bambine, o a un ragazzino che si invaghisce del compagno di banco, se la prendono col corpo, perché il dolore inflitto sia tangibile e terreno. Pollice e medio si inarcano a cerchio e si toccano, caricano il colpo, zak. Il padiglione sfarfalla. Sulle orecchie ci si accanisce fino a farle diventare paonazze, perché si veda. “Cueatton”, “cuea”. Il dialetto veneto è musicale, addolcisce anche le parolacce. Le offese. Non sei abbastanza. C

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Flash mob in città, presidi simbolici e dimostrazioni pure in spiaggia, striscioni e cartelli, ma anche banchetti per la raccolte di firme e consegna di diffide, coi parlamentari in piazza al fianco dei cittadini, insieme a medici e scienziati. Venerdì 21 giugno seconda giornata di mobilitazione unitaria contro l’elettrosmog e il 5G. Franca Biglio, presidente dell’Associazione Piccoli Comuni “Da anni combatto per dar voce ai Piccoli Comuni, presidi insostituibili a tutela e cura del territorio,
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