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Estreme Conseguenze
L'emergenza coronavirus porta all'esaurimento delle mascherine in vendita nelle farmacie

E così è finita. L’idea di quel muro del chi sta dentro e del chi sta fuori è fallita miseramente. Quelle precauzioni istituzionali dei voli interrotti da e per la Cina, accompagnate dall’isteria pelosa del “dagli al cinese”, si sono rivelate per quelle che erano: il nulla mascherato da politica sanitaria.

Ora è il momento del panico, che, come sempre accade, i “no panic” non fanno altro che alimentare. Le quarantene, le mascherine con la promessa di essere salva vita vendute a prezzi crescenti, i disinfettanti da borsetta nelle varie profumazioni, non sono che altri palliativi, che fanno fatica a far dimenticare le scuole chiuse, i ristoranti, le sale da ballo, i centri sportivi con le serrande abbassate nel cuore della Lombardia.

Siamo in emergenza sanitaria nazionale. Il coronavirus è arrivato nella regione più popolosa d’Italia, quella con più abitanti per chilometro quadrato, quella della capitale economica del Paese.

Il mostro invisibile che se ne stava in una per noi sconosciuta megalopoli dall’esotico nome di Wuhan, ora è dietro casa nostra, ora è a casa nostra. Ora siamo noi quelli da fermare agli aeroporti. Ora siamo noi quelli i cui prodotti verranno guardati con sospetto. Ora siamo noi i “cinesi”.

“L’Italia è pronta alla pandemia, no panic” ci viene ripetuto da chi ha responsabilità di governo. L’Italia, quella della sanità malata, degli ospedali fatiscenti, delle infinite liste d’attesa, dei medici che non ce ne sono abbastanza. Crogiolandoci dietro il successo di un’equipe medica con precaria al seguito, che ha fatto finire lo Spallanzani di Roma sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo per aver “isolato” il virus, ci siamo dimenticati della situazione del nostro Paese. Degli scandali nelle corsie, delle tangenti, delle persone mal curate. E forse non è poi un caso che il “paziente uno”, il 38enne che se la sta giocando la vita in una stanza di ospedale, in ospedale pare che si fosse presentato domenica sera e che, febbricitante sia stato rimandato a casa. Notizia che se confermata darebbe la migliore rappresentazione dello stato in cui versa la sanità pubblica, anche in un momento di emergenza internazionale come questo.

C’è solo un modo per evitare il panico, per combattere la propagazione del virus, sono gli ospedali aperti e potenziati. Sono le persone in fila se spaventate e rassicurate da tamponi fatti celermente. Sono i muri che cadono, perché tutti siano curati. Nessuno venga lasciato indietro, nessuno sia abbandonato alla solitudine dell’età o della miseria. Gli ospedali diventino porti franchi dove nessuno si permetta di pretendere documenti, permessi di soggiorno, tessere sanitarie perché il coronavirus, ormai lo abbiamo scoperto, non conosce frontiere, non conosce cittadinanza.

Non è detto che l’Italia da sola possa fare tutto questo, ma siamo in Europa e siamo nel mondo e magari gli altri non ci “chiuderanno fuori”.

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William Beccaro

Il palco è come un foglio bianco. Ci si sale sopra. Le luci ti sparano in faccia. Il pubblico insegue quelle luci e così finisce che tutti gli sguardi, centinaia di occhi ti indagano, attore. Chiunque sia incorniciato dalle tende raccolte del sipario, è subito protagonista. L’indagine è più intrusiva nel momento del silenzio, quello che è un attimo prima dell’inizio. È allora che non le parole, non la recitazione, non l’espressione, ma tutto il resto è guardato e valutato. Alti, bassi, grassi, magri, spettinati, pallidi, abbronzati. Le scarpe, i pantaloni, la gonna, la camicetta, tutto viene sondato, pesato, crea quell’apparenza che è già primo giudizio. Che come tutti i primi giudizi basati sul niente si chiamano pregiudizi, che sono i primi, spesso i più difficili da sovvertire. L’attore lo fa con la parola, la prima parola, quella più temeraria, quella che graffia, rompe l’assordante silenzio. È in quei momenti che c’è lo slancio che fa diventare il palco da foglio bianco a tavolozza di colori, a immagine, a sogno. Il pubblico, si perde dietro al filo che viene tessuto sul palco e lo confonde con la realtà. Lo pensa tutto spontaneo. Non vede il movimento. I tecnici. I copioni. I prossimi attori. Il rumore. Insegue il filo e dal pifferaio che calca la scena, si fa guidare, ammansito. Ma ci vuole coraggio a salire su quel palco e a cominciare a disegnare. Al teatro De

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